La memoria non basta. Serve coraggio politico Prima Giornata Nazionale in memoria dei giornalisti uccisi: un traguardo doveroso, ma la libertà di stampa si difende ogni giorno, non solo il 3 maggio. di Pierangelo Panozzo

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La Voce del Sud Africa | Global Event Magazine

3 maggio 2026

La memoria non basta. Serve coraggio politico

Prima Giornata Nazionale in memoria dei giornalisti uccisi: un traguardo doveroso,

ma la libertà di stampa si difende ogni giorno, non solo il 3 maggio.

di Pierangelo Panozzo

Trentuno giornalisti italiani uccisi. Decenni di silenzio istituzionale. E una legge che arriva, finalmente, nel 2026. Il 29 aprile, con voto unanime del Senato, l’Italia si è dotata di una Giornata Nazionale in memoria dei giornalisti uccisi nello svolgimento della loro professione. Si celebra il 3 maggio, in coincidenza con la Giornata mondiale della libertà di stampa. Quarantasei anni dopo l’assassinio di Walter Tobagi. Quarantuno dopo quello di Giancarlo Siani. Trentadue dopo Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Il Parlamento ha fatto la cosa giusta. In grave ritardo.

I nomi che risuonano in questi giorni nelle aule parlamentari e nelle redazioni sono quelli che ogni italiano di coscienza conosce, o dovrebbe conoscere. Siani, ucciso dalla camorra a Napoli a ventisette anni mentre investigava sui traffici del clan. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, assassinati a Mogadiscio mentre indagavano su armi e rifiuti tossici con la complicità di poteri che non si sono mai del tutto chiariti. Peppino Impastato, Mario Francese, Giuseppe Fava, Beppe Alfano: cronisti che hanno incontrato la verità in luoghi dove la verità costava la vita. Non eroi per scelta, ma professionisti che hanno fatto semplicemente il loro mestiere. Fino in fondo.

La legge approvata è concreta: prevede iniziative di sensibilizzazione nelle scuole e nelle università, spazi nel servizio pubblico radiotelevisivo, la pubblicazione ufficiale dei nomi dei caduti sul sito della Presidenza del Consiglio. Non è retorica vuota. È un’architettura istituzionale della memoria. Ed è giusta. Ma la memoria, da sola, non protegge chi lavora oggi.

Perché il punto critico resta questo: l’Italia celebra il 3 maggio i giornalisti morti, mentre i giornalisti vivi affrontano un sistema che li strangola con strumenti più silenziosi ma altrettanto efficaci. Le querele temerarie — le SLAPP, Strategic Lawsuits Against Public Participation — continuano a essere usate come arma di intimidazione da potentati economici e politici contro cronisti e testate. Il carcere per diffamazione è ancora nel codice penale. L’equo compenso per i freelance è una promessa che il legislatore rimanda da anni. Il Media Freedom Act europeo attende ancora un recepimento serio. Reporters Sans Frontières colloca l’Italia al 56° posto nella classifica mondiale della libertà di stampa: un dato che dovrebbe far vergogna a chiunque governi questo Paese.

C’è una proposta che il Parlamento potrebbe approvare subito, senza attendere un’altra stagione di commemorazioni: abolire il carcere per diffamazione e introdurre contestualmente una norma anti-SLAPP con inversione dell’onere della prova a carico di chi querela un giornalista. Non è una concessione corporativa alla categoria: è la precondizione minima perché un cronista possa svolgere il proprio lavoro senza che ogni inchiesta scomoda si trasformi in un processo per stremarlo economicamente e psicologicamente. Lo chiedono da anni la FNSI, il Consiglio d’Europa e la Commissione europea. Manca solo la volontà politica.

Sul piano internazionale, il quadro è ancora più grave. Dal 1993, oltre 1.600 giornalisti sono stati uccisi nel mondo secondo i dati UNESCO, e nella stragrande maggioranza dei casi i responsabili restano impuniti. Jamal Khashoggi, Shireen Abu Akleh, Arman Soldin: nomi che rappresentano la punta di un iceberg di violenza sistemica contro chi documenta la realtà in zone di guerra, sotto regimi autoritari, o semplicemente troppo vicino a interessi che preferiscono restare nell’ombra.

Il 3 maggio è una data necessaria. Ma un Paese che onora i propri martiri con una cerimonia e li tradisce con le leggi ha scelto la via più comoda: quella della memoria senza conseguenze. Giancarlo Siani, Ilaria Alpi, Peppino Impastato non hanno bisogno di una targa in più. Hanno bisogno che lo Stato italiano faccia ciò che non ha fatto quando erano vivi: proteggere chi racconta il potere al potere.

La Giornata del 3 maggio è un inizio. Se resta solo questo, è già un’altra occasione mancata.

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