Migranti, l’Europa cambia passo: da Varsavia a Copenaghen, l’Italia non è più sola
di Pierangelo Panozzo
Mentre a Roma si discute animatamente dello scontro con la Spagna sulla sospensione di Schengen e dell’annuncio tedesco di voler rimandare in Italia i richiedenti asilo transitati dal nostro Paese, un dato sfugge sistematicamente al dibattito pubblico nostrano: l’Italia non è affatto isolata nella sua richiesta di regole più severe. È l’intera Europa, pezzo dopo pezzo, a muoversi nella stessa direzione.
Il caso polacco: da 123mila a 16mila visti
Prendiamo la Polonia. Il governo di Donald Tusk — che nessuno può accusare di simpatie sovraniste — ha ridotto i visti per lavoro da 123mila a circa 16mila nel giro di quattro anni, otto volte in meno rispetto al 2022. Varsavia ha inoltre esteso i controlli alle frontiere con Germania e Lituania fino a ottobre 2026 per arginare i flussi irregolari, e ha lanciato una strategia migratoria 2025-2030 il cui titolo dice già tutto: “Riprendere il controllo, garantire la sicurezza”. L’obiettivo dichiarato è sostituire un sistema che era diventato, nei fatti, una scorciatoia per entrare nell’area Schengen con ingressi legati alle reali necessità dell’economia.
Budapest chiude il canale dei lavoratori ospiti
Anche l’Ungheria ha stretto le maglie: da giugno 2026 nessun Paese terzo può più presentare nuove richieste per il permesso riservato ai lavoratori ospiti, un canale usato in particolare da cittadini di Filippine, Georgia e Armenia. Il dato merita una precisazione che rafforza, più che indebolire, la tesi di questo articolo: a decidere la stretta non è più il governo sovranista di Viktor Orbán, sconfitto alle elezioni di aprile, ma l’esecutivo europeista di Péter Magyar. Segno che la richiesta di regole più severe sui flussi economici non è più marcata a destra, ma attraversa lo spettro politico.
La Scandinavia che si scopre severa
E che dire della Scandinavia, culla storica dell’accoglienza europea? Le politiche migratorie di Svezia, Danimarca e Norvegia si stanno irrigidendo sensibilmente negli ultimi anni, un’evoluzione che riguarda perfino la Svezia, tradizionalmente il Paese più permissivo dei tre. Il segnale è chiaro: dove il consenso popolare si è confrontato con la realtà dei flussi incontrollati, la risposta politica — a prescindere dal colore del governo — è stata la stessa: più controllo, meno improvvisazione.
Un continente che cambia, un’Italia che paga il conto altrui
In questo contesto, lo scontro con la Spagna sulla sospensione di Schengen dopo la crisi di Ceuta e l’annuncio della Germania di voler riprendere i trasferimenti dei cosiddetti “dublinanti” verso l’Italia meritano una lettura più articolata di quella che spesso ne viene data a Roma. Non si tratta, con ogni evidenza, di un’Europa che abbraccia compatta la linea italiana: sia Madrid sia Bruxelles hanno reagito con freddezza, se non con irritazione, alla sospensione di Schengen, e la stretta tedesca sui dublinanti nasce in buona parte da dinamiche di politica interna a Berlino, non da solidarietà verso Roma. Ma proprio in questo sta il punto: se anche i partner che oggi punzecchiano l’Italia sui dettagli procedurali stanno, ciascuno per conto proprio, restringendo le maglie del proprio sistema d’asilo e di ingresso, significa che il nodo di fondo — un modello che per anni ha faticato a conciliare accoglienza, controllo degli ingressi e rimpatri effettivi — non è più derubricabile a ossessione italiana. È un problema che l’intero continente sta iniziando ad affrontare, ciascuno con le proprie priorità e le proprie tensioni bilaterali.
Colpisce, semmai, un altro paradosso: proprio mentre la Germania chiede all’Italia di riprendersi chi ha varcato irregolarmente i confini interni, c’è chi in Italia continua a difendere un impianto normativo che ha lasciato ampi spazi d’azione alle reti dei trafficanti invece che favorire una gestione ordinata e legale dei flussi. Anche a sinistra, in Italia come altrove in Europa, cresce oggi chi ammette — talvolta con imbarazzo — che una gestione più selettiva degli ingressi non sia di per sé sinonimo di disumanità, ma una condizione perché l’accoglienza resti sostenibile e credibile.
Un dibattito che merita onestà intellettuale
Va detto, per completezza, che questa lettura non è condivisa da tutti gli osservatori: c’è chi imputa proprio alla linea dura del governo Meloni sulla vicenda Ceuta la reazione a catena di Madrid e Berlino, e chi in Europa considera l’inasprimento generale delle politiche migratorie un cedimento alle pressioni delle destre più che una scelta di buon senso condivisa. Il dibattito resta aperto, ed è giusto che lo sia in una democrazia matura. Ma i numeri e i fatti raccontano una tendenza difficile da ignorare: l’Europa, nel suo complesso, sta cambiando approccio. E l’Italia farebbe bene a smettere di leggere ogni mossa dei partner come un attacco, e a leggerla invece per quello che è: un’onda lunga che, con tutte le sue contraddizioni, il nostro Paese può scegliere di cavalcare o di subire.
