Migranti e legalità: la rotta che serve all’Europa di Pierangelo Panozzo
Migranti e legalità: la rotta che serve all’Europa
di Pierangelo Panozzo
L’accordo raggiunto a Bruxelles il primo giugno scorso tra Parlamento, Consiglio e Commissione sul nuovo regolamento rimpatri segna un punto di svolta che merita di essere accolto con favore, ma anche letto con onestà intellettuale. Il testo introduce un ordine di rimpatrio europeo standardizzato, automaticamente riconosciuto in tutta l’area Schengen, uniforma i tempi di trattenimento amministrativo e, soprattutto, dà base legale ai cosiddetti return hubs fuori dai confini dell’Unione, sul modello dei centri realizzati dall’Italia in Albania. È una scelta di realismo che l’Europa ha tardato troppo a fare, e che oggi diversi paesi del Nord — Austria, Germania, Danimarca, Grecia, Paesi Bassi — stanno seguendo con accordi propri verso paesi terzi.
Chi scrive non ha mai fatto mistero della propria posizione, e la ribadisce qui senza ambiguità: la solidarietà verso chi fugge da guerre, persecuzioni o miseria in cerca di un lavoro onesto resta un dovere morale prima ancora che politico. Nessuna proposta di rigore migratorio può e deve trasformarsi in indifferenza verso chi rischia la vita in mare o cade nelle mani del caporalato una volta arrivato. Fermare i trafficanti, prevenire i naufragi, perseguire chi sfrutta il lavoro dei migranti nei campi e nei cantieri: questo non è un argomento di destra o di sinistra, è semplicemente lo Stato che fa il suo dovere.
Ma proprio per questo motivo va denunciato con la stessa fermezza un fenomeno che troppo spesso resta sullo sfondo del dibattito pubblico: la speculazione sulla pelle di chi si trova in stato di necessità non riguarda solo il denaro dei trafficanti o delle cooperative disoneste che lucrano sull’accoglienza. Riguarda anche, e forse soprattutto, la speculazione politica. Usare il dramma dei migranti come merce di scambio elettorale, costruire consenso promettendo accoglienza indiscriminata senza occuparsi di chi quell’accoglienza dovrebbe gestirla con dignità, oppure cavalcare la paura per raccogliere voti senza offrire soluzioni concrete: tutto questo rappresenta una forma di manipolazione del consenso politico, perché trasforma una tragedia umana in uno strumento di potere. Lucrare sulla vita di chi non ha scelta non dovrebbe essere meno grave solo perché la moneta di scambio non è denaro ma un calcolo elettorale.
Per questo i procedimenti appena varati a livello europeo vanno salutati positivamente, non come un cedimento alla propaganda di una parte, ma come la presa d’atto che la gestione dei flussi migratori richiede regole comuni, rapide ed eseguibili, accompagnate da garanzie minime di legalità — quelle stesse condizioni che la stessa Agenzia Ue per i diritti fondamentali ha posto come limite invalicabile perché i nuovi hub non si trasformino in zone prive di diritti. Una rotta che tenga insieme fermezza e umanità non è una contraddizione: è l’unica strada percorribile per un’Europa che voglia restare credibile sia con i propri cittadini sia con chi, in buona fede, cerca solo un futuro migliore.
