Leone XIV a Luanda: la pietra scartata e l’Africa che non si vende di Pierangelo Panozzo

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RUANDA

Leone XIV a Luanda: la pietra scartata e l’Africa che non si vende

di Pierangelo Panozzo

Luanda, 18 aprile 2026. Il Palazzo presidenziale angolano ospita un incontro che, nei toni e nella sostanza, trascende il protocollo. Papa Leone XIV si trova di fronte ad autorità civili, diplomatici, imprenditori e rappresentanti della società civile di uno dei Paesi più ricchi di risorse naturali del continente africano — e tra i più segnati dalla storia dello sfruttamento. Le prime parole del Pontefice non sono di circostanza: sono una preghiera per le vittime delle inondazioni nella provincia di Benguela e un riconoscimento esplicito della “grande catena di solidarietà” con cui il popolo angolano ha risposto alla catastrofe. Un esordio che non è retorico, ma metodico: Leone XIV sceglie di iniziare dal basso, dai sommersi, non dai salvati.

Il discorso che segue è tra i più politicamente densi di questo viaggio apostolico — l’undicesimo giorno di un lungo pellegrinaggio attraverso Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, il primo che un Pontefice compie in queste terre nell’arco di un unico itinerario. In sala siedono anche gli uomini d’affari, i volti di quel capitale straniero — cinese in prima fila, ma non solo — che ha trovato nell’Angola petrolifera e diamantifera un terreno di grande attrazione. Leone XIV non li ignora. Li chiama in causa senza nominarli, con una franchezza che raramente accompagna i discorsi presidenziali.

“Voi sapete bene che troppe volte si è guardato e si guarda alle vostre regioni per dare o, più spesso, per prendere qualcosa”: la frase taglia l’aria del Padiglione protocollare con la precisione di un giudizio storico. La “logica estrattivistica”, così la definisce il Papa, non è un’eredità solo coloniale: è un modello che perdura, si rinnova, si traveste da cooperazione e investimento. Leone XIV la nomina “catastrofe sociale e ambientale” e richiama, non senza audacia, la voce di Paolo VI che sessant’anni fa già denunciava l’anacronismo di una civiltà “commerciale, edonistica, materialistica” che pretende di presentarsi come portatrice di futuro.

Ma il discorso non è soltanto una requisitoria. È anche — e forse soprattutto — un atto di fiducia. L’Africa, afferma Leone XIV, è “per il mondo intero una riserva di gioia e di speranza”: virtù che non esita a definire “politiche”, perché radicate in quel “desiderio di infinito” che abita il cuore umano e che nessuna ideologia riesce a spegnere definitivamente. Questa non è consolazione. È una categoria analitica: i giovani africani che ancora sognano, che non si accontentano dello status quo, che vogliono “rialzarsi e prepararsi a grandi responsabilità”, rappresentano una forza trasformativa più profonda di qualunque programma di sviluppo calato dall’esterno.

Alle classi dirigenti presenti in sala, il Papa rivolge un’esortazione che vale anche come avvertimento: non temere il dissenso, non soffocare le visioni dei giovani né i sogni degli anziani, anteporre il bene comune a quello di parte. Il riferimento all’Evangelii gaudium di Francesco — “accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo” — non è un omaggio formale al predecessore. È la scelta deliberata di una linea di continuità che rafforza il magistero sociale della Chiesa sull’Africa, aggiornandolo alle sfide del presente.

Nel discorso del Presidente João Lourenço, pronunciato prima di Leone XIV, emergono elementi di grande interesse geopolitico: il richiamo agli antichi rapporti tra Angola e Santa Sede, risalenti al XVII secolo; la formalizzazione diplomatica del 1977 e l’accordo del 2019; ma soprattutto la richiesta esplicita al Papa di esercitare il suo ruolo di “costruttore di ponti” in un momento in cui la crisi dello Stretto di Hormuz minaccia l’economia globale e la pace in Medio Oriente. È la voce di un continente che guarda al Vaticano non come a un referente spirituale astratto, ma come a un attore diplomatico concreto.

Leone XIV raccoglie questa aspettativa e la traduce in un’immagine biblica che chiude il discorso con forza inattesa: “La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.” Il Salmo 118 diventa chiave di lettura geopolitica. L’Africa non è la periferia del mondo: è, nel pensiero del Pontefice, il fondamento silenzioso di una nuova architettura della speranza. Sta agli angolani — alle loro istituzioni, alla loro società civile, alla loro Chiesa — decidere se accettare questo ruolo o cederlo ancora una volta ad altri.

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