Circoscrizioni estere, una riforma silenziosa che riguarda milioni di italiani di Pierangelo Panozzo

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Circoscrizioni estere, una riforma silenziosa che riguarda milioni di italiani

di Pierangelo Panozzo

C’è una domanda che pongo spesso ai connazionali che incontro a Johannesburg, Abu Dhabi, Kampala o Ouagadougou: «Vi sentite davvero rappresentati dal Parlamento italiano?». La risposta, quasi sempre, è un imbarazzato “non saprei dire”. Ed è proprio in quell’incertezza che si annida il problema della rimodulazione delle circoscrizioni estere: una riforma tecnica nel nome, ma politica nella sostanza, che riguarda oggi oltre sei milioni di cittadini italiani residenti fuori dai confini nazionali, secondo gli ultimi dati dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE).

Un sistema pensato per un’altra epoca

L’attuale assetto della Circoscrizione Estero nasce all’inizio degli anni Duemila, in un contesto migratorio molto diverso da quello odierno. Le quattro ripartizioni attuali — Europa; America Meridionale; America Settentrionale e Centrale; Africa, Asia, Oceania e Antartide — furono pensate quando i flussi migratori italiani seguivano rotte precise e prevedibili: verso il Nord Europa per il lavoro operaio, verso le due Americhe per l’emigrazione storica di fine Ottocento e del dopoguerra. Oggi la mappa è un’altra. Accanto alle comunità storiche sono cresciute nuove diaspore fatte di imprenditori, professionisti, ricercatori, diplomatici e tecnici che si muovono su rotte che quel disegno originario non poteva immaginare: dagli Emirati al Sudafrica, dal Giappone all’India, dall’Africa subsahariana all’Oceania.

È qui che il problema diventa evidente. La quarta ripartizione — Africa, Asia, Oceania e Antartide — riunisce realtà molto diverse tra loro, con esigenze spesso difficili da ricondurre a un’unica rappresentanza: comunità imprenditoriali consolidate come quella italo-sudafricana, presenze diplomatiche e accademiche in crescita nel Golfo, reti professionali in Asia orientale, e nuclei più piccoli ma strategici in Africa occidentale, dove peraltro si giocano oggi partite importanti di cooperazione economica e industriale tra Roma e diverse cancellerie del continente. Chiedere a un’unica rappresentanza parlamentare di dare voce a esigenze così distanti tra loro non è un capriccio geografico: è un problema strutturale di rappresentanza democratica.

Cosa dicono gli organismi di rappresentanza

Il tema è stato più volte affrontato nell’ambito del CGIE e da diversi COMITES, che nel corso degli anni hanno evidenziato l’esigenza di aggiornare alcuni criteri della rappresentanza degli italiani all’estero. Non si tratta di rivendicazioni polemiche, ma di segnalazioni tecniche che chiedono un aggiornamento dei criteri, non necessariamente un aumento dei seggi: una precisazione importante, perché nel dibattito pubblico i due piani — numero di parlamentari e distribuzione delle aree geografiche — vengono spesso confusi, con il rischio di trasformare una discussione di metodo in una polemica sui costi della politica.

Rappresentanza, non privilegio

Va detto con chiarezza, perché è un equivoco che ricorre ogni volta che si tocca questo tema: rimodulare le circoscrizioni non significa creare nuovi eletti né nuovi privilegi. Significa piuttosto chiedersi se un criterio pensato all’inizio degli anni Duemila regga ancora di fronte a una geografia umana che è cambiata radicalmente. L’attuale articolazione delle ripartizioni può rendere più difficile rappresentare in modo equilibrato comunità con caratteristiche e priorità profondamente diverse, soprattutto nella vasta area che comprende Africa, Asia, Oceania e Antartide. È un disequilibrio che la politica italiana, presa da urgenze più immediate, tende a rinviare.

Un dibattito che l’Italia non può permettersi di ignorare

Ogni riforma di questo tipo dovrà bilanciare tre esigenze non sempre compatibili: rappresentatività reale delle comunità, sostenibilità del sistema elettorale, semplicità amministrativa per consolati e uffici elettorali già sotto pressione. È un equilibrio che coinvolgerà Parlamento, Governo, CGIE e COMITES in un confronto che si annuncia lungo. Ma rinviarlo ha un costo politico preciso: in un momento in cui l’Italia rilancia la propria proiezione economica e diplomatica verso Africa, Golfo e Asia-Pacifico, proprio le comunità italiane in quelle aree rischiano di restare le meno rappresentate nel disegno istituzionale che dovrebbe tutelarle.

La questione non riguarda soltanto la geografia elettorale. Riguarda il modo in cui la Repubblica sceglie di rappresentare milioni di cittadini che vivono all’estero, contribuiscono all’economia, promuovono la cultura italiana e rafforzano la presenza del Paese nel mondo. Per questo la rimodulazione delle circoscrizioni estere non dovrebbe essere considerata una riforma per pochi addetti ai lavori, ma una riflessione sul futuro della rappresentanza democratica italiana.

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