Nucleare, ricominciare senza dimenticare Il ritorno italiano richiede regole, competenze e investimenti. Ma soprattutto fiducia pubblica e continuità nelle decisioni. – di Pierangelo Panozzo

Nucleare, ricominciare senza dimenticare

Il ritorno italiano richiede regole, competenze e investimenti. Ma soprattutto fiducia pubblica e continuità nelle decisioni.

di Pierangelo Panozzo

Mercoledì 23 settembre 2026, con 81 voti favorevoli, il Senato ha approvato definitivamente il disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile. Ho provato due sentimenti: la soddisfazione di vedere l’Italia riprendere una strada interrotta quasi quarant’anni fa e il rammarico per il tempo perduto.

Ho attraversato il nucleare civile da diverse angolazioni. Ho cominciato negli anni in cui Breda Nucleare, Ansaldo Nucleare ed ENEA al Brasimone rappresentavano un patrimonio industriale e scientifico di prim’ordine. Dopo il referendum del 1987 e le successive decisioni di abbandono, il lavoro è cambiato: dalla costruzione si è passati alla dismissione. Ho visto professionalità disperdersi, tecnici partire, aziende riconvertirsi.

Non tutto è andato perduto. Con Mangiarotti ho conosciuto una manifattura capace di restare sui mercati nucleari internazionali anche senza un programma nazionale: lo stabilimento di Monfalcone, oggi nel gruppo Westinghouse, dimostra che l’Italia conserva capacità da valorizzare.

A Pelindaba, in Sudafrica, ho ritrovato il tema del decommissioning, un tema che riguarda anche l’Italia e lo smantellamento degli impianti di Latina, Garigliano, Trino e Caorso. Chiudere un impianto richiede rigore e cultura della sicurezza quanto costruirlo: la responsabilità nucleare non finisce quando si spegne un reattore.

In Svezia, con ABB a Västerås, ho conosciuto il pragmatismo industriale; in Giappone, con Mitsubishi a Kyushu, una cultura della qualità e della precisione; in Francia, con AREVA ed EDF, il peso del nucleare in un sistema elettrico a basse emissioni, capace di esportare energia anche verso l’Italia.

Intanto il quadro globale cambia. Gli Stati Uniti rilanciano il settore, spinti anche dalla domanda elettrica di data center e intelligenza artificiale; la Cina costruisce nuovi reattori a un ritmo che l’Occidente fatica a eguagliare. Il rischio per l’Europa è perdere competitività industriale in un settore strategico e dipendere da fornitori esterni, come già accaduto per gas e petrolio.

Una filiera non si improvvisa: si costruisce in decenni di ricerca, commesse, formazione e continuità nelle decisioni, e può indebolirsi molto più rapidamente di quanto occorra per ricostruirla.

Per questo considero giusta la scelta del Governo. Un Paese industriale deve poter valutare il contributo del nucleare alla sicurezza energetica e alla decarbonizzazione, accanto a rinnovabili, reti, accumuli ed efficienza. Importare elettricità resta parte del mercato europeo; sviluppare capacità produttiva e tecnologica nazionale è una scelta strategica.

Il provvedimento non autorizza centrali: delega il Governo ad adottare, entro dodici mesi dall’entrata in vigore, i decreti legislativi del nuovo quadro normativo. Il 2033–2034 indicato dal ministro Pichetto Fratin resta un orizzonte, subordinato ad autorizzazioni, maturità tecnologica, finanziamenti e tempi di costruzione.

Da tecnico, vedo quattro condizioni perché questa apertura diventi un programma credibile.

La prima è la sicurezza: un’autorità realmente indipendente, con personale qualificato e risorse adeguate. La fiducia nasce dalla certezza che chi controlla abbia gli strumenti per farlo.

La seconda riguarda i rifiuti. Occorre realizzare il Deposito nazionale distinguendone le funzioni: sistemazione definitiva per i rifiuti a molto bassa e bassa attività, stoccaggio temporaneo per quelli a media e alta attività, in attesa di una soluzione geologica. È una responsabilità che esiste già, con o senza nuove centrali.

La terza sono le competenze. Enel, Ansaldo Energia e Leonardo, soci di Nuclitalia, sono una base importante, ma servono giovani ingegneri, tecnici specializzati, università e imprese della componentistica. La formazione deve precedere i cantieri.

La quarta è la sostenibilità economica. Costi, finanziamenti, tempi e responsabilità per ritardi o extracosti devono essere trasparenti, e i benefici per famiglie e imprese vanno dimostrati con valutazioni verificabili.

Infine, il consenso. Due referendum ci ricordano quanto sia profondo il rapporto fra energia e fiducia pubblica. Coinvolgere i territori significa ascoltare, discutere alternative, rendere comprensibili rischi e benefici. Nessun programma destinato a durare decenni può reggersi soltanto sulla maggioranza politica del momento.

Dopo quasi quarant’anni, l’Italia riapre una possibilità. Ora servono competenza, trasparenza e costanza per trasformarla in una scelta capace di durare.

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