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Navi Pillay, la pace comincia dove finisce l’impunità – di Pierangelo Panozzo

Navi Pillay, la pace comincia dove finisce l’impunità

di Pierangelo Panozzo

Una sentenza non restituisce la vita a una vittima. Ma può impedire che a cancellarla siano due volte: prima la violenza, poi il silenzio. È in questo spazio, tra il dolore subito e la responsabilità riconosciuta, che si comprende il significato del Nobel per la Pace 2026 assegnato a Navanethem “Navi” Pillay, per il suo impegno a promuovere la pace e il diritto internazionale.

La giurista sudafricana ha attraversato alcune delle frontiere più difficili della giustizia: la lotta contro l’apartheid, il Tribunale penale internazionale per il Ruanda, la Corte penale internazionale, la difesa dei diritti umani alle Nazioni Unite. Il filo che unisce queste esperienze è una domanda concreta: quale protezione offre il diritto a chi non ha il potere di farsi ascoltare?

Nel processo contro Jean-Paul Akayesu, concluso nel 1998, il collegio di cui Pillay faceva parte contribuì a una svolta storica. Il Tribunale riconobbe che lo stupro e la violenza sessuale possono costituire genocidio quando vengono commessi con l’intento specifico di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto. Nel caso delle donne tutsi, quelle violenze furono riconosciute come parte del processo di distruzione del gruppo.

Dietro il linguaggio giuridico c’era un cambiamento essenziale: ascoltare le sopravvissute significava portare al centro del processo ciò che troppo spesso era rimasto ai margini del racconto della guerra. La vergogna doveva ricadere sui responsabili. Alle vittime spettavano ascolto, riconoscimento e giustizia.

Il premio a Pillay assume così un significato che supera la sua biografia. Ricorda che la pace ha bisogno di istituzioni capaci di accertare i fatti anche quando le conclusioni disturbano i governi. E che l’autorevolezza della giustizia dipende dalla sua coerenza: gli stessi criteri devono valere per gli alleati e per gli avversari, senza eccezioni dettate dalla convenienza.

Per l’Africa è anche il riconoscimento di un contributo alla costruzione delle regole comuni. Dall’esperienza sudafricana dell’esclusione razziale è emersa una donna capace di incidere sulla tutela della dignità umana oltre i confini del proprio Paese.

Nessun Nobel chiude un conflitto. Questo, però, indica una responsabilità precisa: sostenere chi raccoglie le prove, protegge i testimoni e pretende risposte. Perché una pace nella quale i responsabili restano intoccabili lascia alle vittime il peso della guerra, anche dopo l’ultimo sparo

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