Somalia, oltre la siccità: la crisi umanitaria e il peso delle istituzioni – di Pierangelo Panozzo

Somalia, oltre la siccità: la crisi umanitaria e il peso delle istituzioni

L’appello di Papa Leone XIV dopo l’Angelus di domenica 20 settembre ha riportato l’attenzione internazionale su una crisi che si consuma da mesi nell’indifferenza. Il Pontefice ha parlato di violenza ed eventi climatici estremi che aggravano condizioni di vita già precarie, soprattutto per donne e bambini, chiedendo un maggiore coinvolgimento della comunità internazionale.

Dietro le sue parole ci sono numeri precisi. Il Piano di Risposta Umanitaria dell’Onu per il 2026 chiede 852 milioni di dollari per assistere 2,4 milioni di persone — appena la metà dei 4,8 milioni che ne avrebbero bisogno — una cifra già tagliata del 40% rispetto all’anno precedente, in un contesto di forte contrazione dei finanziamenti disponibili a livello globale. Al 15 maggio, secondo un comunicato congiunto delle agenzie ONU, il piano risultava finanziato soltanto al 15,2%. Nei mesi precedenti il Programma Alimentare Mondiale aveva già segnalato una drastica riduzione della platea raggiunta per mancanza di fondi, scesa a poco più di 600mila persone rispetto ai due milioni assistiti in precedenti fasi del programma. Quasi due milioni di bambini restano a rischio di malnutrizione acuta.

Monsignor Jamal Daibes, amministratore apostolico di Mogadiscio, lo racconta con parole semplici: la Caritas locale, con mezzi limitatissimi, riesce oggi ad assistere circa 100mila persone su una popolazione bisognosa che si conta in milioni.

Nel Somaliland, anch’esso esposto a gravi siccità, il percorso istituzionale è stato diverso, pur tra conflitti e fragilità. La regione ha conosciuto elezioni competitive e alternanze di potere dal 2003, ma non senza rinvii e tensioni: le ultime presidenziali, previste per il 2022, si sono tenute solo a novembre 2024, e nella regione di Sool il conflitto di Las Anod ha messo a nudo i limiti della coesione interna, con centinaia di morti e decine di migliaia di sfollati dal 2023. La Somalia federale, dal canto suo, non tiene elezioni dirette a livello nazionale dal 1969: un primo passo è arrivato solo lo scorso dicembre, quando Mogadiscio ha votato per la prima volta in quasi sessant’anni per eleggere direttamente i consigli distrettuali della capitale, test in vista di un voto nazionale diretto.

Le differenze non dipendono solo dal clima, ma anche dalle istituzioni che ciascuno dei due contesti si è dato e dalla storia politica che le ha prodotte. Il Somaliland ha ricostruito lo stato dal basso, attraverso conferenze tribali che hanno fuso autorità tradizionale e istituzioni moderne. La Somalia ha invece conosciuto una ricostruzione istituzionale fortemente condizionata dagli interventi esterni, fondata su formule di spartizione del potere che hanno spesso congelato, più che risolto, le rivalità tra clan. A questo si aggiunge un’insurrezione jihadista, quella di al-Shabaab, che il Somaliland non ha mai dovuto affrontare nella stessa misura, e un federalismo somalo che continua a produrre fratture: il South West State ha sospeso i rapporti con Mogadiscio il 17 marzo; il 30 marzo, dopo l’ingresso delle forze federali a Baidoa, il presidente regionale si è dimesso.

Il riconoscimento internazionale del Somaliland resta intanto ancora limitato: Israele lo ha riconosciuto il 26 dicembre 2025, primo e finora unico paese a farlo, in una mossa contestata da Unione Africana, Unione Europea ed Egitto.

L’appello del Papa è un atto di carità e di verità. Ma per comprendere i diversi percorsi della Somalia federale e del Somaliland bisogna guardare oltre la siccità: alle istituzioni costruite, a chi le ha costruite, e ai conflitti che restano ancora aperti in entrambi i contesti.

Pierangelo Panozzo

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