Da Port Elizabeth a Wall Street: la lezione sudafricana di Stanley Bergman e il filo che lega un intero secolo di costruttori di Pierangelo Panozzo
Da Port Elizabeth a Wall Street: la lezione sudafricana di Stanley Bergman e il filo che lega un intero secolo di costruttori
di Pierangelo Panozzo
C’è una traiettoria, nella storia recente del capitalismo internazionale, che parte da un quartiere multiculturale di Port Elizabeth negli anni dell’apartheid e arriva fino ai vertici di una delle maggiori aziende sanitarie quotate a Wall Street. È quella di Stanley M. Bergman, che ha appena concluso 45 anni in Henry Schein Inc., di cui 35 come amministratore delegato, lasciando la guida operativa a Frederick M. Lowery, ex dirigente di Thermo Fisher Scientific, pur restando presidente del consiglio di amministrazione.
Bergman nasce nel 1950 a Port Elizabeth, oggi Gqeberha, da genitori ebrei fuggiti dalla Germania nazista nel 1936. Cresce a South End, quartiere che lui stesso ha descritto come un ambiente multiculturale realmente funzionante, prima che il governo dell’apartheid lo dichiarasse zona riservata ai bianchi nel 1963, costringendo alla dispersione le famiglie di diversa origine razziale che vi convivevano. Nonostante un’educazione familiare esplicitamente contraria al razzismo, frequenta una scuola segregata: un’esperienza che, per sua stessa ammissione, ha segnato in profondità la sua idea di leadership.
Laureato in Commercio all’Università del Witwatersrand nel 1972 e abilitato come commercialista sudafricano l’anno successivo, lascia il Paese e si stabilisce prima a Londra, poi a New York, dove nel 1980 entra in Henry Schein come direttore finanziario. Nel 1989, alla scomparsa di Jay Schein, ne assume la guida come presidente e amministratore delegato. Sotto la sua direzione l’azienda si trasforma da distributore dentale regionale con 225 milioni di dollari di fatturato annuo a gruppo sanitario globale presente in 33 Paesi, con oltre 300mila prodotti distribuiti e vendite che nel 2024 hanno sfiorato i 13 miliardi di dollari, valendole il 333esimo posto nella classifica Fortune 500. La crescita non è stata frutto soltanto di acquisizioni, ma della costruzione di un modello basato sulla distribuzione integrata di prodotti, servizi tecnologici e soluzioni digitali per studi dentistici, ambulatori veterinari e strutture sanitarie: è questo impianto strategico, più che la sola dimensione raggiunta, a spiegare perché Bergman sia considerato tra i grandi costruttori d’impresa americani degli ultimi decenni. Al momento del ritiro, lascia una partecipazione azionaria valutata oltre 55 milioni di dollari, circa 900 milioni di rand.
Un dato che colpisce, nella sua parabola, è la scelta del momento dell’uscita. Circa diciotto mesi prima dell’annuncio ufficiale, Bergman aveva già deciso di interrompere la fase di espansione per dedicarsi all’integrazione di quanto costruito, rinunciando consapevolmente a nuovi capitoli di crescita pur di lasciare un’azienda solida al successore. È una lezione di governance non scontata, in un’epoca in cui la tentazione di prolungare all’infinito il proprio mandato è spesso più forte del senso di responsabilità verso chi verrà dopo.
Un filo che attraversa i decenni
La storia di Bergman non rappresenta soltanto il successo di un singolo dirigente. È parte di una tradizione più ampia che vede il Sud Africa come luogo di formazione di competenze e, al tempo stesso, destinazione di investimenti di lungo periodo provenienti dall’Europa: un doppio movimento, in uscita e in entrata, che nel tempo ha continuato ad arricchire il Paese anche nelle sue fasi più incerte.
In questo quadro si inserisce anche la presenza industriale italiana, che nel Sud Africa contemporaneo ha sviluppato una radice solida e continuativa, ben oltre la semplice esportazione di capitali. Il caso più visibile è quello di Gianluigi Aponte, fondatore della Mediterranean Shipping Company, la cui compagnia approda per la prima volta al porto di Durban nel 1971, oltre cinquant’anni fa. Da allora MSC ha costruito in Sud Africa una delle sue presenze più radicate fuori dall’Europa, con sede nazionale a Durban, uffici nelle principali città del Paese e circa duemila collaboratori diretti tra attività portuali, logistica intermodale e trasporto su gomma integrato con la rete ferroviaria di Transnet. Solo dal periodo post-pandemico il gruppo ha investito circa due miliardi di rand nel Paese, tra cui il primo impianto di stoccaggio a temperatura controllata mai realizzato da MSC nel mondo, aperto a Chesterville, nei pressi del porto di Durban. Attraverso la controllata Africa Global Logistics, erede della Bolloré Africa Logistics, MSC si presenta oggi come uno degli operatori multimodali di riferimento per l’intera Africa australe.
Accanto a questa presenza infrastrutturale di lungo corso, il tessuto industriale italiano in Sud Africa comprende realtà attive in settori strategici per lo sviluppo del Paese: dall’energia rinnovabile, con Enel Green Power presente dal 2011 con impianti solari ed eolici, alla difesa e aerospazio con Leonardo e Ansaldo Energia, fino all’agroalimentare, con Ferrero che dal 2009 gestisce una fabbrica orientata ai mercati africano e mediorientale, e alla meccanica agricola con CNH e Iveco. Un mosaico di investimenti che, pur restando distinto per settore e strategia, condivide una scommessa di fondo sulla stabilità e il potenziale di crescita di lungo periodo del Sud Africa, anche nelle fasi più incerte della sua transizione politica ed economica.
È in questo scenario che la parabola di Stanley Bergman assume un significato che va oltre la biografia individuale. Figlio di rifugiati, cresciuto sotto la segregazione, capace di costruire altrove un impero sanitario da tredici miliardi di dollari senza mai recidere il legame con l’università e le istituzioni sudafricane che lo hanno formato, Bergman rappresenta l’altra faccia della stessa medaglia rispetto agli investitori industriali che hanno scelto di restare o tornare a costruire dentro i confini del Paese. Storie diverse, metodi diversi, ma un’unica convinzione di fondo sul potenziale del Paese che li ha formati o accolti.
È forse questa la lezione più duratura lasciata da Stanley Bergman: il vero successo di un leader non si misura soltanto nei risultati economici raggiunti, ma nella capacità di lasciare istituzioni più solide di come le ha trovate. Una lezione che vale per le imprese, ma vale anche per i Paesi. Per questo la sua storia non appartiene soltanto a Wall Street, ma anche al Sud Africa che lo ha formato e all’Europa che, attraverso i suoi imprenditori, continua a investire nel suo futuro.
