La Corte Suprema difende la cittadinanza per nascita: battuta d’arresto storica per Trump di Pierangelo Panozzo

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CORTE SUPREMA USA

La Corte Suprema difende la cittadinanza per nascita: battuta d’arresto storica per Trump

di Pierangelo Panozzo

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha segnato una battuta d’arresto decisiva, il 30 giugno scorso, per uno dei tentativi più ambiziosi della seconda amministrazione Trump di riscrivere per via esecutiva un cardine della Costituzione americana. Con una maggioranza di sei voti contro tre, i giudici di Washington hanno respinto l’Ordine Esecutivo 14160, firmato dal presidente il primo giorno del suo secondo mandato, che intendeva negare la cittadinanza automatica ai bambini nati sul suolo statunitense da genitori privi di status legale permanente. Si tratta di una significativa sconfitta giudiziaria per l’agenda migratoria di Trump, non di una bocciatura dell’intera politica migratoria dell’amministrazione: la Corte si è pronunciata su uno strumento giuridico specifico, l’ordine esecutivo, non sull’insieme delle misure in materia di immigrazione.

Il caso, noto come Trump v. Barbara, era arrivato al vertice del sistema giudiziario americano dopo che diversi tribunali federali di grado inferiore ne avevano sospeso l’applicazione ritenendolo incompatibile con la Costituzione. L’ordine non è dunque mai entrato in vigore, ma la sua sorte era seguita con attenzione globale, trattandosi di un tentativo di reinterpretare, per la prima volta in oltre un secolo, il significato del Quattordicesimo Emendamento.

Il filo della storia, da Wong Kim Ark a oggi

Nella sentenza redatta dal Chief Justice John Roberts, la Corte ha ricostruito un percorso che attraversa il diritto consuetudinario inglese, la stagione della Ricostruzione post-bellica e il celebre precedente del 1898, il caso Wong Kim Ark, relativo a un cittadino nato a San Francisco da genitori immigrati cinesi a cui fu inizialmente negato il rientro in patria. Quella sentenza aveva sancito il principio dello jus soli con una sola eccezione rimasta valida ancora oggi: i figli dei diplomatici stranieri.

Roberts ha scritto che le argomentazioni dell’amministrazione e dei giudici dissenzienti non trovano sufficiente riscontro nei documenti storici: secondo la maggioranza della Corte, il testo e la storia del Quattordicesimo Emendamento confermano un principio esteso a tutte le persone nate sotto la giurisdizione americana.

A sostegno della maggioranza si sono schierati, oltre a Roberts, i giudici Sonia Sotomayor, Elena Kagan, Amy Coney Barrett e Ketanji Brown Jackson. È però la posizione del giudice Brett Kavanaugh a rappresentare, sul piano giuridico, il dato più interessante della sentenza: la maggioranza numerica è di sei voti contro tre, ma sul piano del ragionamento costituzionale puro lo schieramento è più articolato. Kavanaugh ha condiviso l’esito, bocciando l’ordine esecutivo, ma ha fondato la propria posizione non sul Quattordicesimo Emendamento bensì sul contrasto con la legge federale sull’immigrazione, riservandosi così una lettura costituzionale distinta da quella della maggioranza guidata da Roberts.

Tre dissensi, tre visioni diverse

Sul fronte opposto, i giudici Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch hanno depositato opinioni dissenzienti distinte. Thomas, in un testo di quasi cento pagine, ha sostenuto che il Quattordicesimo Emendamento fosse stato concepito esclusivamente per garantire la cittadinanza ai figli degli ex schiavi, e non si estendesse automaticamente ai figli di immigrati privi di domicilio stabile negli Stati Uniti. Alito ha definito la decisione un errore di portata storica, criticando l’estensione della cittadinanza ai casi di cosiddetto “turismo della nascita” e indicando nel Congresso, non nei tribunali, la sede propria per eventuali correzioni normative.

Le reazioni e lo scenario che si apre

Il presidente Trump ha commentato la sentenza definendola una battuta d’arresto, ma ha subito spostato il terreno dello scontro verso il Congresso, sollecitando un’iniziativa legislativa che, a suo dire, renderebbe superfluo un complesso emendamento costituzionale. Resta da vedere se una simile iniziativa troverà i numeri necessari in un’aula storicamente divisa sul tema e a fronte di un’opinione pubblica che, da decadi, mostra un sostegno consolidato al principio della cittadinanza per nascita.

La pronuncia rappresenta il secondo importante rovescio giudiziario subito dall’amministrazione Trump nel suo secondo mandato, dopo la sentenza dello scorso febbraio che aveva già invalidato parte del sistema di dazi voluto dalla Casa Bianca. Al di là dell’esito politico contingente, la decisione consolida un principio che ha attraversato indenne guerre, crisi migratorie e mutamenti di sensibilità politica: chi nasce sul suolo americano, salvo le eccezioni storiche già note, è cittadino degli Stati Uniti fin dal primo istante di vita.

Una posta in gioco che travalica i confini americani

La vicenda, pur radicata nel diritto costituzionale statunitense, si inserisce in un dibattito più ampio che attraversa l’intero Occidente: il rapporto fra identità nazionale, flussi migratori e criteri di attribuzione della cittadinanza. Diversi Paesi europei hanno negli ultimi decenni progressivamente irrigidito i propri criteri di jus soli, mentre altri ordinamenti, a partire da quello britannico, hanno da tempo abbandonato la regola della cittadinanza automatica per nascita, sostituendola con requisiti di residenza dei genitori. La scelta della Corte Suprema americana di mantenere inalterato il principio più ampio, proprio mentre cresce a livello globale la pressione politica per restringere i criteri di accesso alla cittadinanza, pone gli Stati Uniti in controtendenza rispetto a una parte del mondo occidentale, e riapre, anche fuori dai confini americani, l’interrogativo su quale debba essere oggi il punto di equilibrio fra sovranità statale, controllo dei flussi migratori e diritti individuali legati alla nascita.

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