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L’Europa che si rifà Bruxelles, marzo 2026 di Pierangelo Panozzo

Unione

L’Europa che si rifà

Bruxelles, marzo 2026. Chi volesse fotografare lo stato dell’Unione europea in questo preciso momento storico non avrebbe bisogno di anni di archivio né di lunghe retrospettive: basterebbe osservare ciò che è accaduto nell’arco di una sola settimana a Strasburgo e nelle cancellerie del continente. Quattro decisioni, quattro dossier distinti per materia e per geografia, un unico filo conduttore: un’Europa che smette di essere solo uno spazio normativo e comincia a rivendicare una soggettività politica propria.

Il 26 marzo il Parlamento europeo ha approvato la prima direttiva anticorruzione della storia dell’Unione. Il testo, passato con 581 voti favorevoli e soli 21 contrari, prevede tra l’altro un rafforzamento della cooperazione tra autorità nazionali e organismi dell’Unione, tra cui l’Olaf, la Procura europea, Europol ed Eurojust. L’effetto immediato è dirompente sul piano italiano: il ddl Nordio del 2024, che aveva cancellato il reato di abuso d’ufficio, si trova ora svuotato da una norma sovranazionale. Come ha avvertito la relatrice Raquel Garcia Hermida, l’Italia dovrà obbligatoriamente reintrodurlo, in almeno due gravi fattispecie. È la sovranità del diritto europeo nel suo senso più concreto: non un’aspirazione, ma un vincolo operativo.

Nella stessa seduta, il Parlamento ha approvato il controverso regolamento rimpatri, consolidando la maggioranza tra il Partito Popolare Europeo e le forze dell’estrema destra. Il testo consente la detenzione dei migranti irregolari fino a ventiquattro mesi e apre alla creazione di hub di rimpatrio in paesi terzi. Due voti apparentemente contraddittori — uno a tutela della legalità, l’altro ai limiti di essa — che in realtà fotografano con precisione chirurgica l’asse politico del nuovo Parlamento europeo: garantista nelle istituzioni, restrittivo alle frontiere. Una geometria inedita, non priva di tensioni interne.

Sul fronte geopolitico, l’Unione europea e l’Australia hanno formalizzato un partenariato per la sicurezza e la difesa, che si innesta su una solida base di cooperazione politica, commerciale ed economica avviata con l’accordo quadro del 2017. È un segnale strategico che punta all’Indo-Pacifico nel momento in cui Washington appare sempre meno prevedibile come garante dell’ordine liberale.

A chiudere il quadro, il piano SAFE — Security Action for Europe — prosegue la sua traiettoria. Con la seconda ondata di finanziamenti, la Commissione ha completato la valutazione dei piani nazionali di difesa di ulteriori otto Stati membri, consentendo loro di accedere a prestiti a lungo termine e a basso costo per aumentare la prontezza militare. Il quadro complessivo del piano ReArm Europe/Readiness 2030 punta a mobilitare fino a 800 miliardi di euro tra risorse nazionali e fondi europei entro la fine del decennio.

Anticorruzione, migrazione, Indo-Pacifico, difesa. Quattro capitoli di una stessa storia. L’Europa non è più soltanto il mercato unico che ha fatto grande il dopoguerra né la burocrazia normativa di Bruxelles derisa dai populismi. È qualcosa che ancora non ha un nome preciso ma che si sta costruendo sotto i nostri occhi, con la fretta imposta dalla storia e la lentezza consustanziale alle democrazie. Osservarlo da vicino, questa settimana, ha significato assistere a una mutazione in corso.

Pierangelo Panozzo

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