BERCETO SPIRITUALE Con Vito Mancuso e Rev. Serra tra Cristianesimo e Buddismo Zen Sòto
Berceto, 14-8-2026 – L’Occidente e L’Oriente si incontrano. Un dialogo sulla pratica spirituale oggi, con Vito Mancuso e Rev Tetsugen Serra. Introduzione del Sindaco Simona Acerbis. Moderatore Giorgio Fabbrucci direttore Centro Spirituale Il Cerchio di Pagazzano.
SINDACO DEL COMUNE DI BERCETO SIMONA ACERBIS
“Buonasera a tutte, buonasera a tutti. Sono molto felice stasera di accogliervi nel nostro giardino. Anche voi immagino che siate felici di essere qua, perché sennò non sareste così numerosi.
Per parlare di un tema che sicuramente in questo momento, almeno per me, dico per me perché io sono la sindaca di Berceto e è un momento di super impegno. Berceto in questo momento triplica la sua popolazione, per cui i problemi che di solito affrontiamo quotidianamente in questo momento sono triplicati. Quindi avere tempo di praticare la spiritualità è molto difficile.
E quindi volentieri mi prendo questo spazio che ci regaleranno Vito Mancuso e Reverendo Carlo Zendo Tetsugen Serra, perché mi è capitato di frequentare l’anno scorso il monastero Zen e di sentire Vito da loro e devo dire che è uno spazio sospeso. Per me è stato uno spazio sospeso e mi ha aiutato a staccare un attimo dalla vita quotidiana e a riflettere. Quindi vi ringrazio voi, ringrazio loro, ringrazio l’associazione di Cerchio che ci ha dato la disponibilità di spostarsi fuori dal monastero e di venire qui.
Vito ci ha dato la sua disponibilità e mi hanno detto subito, ha accettato volentieri di venire in mezzo a noi, non di parlare solo nel monastero a Pagazzano, quindi davvero li ringrazio. Allora io faccio una breve presentazione, anche se non è forse necessaria per le figure che vi trovate davanti, ma comunque vi dico che Vito Mancuso è un teologo laico e filosofo. È insegnato presso l’Università Vita Salute San Raffaele di Milano, l’Università degli Studi di Padova e attualmente è docente del Master in Meditazione e Neuroscienze all’Università degli Studi di Udine.
Ha fondato e dirige presso il Master di Bologna il Laboratorio di Etica, è autore per Garzanti di numerosi saggi che hanno suscitato notevole attenzione da parte del pubblico, tra i quali cito, I quattro maestri, A proposito del senso della vita, Non ti manchi mai la gioia, Destinazione e speranza e il suo ultimo lavoro, Gesù e Cristo, edito da Garzanti nel 2025. Forse molti di voi hanno partecipato ad altri incontri che sono stati organizzati a Berceto con Vito in cui ha presentato, ad esempio, quando eri venuta al Festival della Coscienza avevi presentato Non ti manchi mai la gioia, mentre è tornato diverse volte a Pagazzano e ha avuto occasione di parlare dei suoi libri appunto con i monaci e con le persone che hanno frequentato il Summer Camp anche degli altri, per cui diciamo che sono contenta che sia tornato ma forse magari un po’ Berceto gli piace, quindi sono contenta di quello. Chiudo con lui.
Il suo pensiero è oggetto di una monografia uscita in Germania, Essential of Catholic Radicalism, An Introduction to the Late Theology of Vito Mancuso, e può essere complessivamente definito come Filosofia della relazione. E’ editorialista del Quotidiano e la Stampa. Carlo invece, Carlo Teetsugen Serra, a che devo ringraziare particolarmente perché ha accettato questo invito davvero e non solo oggi ma anche con una mostra di cui vedete qua la locandina che potete andare a visitare al Museo Pier Maria Rossi fino al 31 agosto 2026, per cui diciamo che la volontà di dialogo con i monaci buddisti, con lui e i suoi collaboratori è sicuramente reale e anche reale il dialogo, non solo la volontà e quindi Carlo Zendo Tetsugen Serra è un maestro Zen, monaco buddista italiano, ha compiuto gli studi accademici in Giappone nel monastero Doshoji di Tokyo, dove ha ricevuto il titolo di Kokusai Fukuyoshi, missionario Zen in Europa della Soto Shu, l’organizzazione internazionale Zen Soto, abate del monastero Zen di Samboji e guida spirituale dei templi Zen di Milano, Padova, Napoli, Pesero e Cecina, è membro del direttivo dell’Unione Buddhista Italiana, co-responsabile dell’Agenda Cultura, fondatore della scuola Zen Shiatsu, co-fondatore del portale di formazione Dharma Academy e ideatore del corso triennale in Buddismo Zen.
Ha curato per il Corriere della Sera due collane inerenti al mindfulness e alla meditazione, è autore di numerosi libri, tra i quali amo ricordare l’arte della meditazione per tutti, edito da Rizzalibur 25 e Principi Zen per la ricerca personale e la vita quotidiana, Astrolabio Baldini del 25. Questo incontro, questo dialogo viene moderato e presentato da Giorgio Michelangelo Senghio, io ho cercato di imparare ma non so, Senghio Fabbrucci, direttore della Fondazione Buddhista Zen Il Cerchio, per cui io lascio a loro e a lui la parola e davvero vi auguro una buona ora di sospensione dalle vostre vite quotidiane”.
GIORGIO FABBRUCCI DIRETTORE CENTRO ZEN DI PAGAZZANO A BERCETO – MODERATORE
“Grazie sindaca, grazie di cuore.
Buonasera a tutti, grazie della vostra numerosa presenza. Questa sera dobbiamo parlare di, abbiamo deciso di dialogare in merito alla spiritualità, un termine che forse in questo periodo di incertezza è molto di più sulle nostre bocche, e quindi la prima domanda è che cosa significa per voi la parola spiritualità, quali significati porta? Vito”.
VITO MANCUSO TEOLOGO, ACCADEMICO E SAGGISTA
“Dunque buonasera a tutti, la premessa d’obbligo è che a domanda così profonda come questa e altre che immagino seguiranno, altrettanto profonde, occorrerebbe avere molto tempo, invece so che ho cinque minuti, vado giù di lì per rispondere, quindi la superficialità che voi troverete nelle mie risposte è qualcosa di cui anch’io sono consapevole.
Comincio subito con la definizione, per me la spiritualità è suscitazione e gestione della libertà, perché vedete noi esseri umani non siamo per la gran parte del tempo e delle circostanze liberi davvero. Per la gran parte noi siamo condizionati, necessitati dalla dimensione corporea, e questo direi che è abbastanza evidente, e dalla dimensione psichica, dal carattere, carattere che è un termine che deriva del greco, carakter che in greco significa impronta, è l’azione dell’aratro nella terra, per esempio, la fenditura, la solcatura, anche noi siamo stati arati quando siamo nati, siamo stati caratterizzati, e questo fatto unito alle necessità biologiche ci porta a non essere liberi il più delle volte, cioè quel libero arbitrio di cui noi pensiamo di godere il più delle volte sono arbitrio. Capriccio, oppure necessità, essere appunto obbligati, essere così, avere il pilota automatico, tant’è che chi ci conosce sa più delle volte perfettamente come risponderemo, cosa faremo, perché siamo prevedibili.
Questa è la caverna di cui parlava Platone nel libro VII della Repubblica, tutti voi ricordate il famoso mito, no? Però ogni tanto succede, come in questo momento che arriva quest’aria, proprio in questo momento succede che arriva un’aria che ci scioglie la catena delle necessità del corpo e dalle necessità della psiche, e quest’aria è ciò che ci consente a volte di essere liberi. E non ho parlato per caso di aria, non l’ho detta solamente perché effettivamente in questo momento spira, ma perché il termine spirito, da cui spiritualità, significa anzitutto aria. Questo vale per il latino, da cui viene l’italiano spirito, spiritus, anzitutto significa aria, tant’è che diciamo respirare, respirazione, spirare, eccetera, sia nel senso di soffiare sia nel senso dell’ultimo respiro.
E questo che è il latino e l’italiano, ma in greco è uguale, nell’antico greco pneuma, prima ancora che significare spirito significa aria, la stessa cosa vale per l’ebraico, ruach che prima significa aria e poi significa spirito, la stessa cosa vale per il sanscrito, atman, non so il giapponese, adesso sentiremo il maestro, se anche in giapponese c’è questo tipo di ma, in sanscrito sì. Quindi se la mente è andata, dei greci, dei latini, degli ebrei, degli hindu, indipendentemente ovviamente gli uni dagli altri, non è che si parlavano a quel tempo, ma è andata a coniare il termine, è andata a prendere il termine che anzitutto avevano coniato per disegnare l’aria, per disegnare un nostro stato, questo esattamente è per disegnare quello stato di imprevedibilità, di creatività, di imponderabilità che è la libertà. Quindi questo è la spiritualità anzitutto.
Tantissime altre cose si potrebbero dire, voglio essere sintetico, mi limito a dire un’ultima cosa. Nella nostra mente, nella mente di noi occidentali, spiritualità e religione sono quasi sinonimi, perché le cose sono andate così, e quindi di solito quando diciamo che una persona è spirituale, intendiamo anche dire che è religiosa. Ma dovremmo imparare a distinguere le cose, perché è vero che la religione nei secoli e i secoli ha, come dire, monopolizzato il discorso spirituale, è vero, ma è altrettanto vero che la religione, così come si è sviluppata all’interno dell’Occidente, ha compresso e a volte represso la ricerca spirituale.
Basta fare due esempi, potrebbero essere molti di più, ma ne faccio solamente due. Uno è Gesù, che tutti voi sapete com’è finito, e se è finito com’è finito è perché i religiosi del tempo lo ritenevano un po’ troppo spirituale. E prima ancora di Gesù, Socrate, che fu ucciso, costretto a bere il veleno, la cicuta, per impietà e corruzione dei giovani, quindi un peccato.
Ma poi tutta la storia dell’Occidente, la repressione dei Catari, la repressione delle Beghine, il rogo di Giordano Bruno, eccetera, eccetera. Quindi, e veramente questa è l’ultima cosa che dico, l’avevo già detto prima, ma invece mi è venuta in mente un’altra, ma è l’ultima l’ultima. In questo momento storico preciso che stiamo vivendo, in questo mondo che è diventato, sta diventando sempre più una caverna, in questo mondo, secondo me, la spiritualità è un kit di sopravvivenza, è qualcosa di assolutamente necessario.
Potete averla cristiana, potete averla buddista, potete averla atea, c’è anche una maniera di sentire della natura, una spiritualità semplicemente naturale. Ma avere un rifugio della mente, dei sentimenti del cuore, nei quali appunto prendere rifugio e sentirsi protetti e sentire un’appartenenza più profonda rispetto a questo mondo che brucia, per me è questo, parlo per me, per me è questo estremamente necessario e confortevole. Grazie”.
DOMANDA
Maestro Serra, qual è per lei il significato della parola spiritualità e, dato che il professor Mancuso ha sollevato il tema spiritualità e religione, qual è per lei anche la differenza tra spiritualità e religione?
CARLO ZENDO TETSUGEN SERRA MONACO – CENTRO DI BUDDISMO ZEN A PAGAZZANO
“Intanto ha parlato per 12 minuti, quindi ha portato via tutto il mio spazio, ma mi fa molto piacere perché io non avrei detto le stesse cose così bene, ma i significati contenuti sono gli stessi, quindi sono perfettamente d’accordo. La differenza tra spiritualità e religione… bisognerebbe chiederlo a un religioso. Il buddismo non è una religione, anche se viene riconosciuta come tale e potremmo anche dire in parte sì, però è una via, come si dice nello Zen, spirituale più che una religione.
Poi a volte diventa anche religione, ma l’essere umano sappiamo che ne combina una più di Bertoldo con tutto, anche con le cose migliori, e quindi le trasforma in religioni. La spiritualità oggi, come accennava il professore Mancuso, ho capito, io trovo che non sia un lusso. Ho fatto tutto, ho un buon lavoro, ho la famiglia, e allora adesso mi dedico alla spiritualità.
Forse è la prima cosa a cui bisognerebbe dedicarsi, proprio per stare in una società, per vivere in una società, per avere una visione etica molto aperta sicuramente, ma anche nello stesso tempo molto precisa verso tutti gli esseri. E quindi la spiritualità trovo che sia un’esigenza profonda che deve emergere sempre di più. Noi l’abbiamo molte volte soffocata, ripeto non parlo di religione, parlo di spiritualità interiore, che per lo Zen è la conoscenza di noi stessi, la conoscenza profonda del proprio sé o non sé, come si dice nel buddismo, nello Zen che vuol dire la conoscenza dell’universo, di tutto, non solo degli esseri umani, ma anche delle formiche o delle api che quest’anno invadono un po’ tutto Berceto e anche da noi.
Quindi spiritualità è ricerca profonda della conoscenza di noi stessi perché attraverso questa conoscenza conosco l’altro e conoscendo me stesso, conoscendo l’altro, l’altro è meno altro da me perché conosco le fondamenta dell’umanità, per non dire e allargare questo discorso a tutto il mondo, che sia la natura, che siano gli esseri senzienti o che siano i fiumi e le valli. Per cui io penso che spiritualità sia veramente un momento profondo di ricerca che non è dovuta, come molti hanno scritto, c’è stata la pandemia, ci sono stati degli anni in cui si è stati chiusi e abbiamo sentito l’esigenza di guardare verso di noi. Sì, può essere stato il primo momento in cui si è iniziato, ma più stiamo perdendo la nostra identità e in parte la stiamo perdendo, soprattutto la perderemo, abbiamo il rischio di perderla con l’intelligenza artificiale e con tutto quello che succede e più ci rivolgeremo a conoscere profondamente noi stessi e questo rivolgersi a conoscere profondamente noi stessi, che vuol dire noi stessi e gli altri, non è una ricerca egoica o solipsistica, ci permetterà di stare in una condizione diversa con gli altri.
Quindi religione non lo so, ma spiritualità vedo che in generale nel mondo, e parliamo del mondo occidentale dove sembrava quasi scomparsa, c’è una grande riscoperta e ognuno, come diceva Vito prima, il professor Mancuso, ognuno deve far risuonare la sua interna e questo è molto importante”.
DOMANDA
Maestro ha parlato di tutti gli esseri, dimensione che tocca un livello universale e non si può toccare questo livello in Occidente quantomeno senza toccare il tema di Dio, della divinità. Nel buddismo Zen non c’è un Dio personale a cui rivolgersi e quindi la domanda che vi vorrei porre, prima lei, è qual è la relazione tra divinità e spiritualità, laddove la divinità non ci sia e anche una piccola domanda pungente, riuscirebbe a aggiungere Dio nella sua pratica spirituale? Se aggiungesse una dimensione divina nella sua pratica spirituale reggerebbe ancora?
TESTSUGEN SERRA
“Non so quando lo farò, per il buddismo, ma io posso parlare per lo Zen che è una delle scuole buddiste, certo ha le basi comuni a tutto il buddismo, ma è anche una scuola molto particolare, molto essenziale, molto scarna, molto diretta.
Aggiungere la divinità, certamente se per divinità è il grande Tao, se per divinità è l’intero universo e non qualcosa al di fuori di questo, e non parliamo di creazione ma di manifestazione, è già insita nella pratica del buddismo, è già insita nello Zen, quindi non disturba assolutamente. Lo Zen si rivolge molto alla realizzazione del momento, la realizzazione del momento che si chiama Satori, Illuminazione, che è un insight profondo, in quell’insight profondo c’è una relazione con l’intero universo, c’è l’unione con l’intero universo, se questo lo chiamiamo divinità o non divinità, lo Zen non è molto interessato a questa definizione di divinità interna o divinità esterna, potrei dire che noi siamo la divinità assoluta, come intero universo, e se invece parliamo di una divinità ben precisa, creatrice, allora il buddismo è nato quasi per liberarsi da questo. Grazie.
DOMANDA
Professor Mancuso, nella sua teologia ovviamente c’è un Dio come orizzonte, quindi pongo la stessa domanda, qual è per lei la relazione tra divinità e spiritualità e all’opposto, riuscirebbe a spogliarsi di Dio e continuare a praticare la spiritualità?
VITO MANCUSO
“No, penso che non riuscirei, adesso vi leggo una frase di Gandhi, sono più sicuro della sua esistenza che del fatto che voi e io siamo qui in questa stanza, potrei vivere senza aria, senza acqua, ma non senza di Lui, questo diceva Gandhi parlando di Dio, io non so che cosa è Dio, però anche io non riuscirei a vivere, il termine Dio, vedete, viene da una radice indoeuropea, sia il sanscrito e poi arriva in latino, così che significa luce, Dio, Deus, Dies, giorno, ed è l’idea che, certo che sì, questo universo è un mistero, è un mistero di cui fa parte la coscienza, e la coscienza che cos’è? Materia la coscienza o è una luce? Una luce che illumina, a volte anche acceca, perché la luce a volte anche acceca, ma è qualcosa che attraversa la materia, l’essere e che in un certo senso costituisce la possibilità che l’essere dal caos diventi cosmo e che si formi, appunto, la vita e l’intelligenza e questa intelligenza che diventi amore. Quando noi sentiamo l’indignazione di fronte al male, alla furbizia, alla stoltezza, questa cosa che c’è, e quando viceversa sentiamo, almeno parlo per me, quando io sento, poi ognuno sente quello che sa, ma io adesso devo parlare di me, non neanche della teologia, ma di me, della mia spiritualità, quando io sento, invece, l’ammirazione, l’attrazione per il bene, per l’amore, per la giustizia, che cosa si sta muovendo dentro di me? Sì, è sempre una parte di me, ma è la parte luminosa di me. Io lo so che dentro di me ci sono anche altre parti.
Ecco, io penso che Dio abbia a che fare, che Dio, lo spirito, Dio è spirito, certo, se lo immagino in maniera antropomorfica, tutto questo bisogna superarlo. Il Dio della Bibbia, Yahweh, Dio degli eserciti, il Dio che si sceglie un popolo rispetto a un altro, il Dio che si mette a creare col fango l’uomo, tutti questi raccontano, tutto questo, l’ho superato da tempo, ma da tanto tempo, però così come l’induismo, così come le religioni abramitiche, così come Platone, e così come altri pensatori, Seneca, per esempio, che Lucilio scrive, Dio è dentro di te, dentro di te. Ecco, questa luce, che è la luce del mondo proprio, è che io chiamo Dio, potrei anche chiamarla in un’altra maniera, ma questa è Dio, Dio, questa è, come dire, la parola, il concetto che la mia tradizione mi consegna, che lega esattamente la percezione di una spinta che va al di là del semplice interesse biologico ed economico, che va al di là, che mi fa trascendere questo, questa la chiamo Dio, Dio, e per me è necessario, è necessario pensare che ci sia la possibilità che il mio desiderio di bene e di giustizia, che chiamo anima, abbia un porto in cui confluire, che chiamo Dio.
Io penso che il senso della vita spirituale sia l’armonia tra la mia anima e l’anima del mondo, è la luce del mondo, è la luce dell’universo, che chiamo Dio. Lo ripeto e concludo, c’è bisogno di tanta purificazione dell’idea di Dio, perché ne hanno fatte di tutti i colori. Dio lo vuole, le guerre crociate, anche adesso i coloni, tanto per fare un esempio concreto, in Cisgiordania, hanno da un lato la Bibbia, la Torah e dall’altro il “mitra”, e fanno quello che tutti voi sapete, quei crimini che stanno commettendo perché l’ha detto Dio.
Tutto questo, più si libera di questo, però appunto, come dice il proverbio, io non me la sento di buttare il bambino anche con l’acqua sporca, io il bambino lo voglio tenere, e quindi sì, per me Dio è molto importante, poi scuso se ho superato i 5 minuti anche adesso”.
DOMANDA
Vorrei introdurre un tema che sembra astratto, ma a mio avviso astratto non è anche quello delle forme, spesso le pratiche spirituali, le religioni si rappresentano ovviamente, o vengono rappresentate, esposte in base ai loro messaggi, pensate al cristianesimo, l’alfa e l’omega, l’inizio e la fine, o l’orizzonte di un porto, come diceva adesso il professor Mancuso, danno l’idea della linea, da un inizio a una fine, a una meta. Mentre se penso alla pratica zen, il simbolo più evocativo è per l’appunto il cerchio, l’enso, quindi la circolarità, un cerchio aperto tra l’altro, quindi una circolarità aperta alle novità.
Ma vorrei fare domande inverse, quindi parlare di circolarità col professor Mancuso e di linearità col maestro Tetsugen. Quindi professor Mancuso, a suo parere senza un’idea di storia che procede verso un fine, senza l’idea che esista un’evoluzione dotata di senso, esiste ancora una vita spirituale, la vita spirituale non rischia di smarrire la sua spinta, la sua vitalità, anche una spinta etica se vogliamo verso il futuro.
VITO MANCUSO
“Ma guarda, al di là della linea della storia, esiste la linea della nostra storia. Che la nostra storia abbia una linea, questa è evidente. Eravamo bambini, eravamo piccoli, e tutti ci ricordiamo della mamma e del papà che ci portavano con le mani e poi adesso siamo ognuno all’età che ha, quindi… Che esista una linearità.
Adesso poi parliamo di noi. Questa linea del tempo è del tutto evidente per quanto attiene alla nostra esistenza. Quindi questa c’è.
Poi va bene, gli spazi cosmici, le varie descrizioni sulla storia, la ciclicità, la linearità, la spirale, la freccia che scende, la freccia che sale, tanti schemi, si possono parlare della storia, ma per quanto attiene alla mia storia, io la linea la vedo, la tocco, la sento e so già dove mi porterà. Bambino che era, lo so già dove mi porterà. Quindi esiste una consumazione, una formazione e una consumazione del tempo.
E quindi dentro questa linea, questo cammino, questo percorso, questo itinerario, qui siamo nella Via Francigena, appunto, no? Questo cammino. Io cammino. E l’etica è lo stile con cui si cammina.
E si può camminare così, non nel senso di fare il maratoneta, ma volevo dire così, no? Scomitando per arrivare, primi, primi, per essere qui. O si può camminare mano nella mano, in qualche misura, con gli altri, cercando relazioni, cercando armonia. E questa è l’etica.
Il punto vero è il seguente. Dove la trovo l’energia per camminare insieme, per non scomitare, quando invece ho appena ricevuto una scomitata, un gomito nella pancia di quello davanti a me e quando vedo tanti altri scomitare? Cioè qual è la fonte di energia per l’etica? Perché essere sempre giusti anche quando molti sono ingiusti? Perché essere onesti quando si può perché nessuno ti vede, essere disonesti ed è conveniente in certi momenti essere disonesti? Perché nel nome di cosa? Cioè dove la prendo l’energia? Devo introdurre energia, no? In questa energia spirituale, in questa volontà di essere onesti, di essere imperativo, categorico, kantiano, di rispettarlo. Agisci in modo da trattare l’umanità se è nell’altrui persona sempre come fine ma è semplicemente come mezzo.
Ecco, ci vuole energia per agire così. E allora ecco che te arriva il discorso della spiritualità. La spiritualità è un distributore di carburante.
Ti attacchi e ricevi un’energia positiva che ti viene e che immetti nei diversi sistemi a cui partecipi. Sistema famiglia, sistema azienda, sistema Berceto, sistema Comune, Regione, sistema Nazione, ecologia, ecosistema, eccetera. Ognuno ha il sistema corpo, il sistema psiche, perché anche dentro la nostra psiche bisogna mettere energia positiva, anche dentro il nostro corpo bisogna mettere energia positiva.
E quindi penso che la spiritualità, e concludo, sia effettivamente importante per generare quell’energia necessaria per l’azione etica”.
DOMANDA
Maestro Tetsugen, qual è, la prendo dalla risposta del professor Mancuso, nel buddismo zen la relazione tra etica e pratica? E non pensa che, tornando alla linea, ci sia in Occidente soprattutto un’ossessione per la meta, per il progresso, per il traguardo. E che questa forse non è una delle principali radici della sofferenza.
TETSUGEN SERRA
DOPO QUALCHE SECONDO
“E questa è la risposta. Tutti aspettiamo una risposta, tutti aspettiamo una meta, tutti aspettiamo un risultato.
È assolutamente normale, è nella norma. Causa ed effetto l’ameba si trasforma perché è spinta da un’energia. L’essere umano si riproduce perché, una volta adesso, non sono più… Poi c’è molto poco, no? Anche a Berceto c’è bisogno di bambini, insomma.
Ma questa fa parte della normalità dell’essere umano. Il risultato, la meta, il desiderio. Quali di queste non fanno parte? Nessuna.
Soltanto che alle volte mettiamo di più l’accento per difenderci, per paura, per tanti problemi che abbiamo dentro, che la società ci ha creato, che l’educazione ci ha creato. E quindi mettiamo l’accento sul nostro io, sul nostro ego, sulla nostra difesa, per cui la meta è limitata soltanto alla nostra egoicità. Ma questo, purtroppo, è il risultato di tante cose.
La spiritualità è quella che ci aiuta a comprendere, prima anche in maniera coscienziale, poi in maniera molto più profonda, che se noi abbiamo questi desideri che comunemente o eticamente vengono riconosciuti malsani è perché siamo cresciuti in un certo modo, siamo stati educati in un certo modo da cui è molto difficile, molto molto molto difficile uscirne. Se siamo fortunati incominciamo a muovere i primi passi per uscirne, ma di solito succede qualcosa di grave o di estremamente grave. Il rieferto del medico che non ci dà molto tempo da vivere o il lavoro che ci viene a mancare con una famiglia, anche se ormai non è più così numerosa, ma anche fosse solo con me stesso, da mantenere.
L’invasione di uno spazio che riteniamo nostro, sacro, italico e così tante, tutte queste piccole, mettere in dubbio queste piccole certezze, che sono piccole ma in realtà per noi sono grandi, sono quelle che danno un’identità a noi. Quando accade, quando si incrina qualcosa in queste certezze forse qualcuno fortunato dice ma forse non era proprio così che doveva essere. Forse io non sono proprio la persona che corrisponde a tutti questi desideri, a tutte queste ricerche, a tutti questi io, io, io, io che devo difendere e che mi hanno insegnato a difendere perché sennò non so chi sono.
Forse devo iniziare a cercare veramente chi sono dietro a tutto questo. Per me la spiritualità è proprio la ricerca al di là, o noi nello Zen diciamo dietro, fare un passo indietro a tutto quello che noi pensiamo di essere. Certamente non è semplice, certamente è destabilizzante.
Certamente lasciare andare determinati desideri, volontà, obiettivi fanno parte dell’essere umano ma sono limitati e limitanti, soprattutto per uno stato di coscienza molto più aperto. Di solito si pensa sto sforando sui 12 minuti perché voglio portarmi in pari. Grazie.
Si pensa che la ricerca spirituale, noi abbiamo un piccolo centro qua insomma, ma anche con altri centri in altre città, una migliaia di persone che girano nell’anno. I primi approcci sono che la ricerca spirituale è a tempo perso e che la ricerca spirituale, usiamo la parola ricerca spirituale, io userei la ricerca di se stessi, ma che la ricerca spirituale sia una cosa un po’ così, insomma hai fallito la tua vita, adesso ti metti a fare la ricerca spirituale o non sai come portare avanti se hai arrivato a 50 anni, a 60 anni i figli, perché ancora si facevano i figli, magari anche i nipoti appena nati e adesso vado a Sanboji e faccio una settimana di ricerca spirituale. Invece che andare nel ClubMed e starmene bene vado lì perché così cioè non è proprio così, ma anche così certamente.
Dovrebbe essere veramente la prima cosa che mettiamo in campo perché trovare noi stessi trovare la profondità come dice Dogen, un maestro Zen trovare noi stessi e perdere noi stessi perdere noi stessi vuol dire il nostro io, la nostra egoicità perdere la nostra egoicità e il nostro io vuol dire trovare tutti gli altri essere uno con gli altri Zen parla di unità non di comunione con gli altri, ma di unità con gli altri che è molto diverso dalla comunione”.
DOMANDA
Qual è per lei un gesto, un’azione umana che esprime al meglio la spiritualità? Qual è, così, distinto, quale sceglierebbe?
TETSUGEN SERRA
“D’istinto io sceglierei quello che è comune a tutti in Occidente, perlomeno meno in Oriente ma che amo molto in Occidente molto di più in Occidente, e che dovrebbe essere fatto veramente profondamente.
Questo dare la mano questa relazione non importa se nasce da nascondere l’altra che invece ha la spada, così l’Oriente è stupendo, è meraviglioso in Oriente io parlo per il Giappone poi tutto l’Oriente si fa un gesto (MANI IN PREGHIERA) che è questo bello ma non c’è la relazione con l’altro profondo, non c’è il corpo non c’è la fisicità, non c’è l’energia non c’è il cuore, c’è solo uno con te, se uno con me viene e mi abbracci, in Oriente abbracciarsi è troppo”.
DOMANDA
Professor Mancuso ricerca spirituale come priorità e qual è per lei un gesto, un atto che rappresenta meglio questa ricerca?
VITO MANCUSO
“Il silenzio inteso come ascolto profondo e poi la postura del corpo in modo tale che il corpo esprima il desiderio di accogliere e di ascoltare e direi anche di venerare.
Io sento molto il bisogno a volte proprio l’istinto direi anche la bellezza della devozione, gli inchini, la riverenza, la genuflessione, la prostrazione possono essere gesti ipocriti e formalistici ovvio, ma possono esprimere una musica dell’anima un desiderio, proprio quel desiderio che non viene estinto, ma viene elevato e sale come sale il fumo dell’incenso, perché il nostro ego può essere egoista ma senza ego non hai l’amore chi ama?
Può amare solamente un io, che sente profonda devozione nei confronti di un’altra persona, di una montagna, di un albero di un animale di una musica di una tradizione, e esprime mediante le parole dicendo ti amo o mediante il silenzio con i gesti, l’inchino, la riverenza quello che gli viene, quello che sa quello che la tradizione gli ha insegnato.
Ecco io alla fine non saprei dire altro se non proprio questo amore che diventa capacità di abbraccio di ascolto di accoglienza e che a volte non ha bisogno di parole, basta lo sguardo magari anche gli occhi chiusi.
Insomma non c’è un gesto c’è un sentimento che a volte si esprime in un gesto a volte in un altro ma che sempre dice questo senso di accoglienza di devozione e di venerazione. Io sento questa venerazione questo desiderio di preghiera, questo desiderio di preghiera poi puoi dire padre, padre nostro padre e andare avanti oppure lo dici in latino oppure lo dici in padre oppure puoi dire madre, grande madre grande spirito grande mistero dell’essere, non so a chi mi rivolgo ma sento grande mistero dell’essere che sono dentro di te e che tu sei dentro di me.
Più si sente che ci si unisce con questo ai secoli, quante persone quanti nei secoli indietro. Perché c’è proprio almeno io parlo di me, dai secoli di sentirti sentire la preghiera di quante volte mi capita di sentire la preghiera di Socrate, che chiude il fedro -o caro Pan e voi tutti dei che siete in questo luogo fate che io sia bello di dentro e che tutto quello che è fuori sia in armonia con quello che ho dentro- fine della preghiera.
E’ la preghiera di Socrate e poi le preghiere di Eckhart e le preghiere di Plotino, ci sono delle pagine di Plotino, insomma di questo non so se sono riuscito a dire ecco così. Grazie mille”.
DOMANDA
Avevo una domanda, no non ce l’ho più, e quindi salto, vorrei suscitare invece un dialogo diretto e quindi chiederle professor Mancuso di rivolgere al maestro Tetsugen un’obiezione un dubbio sulla visione che è stresso stasera, ma che conosce cosa gli potrebbe chiedere?
VITO MANCUSO
“No guardi ,non mi viene in mente adesso proprio niente, io la prenderei piuttosto così tenterei di dare un’interpretazione al momento che stiamo vivendo, noi che momento stiamo vivendo? poi maestro lei veda in quello che dico cosa farsene di quello che dico, noi stiamo vivendo un momento che comunemente si direbbe di dialogo interreligioso, lei rappresenta una tradizione spirituale io non rappresento nessuno, solamente me stesso, perché non potrei dire neanche che rappresento il cristianesimo perché, forse l’occidente, perché il cristianesimo in parte io senza il cristianesimo non sarei ma il cristianesimo non mi definisce più per quello che sono, infatti nei miei libri mi definisco post cristiano oppure neo-cristiano cioè senza il cristianesimo non sarei quello che sono ma quello che sono non viene definito totalmente del cristianesimo, ricordo una volta che parlavo con un amico teologo secondo me il più grande teologo italiano Carlo Molari.
Eravamo cari amici e gli dissi senti don Carlo ma, ma che cosa vuol dire essere cristiano? e lui mi rispose dicendo così. Vuol dire tenere fisso lo sguardo su Gesù, allora io gli risposi allora io non sono cristiano, perché io Gesù lo guardo ma poi non è che tengo fisso lo sguardo su di lui, guardo anche il Budda e devo dirti don Carlo con altrettanto amore con altrettanto amore, e poi guardo Platone e devo dirti o Socrate quella linea lì Socrate Socratica Platonica, con altrettanto amore, e poi la rivolgo anche a Confucio all’Analecta di Confucio e devo dirti con altrettanto amore e quindi sento bisogno di convocare dentro di me ecco stiamo vivendo un dialogo interreligioso in cui lei rappresenta una tradizione io rappresento una ricerca.
L’inquietudine dell’occidente forse, che per molti aspetti si che viene da una tradizione ma che per molti aspetti non si riconosce più, e quindi ho pensato il dialogo interreligioso. Secondo me ci sono cinque modelli adesso sarò il più possibile telegrafico nel dire quali sono questi cinque modelli e poi vorrei sentire cosa ne pensa lei.
- Il primo modello è quello classico cattolico lo potremmo chiamare esclusivismo cioè c’è solamente una via che è la salvezza, che è quella della chiesa cattolica -extra ecclesiam nulla salus- quindi per salvarsi bisogna diventare cattolici e essere battezzati chi non lo é va all’inferno. Questa era la visione di Sant’Agostino
- la seconda tradizione è quella del inclusivismo, che arriva diciamo così a compimento nel Concilio Ecumenico Vaticano II, è quella più diffusa nel mondo cattolico attuale che è quella che ritiene che, si il cristianesimo è la via principale però anche le altre vie sono salvifiche solamente sono salvifiche, nella misura in cui portano alla via principale che è quella cristiana ,quindi il buddismo sarebbe una via secondaria se la pratichi veramente comunque ciò che di buono c’è dentro lì ti fa confluire nella via principale che è quella cristiana e questo è l’inclusivismo
- la terza via è quella del pluralismo convergente. Pensate a una montagna pensate a una montagna, c’è una vetta a cui tutti si può arrivare però a questa vetta si può arrivare da diversi sentieri. Versante nord, versante cosa c’è qui? Ovest versante est, versante sud, per cui all’inizio sei separato, però man mano che si sale ci si ritrova in cima e qui si converge che è il pluralismo appunto relativo e convergente.
- la quarta via è quella che dice pluralismo assoluto, dice ma no ma non esiste proprio nessuna comune montagna esistono diversi sentieri e quello che per te è la meta per l’altro non lo è quindi non c’è ne una meta comune, ci sono i sentieri che a volte si incrociano, a volte no, ma la meta del cristianesimo o la meta dell’ebraismo è completamente diversa dalla meta del buddismo zen, e anche delle altre forme di buddismo, quindi pluralismo assoluto e quindi la migliore dei casi qui c’è lo staccato io sto da una parte, ci rispettiamo però sappiamo che siamo diversi e diversi rimarremo, nessuna possibilità pluralismo assoluto.
- e infine c’è la quinta via che è quella che si potrebbe chiamare della ibridazione reciproca, cioè riprendete l’idea della montagna in un certo senso e uno prende un sentiero però non è che continua a stare su questo sentiero che ha fatto, no, un sentiero poi scende e si ritrova su un sentiero di un altro poi sale, magari non arriverà mai, e comunque girando così prende un po’ di qua un po’ di là a seconda delle sue capacità, e quindi succede come diceva Panikkar sono partiti, immagino sappiate chi era Raimon Panikkar e se non lo sapete fa niente il quale diceva era un grande teologo, diciamola pure così. Il quale diceva sono partito cristiano mi sono scoperto Indù, sono arrivato a essere buddista senza mai smettere di essere cristiano. Ecco lei maestro come la vede?”
NESSUNA RISPOSTA CON APPLAUSI SI SPOGLIA DI QULCHE VESTITO
TETSUGEN SERRA
“Chiedo perché rispetto alla pratica che sto facendo, principalmente lo vedo come una spogliazione totale e un’unione totale. Nessuna delle cinque mi corrisponde. Penso che l’essere umano debba spogliarsi totalmente di tutto nel silenzio che diceva lei prima.
E lì c’è la vera comunione, non interreligiosa e neanche interumana, ma universale. Vedo che questa sia la pratica migliore, pur magari mantenendo una parte dei propri vestiti, no? Certo, però molto importante. Ne abbiamo parlato in altri momenti.
Io non partecipo molto ai dialoghi interreligiosi perché solitamente appartengono a uno di questi cinque punti che sono stati esposti e non mi corrispondono. Quando invece il punto è il silenzio, è l’unione, è il lasciare andare ogni dogma, ogni vestito, non tanto il vestito esterno ma quello interno, allora sicuramente mi interessa partecipare a questa grande unione.
DOMANDA
Maestro, lei, l’ultima domanda, ha un’obiezione, un dubbio, una domanda da porre al professor Mancuso per chiudere questo dialogo?
TESTSUGEN SERRA
“No, nessuna. Sarebbe molto bello perché animerebbe, ma domande ce ne sono sicuramente tante, questo è il dubbio, ed è da come lei ha aperto con questa visione di Dio, che cos’è Dio.
Ma meglio di me, ha risposto poi il professor Mancuso su questo, per cui senza Dio per lo Zen, per il Buddismo, naturalmente non c’è questa visione, non c’è la visione salvifica perché non c’è niente da salvare, non perché non ci sia qualcuno che ti salva, perché non c’è niente da salvare, c’è soltanto da emanciparsi, possiamo chiamarlo salvezza, salvazione, può darsi, ma in realtà tutti siamo già illuminati, tutti siamo già, nel Buddismo si dice natura di Buddha, non che siamo dei Buddha là seduti come Buddha, natura di Buddha vuol dire realizzazione, nel senso che niente ci manca, la nostra natura originaria e tutto quello che abbiamo scritto sopra che purtroppo offende la dignità dell’essere umano, e quindi la via spirituale è per tornare a questa grande profondità, bellezza che l’essere umano, e mi limito a parlare dell’essere umano ma potrei parlare delle vespe, delle api, di tutto, ma loro hanno meno bisogno di noi, di questa ricerca spirituale, per cui nello Zen non c’è la salvazione, non c’è nessuno che ti salva perché non c’è niente da salvare, non perché non ci sia nessuno che ti salva, perché tutto è già realizzato, si tratta solo di togliere il velo di Maya, soltanto di lasciare andare tutte le condizioni che ci hanno reso indegni di vivere
Questa bellezza e questa vita, e la via spirituale ci aiuta a ritornare a casa, per questo mi è difficile vedere qualcosa che non è sicuramente, come stava esponendo il professore su Dio.
Però quando sento questa visione, di ricerca fuori da noi non mi corrisponde per non conoscenza“
VITO MANCUSO
“Sono d’accordo sul fatto che ci possa essere una sesta via di spogliarsi. Io la camicia me la tengo. Insomma. Mentre per quanto attiene all’ultima cosa, io sento davvero la differenz. La sento perché… perché per me invece c’è tanto da salvare.
Sa Maestro, forse la differenza è quella che, anche ieri dicevo al monastero, non so se lei ha sentito c’era o no, ma quando ricordavo di quell’articolo di Emanuele Severino sul Corriere della Sera, di tanti anni fa, ormai perché io facevo il liceo, quindi quarant’anni fa, anche di più, e in quell’articolo Emanuele Severino disse che Gesù sbagliava a usare l’imperativo “aoristo”, nelle preghiere del Padre Nostro perché avrebbe dovuto invece usare l’indicativo presente, esattamente come lei adesso ha detto, cioè si tratta semplicemente di togliere il “velo di maya”, di vedere che il regno è qui, che tutto è compiuto, che c’è una suprema bellezza.
Ecco io invece da questo punto di vista sono consonante con la visione di Gesù, che poi la visione di Platone, che poi la visione anche di Kant, che c’è un processo e in questo processo qualcosa si compie, e qualcosa disgraziatamente si perde e va salvato e che il male esiste, che la sconfitta, il fallimento esiste, e che per questo c’è bisogno di un piano B, che Gesù chiamava Regno di Dio, che Platone chiamava Iperuranio.
Tutti coloro che pensano a una trascendenza, sentono che questo mondo non è perfetto, non basta per la giustizia, perché è attraversato anche dall’ingiustizia profondamente.
E allora ecco che Gesù diceva, non come Emanuele Severino, è santificato il tuo nome, e così diceva Severino che bisognava, è fatta la tua volontà, viene il tuo Regno, Gesù diceva, sia santificato il tuo nome, venga il tuo Regno, sia fatto, perché qui il tuo nome spesso non è santificato, la tua volontà non è fatta, il tuo regno non c’è e allora c’è questo “streben”, c’è questo sforzo, questo anelare, questo cammino, questo pellegrinaggio, verso la patria che si può chiamare, lo ripeto, Regno di Dio, Regno dei Fini, diceva Kant, Iperuranio, diceva Platone, altri dicevano in altri modi, ma ecco qui c’è una grande differenza tra la sua visione e la mia, ma per fortuna, no?
TETSUGEN SERRA
“Bene, io non ho da controbattere niente, non vorrei soltanto che si pensasse che il buddismo dice che tutta la vita è bella, sorridente, siamo noi che non la vediamo così, assolutamente, è la via spirituale che porta a comprendere e a realizzare che è possibile vivere un’altra vita, la sofferenza.
E’ il primo enunciato del buddismo aiutare tutti gli esseri a superare la sofferenza, la sofferenza dovuta ad una visione strettamente individualista, egoica, anziché universale, ma c’è, non è illusoria.
E per questo che il buddismo propone una pratica, una via per superare questo, che vede il bene, vede il male, vede la giustizia e l’ingiustizia, tutta una buona frutta che mangiamo tutti i giorni, perché ci nutriamo tutti i giorni e invece poi quando è nello stomaco è veleno. Grazie.
GIORGIOFABRUCCI
Io vi chiederei di dedicare un applauso al professor Vito Mancuso e al maestro Tetsugen, abbiamo avuto il privilegio di essere partecipi a questo dialogo franco e profondo, ringrazio ancora la Sindaca che ha aperto le porte del comune, al monastero di Sanboji e al Buddha Summer Camp, grazie a tutti voi e una buona serata.
GROPPI CESARE TG PARMENSE
