Varano de’ Melegari e la nuova geografia della montagna italiana Tra riforme altimetriche, equilibri territoriali e il rischio di una montagna “per decreto” – di Pierangelo Panozzo

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Varano Melegari Comune di Montagna

Varano de’ Melegari e la nuova geografia della montagna italiana

Tra riforme altimetriche, equilibri territoriali e il rischio di una montagna “per decreto”

di Pierangelo Panozzo

Nel dibattito politico e amministrativo italiano, la montagna è tornata al centro dell’attenzione nazionale con la riforma promossa nel 2025 dal Ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli. L’obiettivo dichiarato della nuova normativa è quello di ridefinire in modo oggettivo e uniforme la classificazione dei comuni montani, introducendo criteri esclusivamente geografici e altimetrici.

Quella che nelle intenzioni doveva essere una razionalizzazione tecnica, tuttavia, si sta trasformando in una questione politica e territoriale di primo piano, con effetti diretti su finanziamenti, servizi e coesione delle aree interne.

Una montagna ridisegnata sulla carta

Prima della riforma, i comuni classificati come montani in Italia erano circa 4.000. Con i nuovi criteri, il numero scende a poco più di 3.700, con l’esclusione di oltre un migliaio di amministrazioni locali.

La novità principale riguarda l’abbandono dei parametri socio-economici e infrastrutturali, sostituiti da indicatori puramente fisici: altitudine media, percentuale di territorio sopra determinate quote e pendenze del suolo. In sostanza, la montagna non è più definita in base alle difficoltà di accesso ai servizi o alla marginalità economica, ma solo in base alla morfologia del territorio.

Questa scelta ha acceso un dibattito tra Alpi e Appennini, tra comuni di crinale e centri di fondovalle, con molte amministrazioni che si trovano improvvisamente escluse da classificazioni e fondi che per anni hanno rappresentato strumenti essenziali di sopravvivenza territoriale.

Il caso emblematico di Varano de’ Melegari

Il caso di Varano de’ Melegari, piccolo comune della Val Ceno in provincia di Parma, rappresenta in modo emblematico i paradossi della nuova classificazione.

Il territorio comunale si estende su oltre 64 chilometri quadrati, con quote che raggiungono i 925 metri e rilievi significativi come l’area del Monte Prinzera. Nonostante queste caratteristiche tipicamente appenniniche, il comune viene escluso dalla classificazione nazionale dei comuni montani.

La ragione è puramente matematica: il capoluogo si trova a circa 190 metri di altitudine, fattore che abbassa la media complessiva del territorio e lo rende incompatibile con i nuovi criteri. Il risultato è un paradosso amministrativo: un comune con aree montane estese non viene più considerato tale per legge.

Con circa 2.500 abitanti, Varano rappresenta anche un caso particolare di equilibrio tra identità rurale e presenza industriale di alto livello, grazie alla storica presenza della Dallara Automobili e dell’autodromo Riccardo Paletti. Un contesto produttivo avanzato inserito però in una valle con caratteristiche tipiche delle aree interne appenniniche.

Le conseguenze economiche e sociali

L’esclusione dalla classificazione montana non è un dettaglio tecnico. Significa, in concreto, la perdita di accesso a una serie di strumenti fondamentali:

•fondi per infrastrutture e difesa del suolo

•agevolazioni fiscali per residenti e imprese

•sostegno ai servizi scolastici e sanitari

•incentivi per l’imprenditoria giovanile

•contributi agricoli e forestali

Il principale strumento nazionale è il Fondo per lo Sviluppo delle Montagne Italiane (FOSMIT), che vale circa 200 milioni di euro all’anno. L’uscita dalla classificazione comporta quindi un impatto diretto sulla capacità di investimento e di tenuta sociale di questi territori.

La reazione delle Regioni e il caso Emilia-Romagna

In Emilia-Romagna, dove i comuni montani erano tradizionalmente 99, la riforma ha generato forti critiche istituzionali. La Regione ha contestato l’impostazione esclusivamente altimetrica della normativa, ritenuta inadatta a descrivere le reali condizioni delle aree appenniniche.

La risposta politica è stata immediata: mantenere una classificazione regionale più inclusiva e aumentare le risorse del fondo montagna regionale, con un incremento di circa il 60%, per compensare i territori esclusi dai criteri nazionali.

Si tratta di una scelta che evidenzia una frattura tra livello statale e regionale, ma anche di un tentativo di preservare l’equilibrio territoriale delle valli appenniniche, evitando la contrapposizione tra comuni di crinale e comuni di fondovalle.

Una riforma tecnica che diventa politica

A livello nazionale, diverse organizzazioni, tra cui l’UNCEM, hanno espresso perplessità sulla nuova classificazione. Le critiche principali riguardano tre aspetti:

1.L’assenza di parametri socio-economici

2.Il rischio di favorire le aree alpine rispetto a quelle appenniniche

3.La frammentazione amministrativa delle valli

Il paradosso più citato è quello delle scuole: comuni di crinale che mantengono la qualifica montana, mentre i centri di fondovalle, dove si trovano gli istituti frequentati dagli studenti, la perdono, mettendo a rischio servizi essenziali.

La montagna reale contro la montagna statistica

Il caso di Varano de’ Melegari dimostra come una riforma pensata per introdurre criteri oggettivi rischi di produrre effetti distorsivi. Un territorio con caratteristiche montane evidenti viene escluso per una media altimetrica sfavorevole, mentre altri comuni mantengono lo status per pochi metri in più.

La questione, in fondo, è culturale prima ancora che tecnica. La montagna italiana non è solo una quota altimetrica, ma un insieme di condizioni sociali, economiche e infrastrutturali che definiscono la qualità della vita dei residenti.

Ridurre tutto a un parametro topografico significa trasformare la montagna in una categoria statistica, perdendo di vista la realtà dei territori.

Un banco di prova per la politica delle aree interne

La riforma dei comuni montani diventa così un test per la strategia nazionale sulle aree interne. Da una parte, l’esigenza di criteri chiari e uniformi; dall’altra, la necessità di riconoscere la complessità geografica e sociale del Paese.

Se la montagna italiana verrà definita solo per decreto e per altitudine, casi come Varano de’ Melegari rischiano di moltiplicarsi lungo tutto l’Appennino. E con essi, il rischio di perdere non solo fondi, ma pezzi interi di coesione territoriale.

La vera sfida non sarà stabilire quanti comuni siano montani sulla carta, ma quanti territori riusciranno ancora a vivere, produrre e restare abitati nella montagna reale.

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