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DON BOSCO E IL DENARO: LA LIBERTÀ DI CHI NON POSSIEDE NULLA PER DARE TUTTO di Pierangelo Panozzo

DON BOSCO

DON BOSCO E IL DENARO: LA LIBERTÀ DI CHI NON POSSIEDE NULLA PER DARE TUTTO

di Pierangelo Panozzo

C’è una domanda che raramente ci si pone quando si parla di santi: che rapporto avevano con il denaro? Non con la povertà in senso astratto — quella è quasi scontata nell’iconografia agiografica — ma con il denaro concreto, quello che si chiede, si riceve, si gestisce, si spende. Nel caso di Giovanni Bosco (1815–1888), sacerdote piemontese canonizzato nel 1934, la risposta è sorprendente per la sua modernità e per la sua radicalità.

Don Bosco non temeva il denaro. Non lo demonizzava, non lo ignorava, non fingeva che non esistesse. Lo cercava, con ostinazione e con metodo, in tutta Europa. Lo chiedeva a nobili e borghesi, a sovrani e artigiani, a fedeli anonimi e a personalità di rango. Lo raccoglieva attraverso lettere, visite, pubblicazioni, lotterie di beneficenza. Era, in termini contemporanei, un fundraiser straordinario. Ma con una differenza fondamentale rispetto a qualsiasi logica di raccolta fondi moderna: non raccoglieva per sé, né per un’istituzione autoreferenziale. Raccoglieva per i ragazzi — quelli che dormivano per strada a Torino, quelli che le fabbriche inghiottivano senza istruzione né futuro, quelli che nessuno considerava degni di un progetto educativo.

Il denaro, per Don Bosco, era uno strumento. Nient’altro. Serviva a costruire ospizi, collegi, chiese, tipografie; a pagare pasti, vestiti, rette scolastiche; a finanziare le missioni salesiane che presto avrebbero raggiunto l’America del Sud e poi il mondo intero. Ciò che guidava questa visione era il suo sistema preventivo — fondato su ragione, religione e amorevolezza — un progetto educativo integrale che aveva bisogno, per incarnarsi, di mattoni, di pane e di carta stampata oltre che di fede e di cuore.

Eppure Don Bosco era personalmente povero. Povero davvero, non per convenzione. Viveva come i suoi ragazzi, vestiva con sobrietà, non accumulava nulla per sé. Questa coerenza era la sua credibilità, e la credibilità era il suo principale strumento di raccolta. Le persone donavano perché si fidavano di lui: sapevano che ogni lira sarebbe arrivata dove aveva detto che sarebbe arrivata. In un’epoca di grandi trasformazioni sociali, di anticlericalismo militante e di diffidenza verso la Chiesa, questa trasparenza era rivoluzionaria.

Il tratto più caratteristico del suo rapporto con il denaro era però l’abbandono fiducioso alla Provvidenza. Non la rassegnazione, non il fatalismo — ma una fede operativa, audace, quasi sfrontata. Quando nel 1865 pose la prima pietra del Santuario di Maria Ausiliatrice a Torino, aveva in tasca otto soldi. Li consegnò all’impresario come “acconto”, con la certezza assoluta che il resto sarebbe arrivato. E arrivò. Episodi simili si ripeterono decine di volte nel corso della sua vita: debiti che si estinguevano per vie impreviste, buste con somme esatte consegnate da sconosciuti nel momento del bisogno, benefattori che comparivano quando ogni via sembrava chiusa.

Si potrebbe liquidare tutto questo come folklore agiografico. Ma chi studia la storia salesiana riconosce in questi episodi qualcosa di strutturale: la capacità di chi vive in coerenza con i propri valori di generare fiducia, e con la fiducia, risorse. Don Bosco non era un amministratore ingenuo: era un uomo che aveva compreso che la credibilità è il più solido dei capitali.

Verso la fine della vita, già gravemente malato, accettò l’incarico di Papa Leone XIII di completare la Basilica del Sacro Cuore a Roma, ferma per mancanza di fondi. Quando il Pontefice gli disse di non poter contribuire economicamente, Don Bosco rispose che non voleva denaro dal Papa: voleva la sua benedizione. Il resto, come sempre, lo avrebbe trovato lui. E la chiesa fu completata.

In un’epoca dominata dalla cultura dell’accumulo, dall’opacità finanziaria e dal conflitto tra trasparenza e potere, Don Bosco offre un paradigma alternativo: il denaro non è né sacro né maledetto, è neutro. Ciò che lo trasforma — in bene o in male — è la libertà interiore di chi lo maneggia. Una libertà che si conquista solo quando il cuore è già pieno di qualcos’altro.

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