“Buy European”, l’Europa divisa tra sovranità industriale e regole del commercio globale di Pierangelo Panozzo
“Buy European”, l’Europa divisa tra sovranità industriale e regole del commercio globale
di Pierangelo Panozzo
Bruxelles – L’Europa vuole imparare a comprare europeo. Dietro lo slogan, però, si nasconde una delle scelte economiche più delicate degli ultimi decenni: rafforzare l’autonomia industriale senza scivolare nel protezionismo.
Il progetto, discusso ai vertici UE tra il 2025 e il 2026, nasce da tre scosse: la guerra in Ucraina, il ritorno delle politiche “Buy American” negli Stati Uniti e l’allarme sulla perdita di competitività europea. L’idea è orientare appalti pubblici e fondi verso produzione interna nei settori strategici.
Dove c’è consenso: la difesa
Nel campo militare, il sostegno è ampio. L’economista Gunnar Wolf lo riassume con una formula netta:
“Comprare armi fuori dall’Europa significa creare dipendenze geopolitiche che oggi sono più rischiose che in passato.”
Il problema, aggiunge, è pratico: “La base industriale europea non è ancora pronta a sostituire rapidamente i fornitori americani.”
Dove iniziano i dubbi
Fuori dalla difesa, il consenso si dissolve. Secondo il giurista Alberto Alemanno, una preferenza generalizzata sarebbe controproducente:
“L’Europa non ha catene di approvvigionamento autonome nella maggior parte dei settori. Una preferenza indiscriminata aumenterebbe i costi senza garantire vera autonomia.”
Ancora più diretto l’economista Fredrik Erixon:
“Il rischio è che l’Europa colpisca sé stessa: esportiamo più beni strategici ai nostri alleati di quanti ne importiamo.”
Il nodo invisibile: le catene globali
Il punto tecnico centrale riguarda le catene del valore. Un prodotto europeo può contenere componenti provenienti da molti Paesi. Stabilire cosa sia davvero “made in Europe” diventa quindi complesso — e qualsiasi restrizione rischia di aumentare i costi e ridurre la competitività.
La frattura politica: la lettera dei nove
La divisione tra governi è profonda. Francia e alcuni Paesi del Sud spingono per regole rigide. Germania, Paesi Bassi e Stati del Nord temono effetti protezionistici.
Nove governi — tra cui Svezia, Finlandia, Irlanda ed Estonia — hanno formalizzato il dissenso in una lettera congiunta: le preferenze europee, scrivono, dovrebbero essere “temporanee, limitate a settori chiaramente strategici e utilizzate solo come ultima risorsa.”
Il timore è che i costi delle restrizioni ricadano soprattutto sulle economie più aperte e orientate all’export.
Il vero muro: le regole del commercio
Il limite più duro non è politico, ma legale. L’UE aderisce all’Accordo sugli Appalti Pubblici dell’OMC (GPA), che impone parità di trattamento tra fornitori dei Paesi firmatari.
Questo significa che una preferenza generalizzata per aziende europee potrebbe essere contestata a livello internazionale. Il rischio non è teorico: in passato dispute simili hanno portato a ritorsioni commerciali e contenziosi lunghi anni.
Inoltre, le stesse norme europee sugli appalti si basano sul principio di non discriminazione — una delle fondamenta del mercato unico.
Il paradosso europeo
La sfida, dunque, è tutta qui: l’Europa vuole proteggere la propria industria senza rinnegare le regole che ne hanno garantito prosperità.
Nel settore della difesa, la strada appare tracciata. Negli altri, la risposta più probabile sarà un compromesso: preferenze mirate, temporanee e tecnicamente molto circoscritte.
Perché, come ammette un diplomatico europeo, il vero dilemma non è economico ma politico: quanta apertura l’Europa è disposta a sacrificare pur di diventare più autonoma.
