La NATO che verrà: piano B europeo tra cene riservate e sfide nucleari – di Pierangelo Panozzo

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NATO EUROPEA

La NATO che verrà: piano B europeo tra cene riservate e sfide nucleari

Mentre Trump parla di lasciare l’Alleanza, i partner europei costruiscono in silenzio un’architettura di difesa autonoma. La svolta inattesa arriva da Berlino.

di Pierangelo Panozzo

Roma, 16 aprile 2026

 

“Non succede, ma se succede.” Con questa formula prudente — la stessa che i funzionari europei usano tra loro nelle conversazioni riservate — si sta costruendo uno dei più significativi riassetti strategici dell’Occidente dalla fine della Guerra Fredda. Il Wall Street Journal ha rivelato nei giorni scorsi che i partner europei della NATO stanno accelerando un piano di contingenza per garantire la difesa del continente anche in caso di ritiro — parziale o totale — degli Stati Uniti dall’Alleanza Atlantica.

Il piano, che alcuni funzionari chiamano informalmente “NATO europea”, non è un’iniziativa pubblica né un documento firmato in una sala conferenze. Avanza attraverso cene di lavoro, colloqui bilaterali e riunioni ai margini dei summit dell’Alleanza. Il suo obiettivo non è sostituire la NATO, ma renderla sopravvivibile anche senza la superpotenza che la fondò a Washington nel 1949.

LA SVOLTA DI BERLINO

Il cuore politico della vicenda è tedesco. Per decenni, la Germania ha resistito alle pressioni francesi per una maggiore autonomia difensiva europea, preferendo mantenere Washington come garante ultimo della sicurezza continentale. Una posizione comprensibile: Berlino ospita armi nucleari statunitensi, e mettere in discussione il ruolo americano avrebbe significato toccare l’architrave della propria sicurezza.

Quella posizione sta cambiando sotto il cancelliere Friedrich Merz. Secondo fonti a lui vicine citate dal WSJ, alla fine del 2025 Merz ha concluso che Trump era pronto ad abbandonare l’Ucraina, confondendo vittima e aggressore nel conflitto, e che non esistevano più valori chiari a guidare la politica americana all’interno dell’Alleanza. La conseguenza: la Germania ha aperto al piano B, trascinando con sé Regno Unito, Francia, Polonia, i Paesi nordici e il Canada. Il ministro della Difesa Boris Pistorius ha sintetizzato la nuova dottrina in una formula: “La NATO deve diventare più europea per restare transatlantica.”

I DETONATORI: GROENLANDIA, IRAN, UCRAINA

Tre crisi hanno accelerato il processo. La minaccia di Trump di appropriarsi della Groenlandia — territorio di un alleato NATO — ha rotto un tabù politico che sembrava invalicabile. Il rifiuto europeo di sostenere l’Operazione Epic Fury contro l’Iran, culminato nel blocco dello Stretto di Hormuz da parte degli ayatollah, ha aperto uno strappo operativo tra le due sponde dell’Atlantico. E la guerra in Ucraina ha dimostrato concretamente quanto la dipendenza europea dagli asset militari americani — dai satelliti di sorveglianza ai sistemi di allerta missilistica — possa diventare un punto di vulnerabilità strategica.

Trump non ha nascosto il suo ragionamento: “Perché spendere miliardi se la NATO non è con noi?” Le sue parole, rilanciate dai media di tutto il mondo, hanno fatto capire — non per la prima volta — che un ritiro o un ridimensionamento del contributo americano è uno scenario reale, non un’ipotesi da manuale.

LE SFIDE OPERATIVE E IL NODO NUCLEARE

Tradurre il piano in realtà militare concreta è tutt’altra questione. Le sfide più impegnative riguardano la difesa aerea e missilistica, i corridoi di rinforzo verso Polonia e Paesi Baltici, le reti logistiche e la conduzione delle grandi esercitazioni regionali. L’Europa è in ritardo su guerra antisommergibile, capacità spaziali, rifornimento aereo e mobilità strategica. Un segnale concreto del nuovo orientamento è il progetto anglo-tedesco annunciato di recente per lo sviluppo congiunto di missili stealth e armi ipersoniche.

Il nodo più sensibile resta però quello nucleare. Francia e Gran Bretagna sono sotto pressione affinché estendano il loro ombrello atomico ad altri partner europei. Macron e Merz hanno già avviato discussioni — discretissime — sulla possibilità di estendere la deterrenza nucleare francese alla Germania. È un cambio di paradigma che avrebbe conseguenze geopolitiche di portata storica.

UN’ARCHITETTURA IN COSTRUZIONE

L’Italia non è estranea a questo processo. Il summit intergovernativo Roma-Berlino del gennaio 2026 ha prodotto un accordo di cooperazione rafforzata su sicurezza e difesa, con l’impegno a coordinare risposte congiunte alle minacce euro-atlantiche. Meloni ha annunciato l’adesione italiana all’accordo multilaterale sulle esportazioni di armamenti già esistente tra Germania, Francia, Spagna e Gran Bretagna — un atto di posizionamento strategico non secondario.

Quel che emerge dall’insieme di questi movimenti è l’immagine di un’Europa che, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, sta prendendo sul serio la propria autonomia strategica — non per scelta ideologica, ma per necessità geopolitica. Il segretario generale dell’Alleanza Mark Rutte lo ha detto esplicitamente: la NATO diventerà “more European-led”. Il presidente finlandese Alexander Stubb ha sintetizzato il senso di questa transizione con lucidità: “Meglio gestirla con ordine ora, che subirla nel caos domani.”

Il piano B esiste. Avanza in silenzio, tra cene e colloqui riservati. La domanda non è più se l’Europa saprà difendersi senza gli Stati Uniti. La domanda è quanto tempo le resta per impararlo.

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