Lo Stretto di Hormuz e la guerra dei numeri: quando il petrolio diventa arma di Pierangelo Panozzo
Lo Stretto di Hormuz e la guerra dei numeri: quando il petrolio diventa arma
di Pierangelo Panozzo
C’è una striscia d’acqua larga 58 chilometri, stretta tra le coste iraniane e quelle dell’Oman, che in questi giorni vale più di qualsiasi dispiegamento militare. Si chiama Stretto di Hormuz. E il mondo, in questo momento, trattiene il respiro su di essa.
Attraverso quelle acque transita ogni giorno una media di 20 milioni di barili di greggio, condensati e carburanti — circa il 27% dell’intero commercio mondiale di petrolio via mare. Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Iran stesso esportano quasi tutto il loro greggio da qui. Il Qatar, tra i maggiori esportatori mondiali di gas naturale liquefatto, fa passare da qui la quasi totalità dei suoi carichi. Non è solo una rotta: è la valvola del sistema energetico globale.
Ora quella valvola è di fatto paralizzata. Dopo gli attacchi americani e israeliani su Teheran — che hanno ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e decimato i vertici militari iraniani — la risposta di Teheran non si è limitata ai missili su Israele e sui Paesi del Golfo. L’Iran ha dichiarato la chiusura della navigazione nello stretto, e le petroliere si sono fermate. Dai tracker satellitari le immagini mostrano navi ammassate fuori dal porto di Fujairah, negli Emirati, immobili come in un porto fantasma.
Nel frattempo, tre tanker sono già stati colpiti in rapida successione: un lavoratore ucciso sulla Stena Imperative americana, un membro d’equipaggio morto sulla MKD Vyom mentre navigava al largo dell’Oman, la Hercules Star battente bandiera di Gibilterra costretta a tornare all’ancora a Dubai. Non è un elenco burocratico: è la cronaca di un conflitto che si combatte anche in mare, silenziosamente, una nave alla volta. Il Brent ha già superato gli 80 dollari al barile.
Ma la minaccia più silenziosa e letale è sotto la superficie. L’intelligence americana stima che Teheran abbia accumulato fino a 6.000 mine navali: mine ormeggiate, galleggianti, limpet e di fondo. In acque poco profonde, con l’Iran che controlla la costa settentrionale dello stretto, il loro impiego sarebbe difficile da rilevare e devastante per le rotte di transito.
Intanto, un sondaggio Reuters/Ipsos condotto tra il 28 febbraio e il 1° marzo su oltre 1.200 americani racconta una storia diversa da quella della Casa Bianca. Solo il 27% degli intervistati approva gli attacchi all’Iran. Il 43% li condanna. Persino tra i repubblicani, il sostegno si ferma al 55%. Il 56% degli americani pensa che Trump abbia usato troppa forza militare.
Lo Stretto di Hormuz ha resistito a guerre, embarghi e crisi per decenni. Oggi è di nuovo al centro del mondo. E questa volta, il silenzio delle petroliere ferme all’ancora racconta una guerra che si combatte anche col petrolio come arma — e il prezzo lo pagheremo tutti alla pompa.
Pierangelo Panozzo
