CRISI HORMUZ — 1 MARZO 2026 La chiusura dello Stretto che scuote il mondo di Pierangelo Panozzo
CRISI HORMUZ — 1 MARZO 2026
La chiusura dello Stretto che scuote il mondo
di Pierangelo Panozzo
Lo Stretto di Hormuz, arteria vitale dell’energia globale, è di nuovo teatro di una crisi potenzialmente epocale. Dopo i raid statunitensi e israeliani del 29 febbraio, Teheran ha annunciato la chiusura ufficiale del traffico marittimo nel Golfo Persico, trasformando uno dei corridoi più strategici del pianeta in una zona di guerra.[1]
Secondo un comunicato diffuso dalle Guardie Rivoluzionarie, “le acque dello Stretto non sono sicure”, mentre la petroliera Skylight, colpita da un missile al largo dell’Oman, continua a bruciare all’ingresso del canale. La rappresaglia iraniana contro basi statunitensi in Medio Oriente e obiettivi israeliani ha scatenato l’allarme in tutto il Golfo: Doha e Dubai hanno già registrato impatti diretti dei missili balistici.[4][5]
150 navi bloccate nel Golfo
Almeno 150 petroliere e gasiere restano immobilizzate al largo di Hormuz, in attesa di istruzioni e di una minima garanzia di sicurezza per attraversare la “strozzatura” del Golfo. Le principali compagnie globali, da Maersk a CMA CGM, hanno sospeso i transiti, costringendo il traffico commerciale a rallentare o deviare verso rotte più lunghe e costose. Una decisione che mette a rischio non solo le forniture energetiche, ma l’intera logistica mondiale.[6][1]
Brent verso i 100 dollari
Il contraccolpo finanziario è immediato: il Brent ha sfiorato gli 80 dollari al barile nei primi scambi non regolamentati, segnando un incremento del 10% in un solo giorno, mentre gli analisti già testano nei loro modelli la soglia psicologica dei 100 dollari. Ajay Parmar (ICIS) e Homayoun Falakshahi (Kpler) convergono su un pronostico inquietante: in caso di blocco prolungato, il greggio potrebbe spingersi oltre i 120 dollari al barile, riaprendo un fronte inflazionistico globale che si credeva sotto controllo. Jorge Leon, di Rystad Energy, frena ogni ottimismo sull’OPEC+: “Un aumento di 200mila barili al giorno è irrilevante se il petrolio non può uscire dal Golfo.”
L’Asia in prima linea
A pagare il prezzo più alto della crisi saranno i Paesi asiatici. La Cina, principale acquirente del greggio iraniano e alleato strategico di Teheran, rischia un boomerang economico: riceve quasi metà del suo petrolio attraverso Hormuz e assorbe circa il 90% delle esportazioni energetiche iraniane. Anche Giappone, Corea del Sud e India sono esposti a un’impennata dei costi energetici in un contesto già fragile per la domanda globale, con possibili razionamenti selettivi e bilanci pubblici sotto pressione.
L’Europa più esposta sul gas
L’impatto sull’Europa, apparentemente più attenuato sul fronte del petrolio, si concentra invece sul gas. L’UE, oggi molto più dipendente dal GNL proveniente da Qatar e Oman che dal greggio del Golfo, si trova improvvisamente vulnerabile su un fronte che credeva di aver messo in sicurezza dopo la crisi con la Russia. In Italia, il prezzo del TTF olandese è salito a 32 euro per megawattora — il livello più alto da dicembre scorso — e potrebbe innescare nuovi rincari delle bollette nelle prossime settimane, con effetti a cascata su industria energivora e consumi domestici.[2][7]
Commercio mondiale in stallo
La crisi non si limita all’energia: il blocco di Hormuz sta costringendo a riprogrammare il 12-15% del commercio mondiale. Navi e aerei evitano la regione, allungando i tempi di consegna fino a due settimane e moltiplicando i costi assicurativi su una delle rotte più trafficate al mondo. Secondo diversi centri studi europei, ciò potrebbe aggiungere tra lo 0,3% e lo 0,7% all’inflazione core dell’eurozona nei prossimi sei mesi, in un momento in cui le banche centrali speravano di poter finalmente allentare la presa sui tassi.[6][1]
Le reazioni diplomatiche
Sul piano diplomatico, il dossier Hormuz è già arrivato al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, dove i membri permanenti si dividono tra chi chiede una condanna esplicita di Teheran e chi insiste per una risoluzione più equilibrata che menzioni anche gli attacchi statunitensi e israeliani. A New York, il Segretario generale ha parlato di “rischio concreto di un conflitto regionale più ampio” e ha chiesto a tutte le parti “massima moderazione” e il ripristino della libertà di navigazione, richiamandosi al diritto del mare.
A Washington, la Casa Bianca difende le operazioni militari come “necessarie e proporzionate” per degradare le capacità iraniane, mentre il presidente Donald Trump ha avvertito che gli Stati Uniti “risponderanno con forza senza precedenti” a ulteriori attacchi contro le proprie forze o contro il traffico commerciale nel Golfo. Bruxelles, stretta tra la fedeltà atlantica e la paura di un nuovo shock energetico, ripete il suo mantra: in una dichiarazione congiunta, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa hanno invitato tutte le parti a esercitare “massima moderazione, proteggere i civili e rispettare pienamente il diritto internazionale”, ricordando che l’UE “urge la leadership iraniana a cercare una soluzione negoziata”.[8][9][2][4]
Una voce dal Golfo
Sul campo, il clima è quello di una chiusura di fatto, se non ancora pienamente codificata nei forum internazionali. “Nessuna nave è autorizzata a passare lo Stretto di Hormuz”, è il messaggio ripetuto in VHF dagli ufficiali della Marina delle Guardie Rivoluzionarie alle unità mercantili in transito, secondo quanto riferiscono fonti marittime europee schierate nella regione. Per i capitani delle petroliere in attesa al largo, è un segnale inequivocabile: finché la diplomazia non troverà un corridoio, la rotta energetica più sensibile del pianeta resta ostaggio dei missili.[3][1]
Voci di calma
In un clima di tensione crescente, l’economista Carlo Cottarelli invita alla prudenza: ricorda come la “guerra dei dodici giorni” del giugno 2025 non abbia avuto esiti duraturi e prevede ripercussioni limitate se il conflitto resterà breve. L’elemento chiave, spiega, è la durata: più il blocco di Hormuz sarà contenuto nel tempo, più mercati e governi potranno assorbirne l’urto senza cadere in una vera e propria recessione energetica.
Per ora, la crisi di Hormuz resta sospesa tra due scenari: una fiammata destinata a spegnersi in poche settimane o l’innesco di una nuova stagione di instabilità strutturale nel Golfo, con il petrolio stabilmente sopra i 100 dollari e l’inflazione a dettare l’agenda politica dalle capitali asiatiche a quelle europee. Tutto, ancora una volta, dipende dal tempo e da quanto la diplomazia saprà correre più veloce delle portaerei.
