Addio a Peppino di Capri: si spegne l’ultimo grande signore della canzone italiana di Pierangelo Panozzo
Addio a Peppino di Capri: si spegne l’ultimo grande signore della canzone italiana
di Pierangelo Panozzo
Capri — Se n’è andato nella sua isola, la stessa che lo vide nascere il 27 luglio 1939 e che per oltre ottant’anni ha portato scritta addosso come un secondo nome. Giuseppe Faiella, per il mondo Peppino di Capri, si è spento sabato 11 luglio a Villa Castiglione dopo una lunga malattia, a pochi giorni dal traguardo dei 87 anni. I funerali si terranno domenica pomeriggio nell’ex cattedrale di Santo Stefano, nella piazzetta che lo aveva visto crescere. Lascia il figlio Nico, avuto dal primo matrimonio con la modella torinese Roberta Stoppa, ed Edoardo e Daria, nati dall’unione con Giuliana Gagliardi, scomparsa nel 2019 — proprio nel periodo in cui, secondo quanto riportato dalla stampa, le sue condizioni di salute avevano iniziato ad aggravarsi.
Un enfant prodige nato tra il piano e il mare
Cresciuto in una famiglia di musicisti — il nonno nella banda dell’isola, il padre Bernardo titolare di un negozio di dischi e strumenti — il piccolo Peppino si avvicinò al pianoforte a soli quattro anni, esibendosi davanti alle truppe alleate di stanza a Capri nel secondo dopoguerra. Fu un’esposizione precoce alle sonorità americane che ne avrebbe segnato per sempre l’identità artistica. A sei anni iniziò lo studio classico del pianoforte a Napoli, ma la vocazione per il rock and roll nascente prese presto il sopravvento: nel 1953, insieme al batterista Ettore Falconieri, cominciò a esibirsi nei night club di Capri e Ischia come “Duo Caprese”. Nel 1956 il debutto televisivo a “Primo applauso”, condotto da Enzo Tortora: lui e Falconieri vinsero un televisore interpretando “Cry” e “Tu vuo’ fa’ l’americano”.
Dai Rockers al fenomeno del twist
Il salto di qualità arrivò nel 1958, quando un dirigente dell’etichetta Carisch lo notò durante una serata a Ischia: nacque così il sodalizio discografico “Peppino di Capri e i suoi Rockers”, che portò il rock a Napoli facendolo parlare in dialetto. Il primo, clamoroso successo fu “Nun è peccato”, pubblicato il 28 novembre di quello stesso anno. Seguì, nel 1959, “Voce ‘e notte”, rilettura di un classico del 1905, e un 1960 di piena affermazione tra classifiche, esibizioni e i primi musicarelli cinematografici accanto a Mina. Nel dicembre 1961 lanciò in Italia il fenomeno del twist con la cover di “Let’s Twist Again” di Chubby Checker, che l’anno successivo avrebbe superato il milione di copie vendute; a quella stagione appartengono anche “St. Tropez Twist” e “Don’t Play That Song”. Nel 1963 vinse il Cantagiro davanti a Little Tony, Adriano Celentano e Gino Paoli, mentre “Roberta” — dedicata alla prima moglie — diventava uno dei suoi brani più amati.
Il palcoscenico con i Beatles e la consacrazione a Sanremo
Il giugno 1965 consegnò a Peppino di Capri un episodio destinato a restare nella memoria collettiva della musica italiana: fu scelto per aprire le uniche due date italiane dei Beatles, al Velodromo Vigorelli di Milano e al Cinema Adriano di Roma. Dopo il debutto a Sanremo nel 1967 con “Dedicato all’amore” e lo scioglimento dei Rockers l’anno seguente, la carriera trovò nuova linfa nel 1970 con la vittoria al Festival della Canzone Napoletana grazie a “Me chiamme ammore” e con “Amare di meno”, sigla del celebre “Rischiatutto”. Il 1973 resta però la data-cardine della sua biografia artistica: la vittoria a Sanremo con “Un grande amore e niente più” coincise con la pubblicazione di “Champagne”, il brano — “per brindare a un incontro / con te, che già eri di un altro” — che più di ogni altro lo avrebbe legato per sempre al pubblico italiano e internazionale. Nel 1976 arrivò il secondo trionfo sanremese con “Non lo faccio più”. In quindici partecipazioni complessive al Festival, nessun altro artista avrebbe eguagliato il suo record di presenze.
L’Eurovision e la lunga stagione della maturità
Nel 1991 Peppino di Capri rappresentò l’Italia all’Eurovision Song Contest con “Comm’è ddoce ‘o mare”, classificandosi settimo e diventando così il primo interprete a portare la lingua napoletana sul palco della manifestazione continentale. Negli anni e nei decenni successivi la sua discografia si è arricchita di titoli come “Incredibile voglia di te”, “Verdemela”, “Auguri”, “E mo’ e mo’” e “Il sognatore”, accompagnati da un’intensa attività dal vivo che nel 1987 lo portò a incidere un album alla Royal Albert Hall di Londra. Nel 2005, alla sua quindicesima partecipazione sanremese con “La panchina”, fu insignito da Carlo Azeglio Ciampi dell’onorificenza di Commendatore della Repubblica. Nel 2023 l’Ariston gli ha tributato il Premio alla Carriera “Città di Sanremo”, eseguito proprio sulle note di “Champagne”; nel 2025 ha ricevuto le chiavi della città di Capri, mentre Rai1 ha trasmesso il film biografico “Champagne – Peppino di Capri”, con Francesco Del Gaudio nei suoi panni.
Uno stile che non ha mai ceduto alla moda
Al di là dei numeri di una carriera lunga oltre sessant’anni, ciò che resta è la cifra stilistica di un interprete che non ha mai inseguito l’eccesso. In un’intervista del 2018 aveva raccontato il proprio rapporto con l’isola natale osservando che tra gli abitanti di Capri e il resto del mondo resta sempre, un elemento di ingovernabilità, che consiste nell’irriducibilità del mare”. Una chiave che vale anche per la sua parabola artistica: mai un cedimento all’“urlato” imperante di certe stagioni musicali, sempre una preferenza per la misura e il “detto” — la parola pesata, l’eleganza come etica prima ancora che come stile.
Numerosi i messaggi di cordoglio giunti dal mondo della cultura e delle istituzioni. Il ministro del Turismo, Gianmarco Mazzi, che era legato all’artista da un rapporto di amicizia personale, ha espresso dolore per la scomparsa e annunciato l’intenzione di dedicargli il percorso per il riconoscimento della canzone napoletana quale patrimonio dell’umanità, di cui Peppino di Capri era considerato massima espressione.
Con la sua morte si chiude un capitolo fondamentale della canzone italiana del Novecento: quello di un musicista capace di fondere, per primo e con naturalezza, la tradizione melodica partenopea con il rock and roll, il twist e il pop internazionale, restituendo al Paese — negli anni del boom economico e ben oltre — una colonna sonora fatta di eleganza, misura e verità del sentimento.
Pierangelo Panozzo
