SPAÇ, LA MEMORIA CHE DIVENTA MAGISTERO – di Pierangelo Panozzo Esclusivo

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SPAÇ, LA MEMORIA CHE DIVENTA MAGISTERO

di Pierangelo Panozzo

Esclusivo

Roma, 5 agosto 2026 — Ci sono gesti pontifici che non hanno bisogno di essere spiegati, perché parlano da soli attraverso la storia che evocano. La lettera che Papa Leone XIV ha indirizzato lo scorso 30 luglio al cardinale Ernest Simoni Troshani, in occasione della Messa celebrata nell’ex campo di prigionia comunista di Spaç, appartiene, a mio avviso, a questa categoria: un gesto che si può leggere insieme come atto di governo pastorale e come atto di verità storica.

Non si tratta, come si potrebbe superficialmente pensare, di un omaggio protocollare a un anziano porporato sopravvissuto alla persecuzione. Appare piuttosto come qualcosa di più profondo e, credo, di più necessario per il tempo che viviamo. Leone XIV si è misurato personalmente, con parole sobrie e insieme dense, con una delle pagine più buie del comunismo europeo del Novecento, restituendo dignità piena a un luogo — le miniere di Spaç, nell’Albania di Enver Hoxha — dove per anni sacerdoti, intellettuali e semplici cittadini furono annientati nel corpo nel tentativo di spezzarne lo spirito.

Il cardinale Simoni, che in quel campo fu detenuto e perseguitato proprio per la sua fedeltà al Vangelo, non è figura minore nella memoria della Chiesa contemporanea: è testimone vivente di un secolo di persecuzioni religiose in Europa, al pari dei martiri dell’Est più noti al grande pubblico occidentale. Che un Pontefice scelga di scrivergli, e di farlo con l’intensità con cui Leone XIV ha scritto, è un fatto che va oltre la cronaca religiosa e investe la coscienza civile del continente.

Colpisce, in particolare, la scelta lessicale del Papa. Definire Simoni «Venerato Fratello» non è formula di cancelleria: per chi è stato ridotto, come tanti a Spaç, a un numero di matricola, quelle parole restituiscono un’umanità che il regime aveva tentato sistematicamente di cancellare. È un dettaglio che un osservatore meno attento potrebbe trascurare, e che invece rivela la sensibilità pastorale di questo pontificato: la capacità di toccare, con un linguaggio apparentemente semplice, ferite che restano aperte da decenni.

Altrettanto significativo è il passaggio teologico centrale della lettera, laddove il Pontefice scrive che <cite index=”1-1″>nessuna prigione è tanto profonda da separare l’uomo dall’amore di Dio</cite>. Una frase che merita di essere letta non solo come conforto spirituale rivolto a un singolo cardinale, ma che può essere letta anche come un monito per il presente, in un’epoca segnata da nuove forme di autoritarismo e di persecuzione religiosa nel mondo: il richiamo di Leone XIV a Spaç appare così come un atto di memoria attiva, non semplicemente archivistica.

Va inoltre riconosciuto un merito che raramente viene sottolineato a sufficienza: questo pontificato sta dimostrando, con gesti concreti più che con dichiarazioni generiche, un’attenzione costante verso le periferie geografiche e storiche dell’Europa — quei Paesi, come l’Albania post-comunista, che faticano ancora a costruire una memoria pubblica compiuta delle proprie ferite novecentesche. In questo senso, la lettera a Simoni non è un episodio isolato, ma si inserisce coerentemente in un magistero attento alla riconciliazione dei popoli con il proprio passato.

In un tempo in cui la memoria dei totalitarismi rischia costantemente di essere ridotta a retorica cerimoniale, Leone XIV appare aver scelto la via più difficile e, si potrebbe dire, più vera: quella di un Papa che scrive, che nomina, che riconosce per nome le vittime e i sopravvissuti, restituendo loro la voce che il regime aveva provato a soffocare per sempre.

Spaç, oggi, non è più soltanto un luogo geografico nel nord dell’Albania. È diventato, grazie a questo gesto, un luogo della coscienza europea. E l’Europa, chiamata a fare i conti con i propri totalitarismi, farebbe bene ad ascoltare.

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