ARICCIA, l’ultimo profumo dell’estate: la 73ª Sagra della Porchetta chiude tra storia, gusto e identità – di Pierangelo Panozzo
Ariccia, l’ultimo profumo dell’estate: la 73ª Sagra della Porchetta chiude tra storia, gusto e identità
Reportage da Ariccia, domenica 6 settembre 2026
Sono le ultime ore della 73ª Sagra della Porchetta di Ariccia, e Piazza di Corte — la piazza berniniana che per tre giorni è stata il cuore pulsante dei Castelli Romani — si prepara al suo saluto più atteso: quello della domenica sera, quando il profumo della porchetta appena affettata si mescola all’aria già più fresca di settembre, e la festa, prima di spegnersi, regala l’ultimo, grande abbraccio alla folla.
Scrivo queste righe da qui, in mezzo alla gente, per portare a chi vive lontano dall’Italia — ai nostri connazionali sparsi nel mondo, in Africa, in America, in ogni angolo dove batte un cuore italiano — un pezzo di questa terra, di questa tradizione che ha attraversato quasi ottant’anni di storia senza perdere un grammo della propria autenticità.
Una tradizione nata nel 1950, radicata in tremila anni
La Sagra, nella sua forma moderna, nacque nel 1950 per iniziativa di un gruppo di amici che, con passione quasi artigianale, allestirono le prime bancarelle con figuranti in costume tradizionale ariccino. Ma chi cammina oggi tra gli stand di Piazza di Corte porta con sé, forse senza saperlo, l’eco di qualcosa di molto più antico. Le più recenti ricerche archeologiche, al centro anche di un percorso culturale organizzato in questa edizione presso la Locanda Martorelli, riportano l’origine simbolica della porchetta al culto della dea Demetra, divinità della fertilità e dei raccolti venerata in Valle Ariccia già in epoca pre-romana. Non è un caso che il termine stesso “porchetta” nasca da una scelta tecnica precisa: si lavorano solo carcasse di animali femmina, la cui carne è tradizionalmente più magra e saporita — un dettaglio che lega il nome del prodotto a un sapere contadino tramandato di generazione in generazione, quasi sempre all’interno delle stesse famiglie ariccine.
Dal 2009 la Porchetta di Ariccia porta il marchio IGP, un riconoscimento che ne certifica la qualità ma che, soprattutto, ha consacrato a livello nazionale un prodotto che per decenni era rimasto un tesoro quasi esclusivamente locale.
Tre giorni, un solo grande racconto collettivo
Quest’anno la Sagra è tornata dal 4 al 6 settembre, dopo che l’edizione dello scorso anno era stata sospesa per consentire il completamento dei lavori di riqualificazione della stessa Piazza di Corte — un dettaglio che rende questo ritorno ancora più sentito dalla comunità locale, quasi una riappropriazione dello spazio simbolico della città.
Nei giorni scorsi le strade del centro storico si sono animate di bancarelle, luminarie, musica dal vivo e visite guidate al complesso monumentale chigiano, mentre le storiche fraschette — le tipiche osterie di paese dove la porchetta si accompagna da sempre al pane di Genzano e a un bicchiere di Frascati — hanno accolto un pubblico arrivato da Roma e da ogni parte d’Italia.
Oggi, ultimo giorno, la festa si chiude nel modo più suo: tra il tradizionale lancio dei panini con la porchetta in Piazza di Corte, momento identitario e quasi rituale della manifestazione, e gli appuntamenti musicali serali che, dal Belvedere di Piazzale Mazzini, accompagnano il tramonto su Ariccia con dj set e atmosfera informale, prima che la piazza torni, domani, al silenzio del quotidiano.
Perché questa festa parla anche a chi è lontano
C’è chi potrebbe chiedersi perché raccontare una sagra di paese a chi vive a migliaia di chilometri dai Castelli Romani. La risposta è semplice, e chi vive fuori dall’Italia la conosce bene: sono proprio i piccoli riti — un panino di porchetta condiviso in piazza, una processione di sapori tramandata da settant’anni, un borgo che per tre giorni si trasforma in teatro a cielo aperto — a comporre quella trama minuta ma insostituibile che chiamiamo identità. Ariccia, con la sua porchetta, non celebra solo un prodotto gastronomico: celebra la capacità di una comunità di riconoscersi, ogni anno, nella propria storia.
E allora, mentre il sole cala su Piazza di Corte e l’ultimo panino della 73ª edizione vola tra le mani della folla, è bello pensare che questo racconto arrivi anche a chi l’Italia la porta con sé ovunque nel mondo — come un profumo che non si dimentica.
Pierangelo Panozzo
