AFRICA  •  CHIESA CATTOLICA  •  SVILUPPO SOSTENIBILE Suore d’Africa, imprenditrici del bene comune Il Sisters Blended Value Project trasforma i ministeri delle religiose cattoliche in imprese sociali sostenibili. Da Nairobi al Malawi, una rivoluzione silenziosa che ridisegna il volto della missione in Africa subsahariana.   di Pierangelo Panozzo

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AFRICA    CHIESA CATTOLICA    SVILUPPO SOSTENIBILE

Suore d’Africa, imprenditrici del bene comune

Il Sisters Blended Value Project trasforma i ministeri delle religiose cattoliche in imprese sociali sostenibili. Da Nairobi al Malawi, una rivoluzione silenziosa che ridisegna il volto della missione in Africa subsahariana.

 

di Pierangelo Panozzo

C’è una rivoluzione silenziosa che attraversa l’Africa subsahariana, e non avanza con le armi né con la retorica della cooperazione internazionale. Avanza con i registri contabili, i piani strategici e le competenze di gestione aziendale nelle mani di migliaia di suore cattoliche. Il Sisters Blended Value Project — SBVP — è il nome di questa trasformazione: un’iniziativa che, dal 2020 a oggi, ha ridisegnato il rapporto tra vocazione religiosa e sostenibilità istituzionale in cinque paesi africani, con ambizioni di espansione ben più vaste.

Il progetto nasce dalla convergenza di tre soggetti distinti per natura ma complementari per missione: l’ACWECA (Association of Consecrated Women in Eastern and Central Africa), organismo regionale che coordina oltre 30.000 suore appartenenti a circa 302 congregazioni in dieci paesi anglofoni dell’Africa orientale e centrale; la Strathmore University Business School di Nairobi, considerata una delle scuole di management più solide del continente; e la Conrad N. Hilton Foundation, la fondazione filantropica americana nata nel 1944 dalla visione di Conrad Hilton e da decenni impegnata nel contrasto alla povertà su scala globale. La Hilton Foundation è il finanziatore principale del progetto.

La pandemia come punto di non ritorno

Per comprendere la ragion d’essere del SBVP occorre tornare al 2020. La pandemia di Covid-19 ha colpito in modo particolarmente devastante le congregazioni religiose africane che fondavano la propria attività — e la propria sopravvivenza finanziaria — su scuole, ospedali e centri di assistenza. La chiusura forzata di queste strutture ha azzerato le entrate, ha interrotto i flussi di donazione internazionali, già in precedenza ridimensionati dall’emergenza sanitaria globale, e ha messo a nudo una vulnerabilità strutturale che covava da decenni: i ministeri sociali delle suore erano spesso privi di qualsiasi piano di continuità, privi di riserve finanziarie e gestiti con modelli caritativo-assistenziali incompatibili con le logiche di un’impresa, ancorché sociale.

Non era un problema di dedizione né di competenza pastorale. Era un problema di strumenti. Le suore sapevano servire le comunità; non sempre sapevano — né erano state formate per — gestire un bilancio, negoziare con un finanziatore, pianificare su orizzonti triennali o quinquennali, o valorizzare economicamente le risorse che già possedevano: fattorie, strutture sanitarie, laboratori artigianali, scuole. Il SBVP è nato esattamente per colmare questo divario, partendo da un’indagine baseline condotta nel 2021 in Kenya, Uganda e Zambia, che aveva fotografato con precisione le carenze strutturali del sistema.

Un programma di formazione a geometria variabile

La Strathmore University Business School ha strutturato il percorso formativo su tre livelli: Project Management, Social Enterprise Start-Up e Social Enterprise Growth, progettati per accompagnare le religiose dalla comprensione dei fondamentali gestionali fino alla capacità di competere su mercati più ampi. I dati di partecipazione parlano da soli: nel solo primo anno della nuova fase lanciata nell’aprile 2022, sono state formate 292 suore provenienti da 147 congregazioni diverse. L’intero progetto ha coinvolto 704 partecipanti attraverso conferenze e altri 708 attraverso webinar, numeri che attestano la capacità del programma di raggiungere comunità disperse su territori vastissimi e spesso privi di connettività stabile.

La responsabile del progetto per la Strathmore University Business School, Angela Ndunge, ha descritto con chiarezza il salto concettuale che il programma cerca di operare: trasformare l’approccio delle religiose da un modello puramente caritativo — nel quale il sostentamento del ministero dipende interamente da donazioni esterne — a uno di imprenditoria sociale, in cui le attività generano reddito sufficiente a garantire continuità e autonomia. Non si tratta di mercificare la missione, bensì di dotarla degli anticorpi necessari a sopravvivere alle crisi. Il carisma rimane invariato; cambiano gli strumenti della sua realizzazione.

Kitui, Kenya: quando una sartoria diventa un’impresa competitiva

Tra i casi di successo più significativi documentati nell’ambito del SBVP figura un laboratorio di sartoria gestito da suore a Kitui, nella contea orientale del Kenya. L’attività era nata modestamente, come piccola fonte di reddito integrativo attraverso la produzione di uniformi scolastiche. Grazie ai corsi di formazione sulla qualità, sulla gestione aziendale e sulla pianificazione strategica, le religiose hanno innalzato gli standard produttivi al punto da aggiudicarsi un contratto con un’università per la fornitura di toghe accademiche. Non si trattava più di cucire divise per studenti delle scuole elementari: era un salto qualitativo e commerciale che trasformava un’attività interna in un’impresa sociale capace di operare su commesse istituzionali.

Il caso di Kitui non è isolato. È emblematico di un cambiamento sistemico che il SBVP ha indotto nell’approccio delle congregazioni alle proprie risorse. Fattorie che producevano per autoconsumo hanno cominciato a strutturarsi come fornitori per mercati locali; strutture sanitarie hanno avviato strategie tariffarie sostenibili; laboratori artigianali hanno sviluppato capacità di branding e di accesso a reti distributive. La fiducia — elemento che Ndunge ha indicato come uno dei prodotti più preziosi del programma — si è consolidata in proporzione diretta ai risultati concreti.

L’accesso ai finanziamenti: superare la paura e lo sfruttamento

Uno degli aspetti più delicati affrontati dal programma riguarda il rapporto delle congregazioni religiose con il mondo del finanziamento esterno. Ndunge ha riconosciuto apertamente che alcune suore erano state in passato sfruttate da finanziatori senza scrupoli, il che aveva generato un clima di diffidenza e di ritrosia nei confronti di qualsiasi forma di ricerca di capitali. Il SBVP lavora su questo terreno con un approccio duplice: da un lato, la formazione in materia di alfabetizzazione finanziaria e di identificazione di strumenti etici e innovativi di raccolta fondi; dall’altro, la costruzione di reti inter-congregazionali che consentano alle suore di acquistare reciprocamente servizi e prodotti, riducendo la dipendenza da donatori esterni.

Questa dimensione cooperativa — suore che comprano da suore, ospedali gestiti da congregazioni che si riforniscono da fattorie gestite da altre congregazioni — rappresenta forse la componente più innovativa del progetto. Non si tratta soltanto di sostenibilità economica: è la costruzione di un ecosistema di solidarietà istituzionale che rafforza l’intero comparto della missione religiosa femminile nell’Africa orientale e centrale.

Il Malawi, ultima frontiera: luglio 2025

La crescita geografica del progetto è uno degli indicatori più concreti del suo impatto. Nato in Kenya, Uganda, Tanzania e Zambia, il SBVP si è esteso al Malawi nel maggio 2025 con un lancio ufficiale presso la sede dell’Association of Women Religious in Malawi (AWRM). La prima sessione di formazione nel paese, tenuta dal 14 al 18 luglio 2025, ha coinvolto quattordici suore selezionate da cinque congregazioni diverse, un numero volutamente contenuto per garantire la qualità del percorso e la personalizzazione degli interventi. L’espansione al Malawi è significativa non soltanto in termini territoriali: è la dimostrazione che il modello è replicabile, adattabile, e sufficientemente robusto da essere trapiantato in contesti socioeconomici e istituzionali differenti.

Vocazione e sostenibilità: una sintesi possibile

La questione di fondo che il SBVP affronta — e che nel dibattito interno alla Chiesa cattolica africana rimane aperta — è se esista una tensione irriducibile tra carisma religioso e logica imprenditoriale. La risposta che emerge dall’esperienza sul campo è articolata. La vocazione non si esaurisce nel gesto assistenziale puro; si esprime anche nella capacità di garantire continuità a quel gesto nel tempo. Una congregazione che chiude per insolvenza non serve più nessuna comunità. Una suora che apprende a leggere un bilancio non tradisce il suo voto di povertà: lo protegge, perché garantisce che i mezzi della comunità siano gestiti con oculatezza e non sperperati per mancanza di strumenti.

Il Segretario Generale dell’ACWECA, Sr. Bridgita Samba Mwawasi, ha definito il progetto «un sogno che si avvera», sottolineando come le congregazioni partecipanti abbiano acquisito non soltanto competenze tecniche ma una nuova consapevolezza strategica. Il SBVP, in sei anni di attività, ha costruito qualcosa di più difficile da quantificare rispetto al numero di suore formate o ai contratti commerciali ottenuti: ha costruito fiducia. Fiducia delle religiose in sé stesse come protagoniste dello sviluppo delle proprie comunità; fiducia nei sistemi di partnership istituzionale; fiducia nella possibilità di coniugare missione e autonomia.

L’Africa subsahariana ospita alcune delle comunità più vulnerabili del pianeta e alcune delle reti di assistenza più capillari e radicate nel territorio. Queste reti portano spesso il velo delle suore. Il Sisters Blended Value Project non ha inventato questa realtà: l’ha dotata di strumenti perché possa durare.

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