Sudafrica: dopo le miniere, anche le università guidano la transizione energetica
di Pierangelo Panozzo
C’è un dettaglio che sfugge alla cronaca spicciola ma che segna un punto di svolta silenzioso nel panorama energetico sudafricano: per la prima volta, le grandi istituzioni pubbliche di formazione superiore si stanno affiancando alle miniere e all’industria pesante come protagoniste dirette della contrattazione energetica su scala nazionale.
Il caso più recente riguarda la Nelson Mandela University, nell’Eastern Cape, dove è stato realizzato un impianto fotovoltaico da 4,4 MW distribuito sui suoi sette campus — 8.500 pannelli solari la cui installazione fisica è ormai completata, ma che entreranno pienamente in funzione, coprendo tra il 25 e il 30% del fabbisogno elettrico dell’ateneo, entro maggio 2027. A questo si affianca un accordo decennale con Etana Energy, operatore energetico con sede a Città del Capo, che tramite meccanismi di wheeling — cioè il trasporto di energia rinnovabile attraverso la rete nazionale di Eskom da impianti solari ed eolici situati altrove nel Paese — fornirà un ulteriore 50-55% di energia pulita. Il risultato complessivo: l’80% del fabbisogno elettrico dell’università sarà coperto da fonti rinnovabili, con un risparmio stimato tra gli 8 e i 10 milioni di rand l’anno rispetto agli attuali 60 milioni spesi in bollette Eskom, e una riduzione delle emissioni di circa 12.000 tonnellate di CO2 annue.
Non è un caso isolato. Appena qualche settimana prima, il 2 giugno, l’Università di Città del Capo (UCT) aveva firmato quello che viene definito il primo power purchase agreement di lungo periodo tra un trader energetico e un ateneo pubblico sudafricano, questa volta con Discovery Green. L’accordo, che partirà nel terzo trimestre del 2027 e durerà quasi un decennio, convertirà tra il 70 e il 90% del consumo elettrico dei campus principale e di Scienze della Salute in energia rinnovabile, con un taglio previsto di 33.200 tonnellate di CO2 l’anno. UCT si inserisce così in un portafoglio che Discovery Green gestisce già per oltre cinquanta organizzazioni.
Il denominatore comune è la scarsità di spazio per il fotovoltaico sui tetti dei campus storici, spesso vincolati da ragioni patrimoniali o architettoniche: la soluzione trovata dalle università è guardare fuori dal proprio perimetro fisico, acquistando energia rinnovabile immessa fisicamente nella rete nazionale da impianti solari ed eolici situati altrove, e attribuita al cliente per via contabile attraverso il meccanismo del wheeling. È lo stesso modello che Etana Energy sta replicando su scala industriale — dall’accordo da 220 MW con Sibanye-Stillwater alle intese pluriennali con Tharisa — confermando il wheeling come uno degli strumenti principali per ridurre la dipendenza dall’energia acquistata da Eskom e accelerare l’accesso alle fonti rinnovabili attraverso la rete esistente.
Quello che emerge, in filigrana, è un cambio di paradigma: gli utenti energetici di grande scala non sono più soltanto le miniere e l’industria pesante, ma anche le istituzioni di interesse pubblico. Un segnale che, se confermato da ulteriori adesioni, potrebbe accelerare gli investimenti privati in nuova capacità rinnovabile in un Paese ancora alle prese con una cronica insicurezza dell’approvvigionamento elettrico.

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