Italiani all’estero: gli ultimi cittadini della Repubblica? Sei milioni di connazionali dimenticati dalla politica di Pierangelo Panozzo

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ITALIANI ALL'ESTERO

Italiani all’estero: gli ultimi cittadini della Repubblica?

Sei milioni di connazionali dimenticati dalla politica

di Pierangelo Panozzo

Da decenni l’Italia celebra i propri emigrati quando si parla di storia, Made in Italy, export e prestigio internazionale. Ogni anno istituzioni e forze politiche ricordano il contributo di chi ha costruito comunità di successo in tutti i continenti, contribuendo alla diffusione della cultura, dell’imprenditoria e dell’immagine del Paese.

Ma quando si passa dalle parole ai fatti, la realtà appare diversa.

Gli iscritti all’AIRE sono oggi oltre sei milioni: cittadini italiani a tutti gli effetti, che in molti casi continuano a pagare imposte in Italia, possiedono immobili, investono, mantengono legami economici e familiari con il Paese e costituiscono una rete internazionale di relazioni difficilmente replicabile. L’iscrizione all’AIRE è un obbligo di legge e garantisce l’accesso ai servizi consolari e l’esercizio di diritti specifici, tra cui il voto per corrispondenza nelle elezioni politiche nazionali e nei referendum.

Eppure è difficile sottrarsi a una domanda: questi cittadini godono realmente degli stessi diritti e della stessa attenzione riservata a chi risiede in Italia?

Alcuni elementi oggettivi sostengono questa percezione. La riforma costituzionale confermata dal referendum del 2020 ha ridotto i parlamentari eletti nella Circoscrizione Estero da 18 a 12 — 8 deputati anziché 12 alla Camera, 4 senatori anziché 6 al Senato — proprio mentre il numero degli iscritti AIRE cresceva fino a sfiorare i sei milioni. Il risultato è che oggi un parlamentare eletto all’estero rappresenta, in media, un numero di connazionali molto superiore rispetto a un collega eletto in Italia.

A questo si aggiungono le difficoltà, riportate da anni dalle comunità e dalle associazioni dei consolari, nell’accesso ai servizi in alcune sedi diplomatiche sovraccariche di richieste, e i tempi per il rinnovo dei passaporti o per il riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis, che variano sensibilmente da sede a sede e che in alcuni casi si protraggono per anni.

Il paradosso è evidente. Mentre si discute di un patrimonio potenziale stimato in decine di milioni di persone di origine italiana nel mondo, la politica nazionale fatica a valorizzare anche solo i circa sei milioni di cittadini iscritti all’AIRE. L’Italia dispone di una delle diaspore più estese del pianeta — una risorsa per diplomazia economica, commercio, ricerca, università, turismo e attrazione di investimenti — ma questa rete raramente viene collocata al centro di una strategia nazionale di lungo periodo.

Negli ultimi anni il dibattito parlamentare si è concentrato più sulla riduzione della rappresentanza degli italiani all’estero e su riforme elettorali che su una riflessione strutturale sul ruolo che queste comunità possono giocare per il futuro del Paese.

Non si tratta di chiedere privilegi. Si tratta di chiedere pari dignità.

Essere cittadini italiani non dovrebbe dipendere dal codice di avviamento postale. Chi vive all’estero continua a rappresentare l’Italia ogni giorno — nelle imprese, nelle università, negli ospedali, nei laboratori di ricerca, nelle istituzioni internazionali — contribuendo alla crescita del prestigio del Paese nel mondo.

Forse è arrivato il momento che Parlamento e Governo smettano di considerare gli italiani all’estero un semplice collegio elettorale, e comincino a riconoscerli come una componente strategica della Repubblica.

Perché una nazione che dimentica milioni dei propri cittadini rischia di dimenticare anche una parte importante del proprio futuro.

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