19 Marzo 2026 FESTA DEL PAPà E GUERRA IN IRAN – di Pierangelo Panozzo
Andrew Bacevich e l’America della guerra permanente: anatomia di una potenza che non sa più fermarsi
Il 13 maggio 2007, a sud di Samarra, un ordigno improvvisato colpisce un convoglio americano. Tra i caduti c’è un giovane ufficiale di 27 anni: Andrew John Bacevich. Suo padre, Andrew Bacevich, in quelle stesse settimane scriveva sul Boston Globe che la guerra in Iraq era non solo sbagliata, ma anche inutile. La coincidenza è lacerante: Andrew John era il 3.400° militare americano caduto in Iraq, ucciso da un IED mentre serviva il Paese che suo padre denunciava come intrappolato in una guerra senza fine. In quel momento, la critica di Bacevich smette di essere teoria: diventa esperienza vissuta e testimonianza morale.
La traiettoria biografica di Bacevich non è un semplice sfondo: è la sostanza della sua autorevolezza. Formatosi alla United States Military Academy, con un dottorato a Princeton University, veterano del Vietnam e ufficiale di carriera fino al grado di colonnello, conosce il sistema dall’interno. La tragedia del figlio trasforma la sua riflessione in qualcosa che supera la dimensione accademica: esperienza, dolore e analisi si fondono in una testimonianza unica.
Il militarismo come cultura, non come deviazione
Nel suo lavoro più influente, The New American Militarism (2005), Bacevich individua una mutazione profonda e bipartisan: la guerra da strumento a orizzonte permanente. Non è l’errore di un’amministrazione, né la deviazione di una fase storica. È una cultura.
Dopo il Vietnam, anziché sviluppare un anticorpo culturale contro l’interventismo, gli Stati Uniti hanno costruito una compensazione: la riabilitazione della forza come misura della credibilità nazionale. In questo processo, la figura di Ronald Reagan diventa centrale, non tanto per le decisioni contingenti quanto per la capacità di ridefinire l’immaginario collettivo: la potenza militare come strumento di riscatto morale.
A questa dinamica si somma la convinzione ideologica che i valori americani siano universali e che il loro export sia un diritto, se non un dovere. Il risultato è un sistema che non percepisce la guerra come eccezione, ma come funzione ordinaria della propria politica estera.
La normalizzazione del conflitto
Negli anni recenti, Bacevich ha spinto oltre questa diagnosi. In un saggio su Harper’s Magazine, descrive la guerra come “old normal”: non emergenza, ma condizione strutturale.
Uno degli aspetti più originali della sua analisi riguarda l’invisibilità politica delle operazioni militari permanenti. Non si tratta solo di conflitti “di punta” come Iraq o Afghanistan, ma di missioni a basso profilo che proseguono senza clamore: droni in Somalia e Yemen, pattugliamenti navali nel Golfo Persico, unità speciali e intelligence in Africa occidentale. Nel 2019, gli Stati Uniti avevano truppe operative in oltre 80 paesi, senza che questo fosse percepito come una guerra ufficiale dalla maggior parte dei cittadini. Questa rete silenziosa sostiene la continuità operativa dello Stato senza dichiarazioni formali di conflitto.
Il Quincy Institute: una convergenza anomala
In questo quadro, la nascita del Quincy Institute for Responsible Statecraft nel 2019 rappresenta una piattaforma concreta per una politica alternativa. Il richiamo a John Quincy Adams — “l’America non va all’estero in cerca di mostri da distruggere” — è programmatico.
Il dato più significativo è il finanziamento congiunto da parte della Open Society Foundations e della Koch Foundation. Questa convergenza dimostra che la critica alle guerre permanenti può attraversare tutto lo spettro politico: libertari di destra e progressisti di sinistra condividono un obiettivo comune. Pur senza tradursi in forza elettorale diretta, ha influito concretamente su alcune scelte di policy, limitando missioni e introducendo maggiore dibattito pubblico sulle operazioni clandestine.
Il paradosso Trump, oltre la superficie
La parabola di Donald Trump non è solo un paradosso, ma un test di sistema. La sua retorica anti-interventista — stop al nation building, riduzione delle guerre infinite — intercettava un sentimento reale nell’opinione pubblica americana. Eppure, una volta al potere, quella linea si è progressivamente riassorbita.
Perché?
Oltre la metafora della “forza gravitazionale” del security establishment, agiscono tre vincoli concreti: istituzionale (complesso militare-industriale, Congresso, alleanze decennali), informativo (apparati di intelligence che modellano la percezione delle minacce) e reputazionale (ogni segnale di ritirata viene letto come perdita di credibilità). Anche chi nasce in opposizione al paradigma finisce per esserne assorbito.
Le obiezioni a Bacevich
Proprio qui emergono i limiti della sua lettura. La forte enfasi sulla dimensione culturale e strutturale rischia di scivolare in determinismo, riducendo lo spazio d’azione politica.
I critici sottolineano due punti: la sottovalutazione della capacità delle leadership di modificare davvero la traiettoria strategica; e una certa ambiguità del Quincy Institute for Responsible Statecraft, accusato talvolta di posizioni accomodanti verso Russia o Cina per evitare escalation.
Struttura, limite, possibilità
La forza del pensiero di Bacevich sta nel rovesciare la domanda tradizionale. Non più: perché l’America interviene? Ma: perché non riesce a non intervenire?
In questa inversione sta la sua originalità e radicalità. Il problema non è la quantità di potere, ma l’assenza di un principio di limite. La sfida non è strategica, ma culturale. Resta aperta la tensione tra diagnosi e soluzioni, ma Bacevich conferma la sua posizione unica: testimone critico di un sistema che conosce dall’interno, interrogandolo senza promettere vie d’uscita semplici.
Pierangelo Panozzo
