Stoccolma non si vende a rate: la Svezia detta le condizioni al ritorno di Pechino
La visita di Wang Yi a Stoccolma, la prima di un alto diplomatico cinese dal 2004, mostra come la Svezia possa riaprire il dialogo con la Cina senza cedere sui principi che ne hanno definito la politica estera dell’ultimo decennio
di Pierangelo Panozzo
Quando un ministro degli Esteri cinese torna in una capitale dopo ventidue anni di assenza ai vertici, il gesto vale più delle parole pronunciate. Wang Yi è arrivato a Stoccolma sabato 4 luglio, quarta tappa di un tour che lo ha portato anche a Copenaghen e lo condurrà a Helsinki e Oslo, e ha scelto un registro accomodante: ha definito la Svezia il primo Paese occidentale ad aver stabilito relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare, presentando quella scelta storica come prova di indipendenza e lungimiranza strategica svedese. Ha parlato di difficoltà recenti da superare, di dialogo da rafforzare, di una “corretta percezione reciproca” da ricostruire. È un linguaggio studiato per apparire conciliante. Ma è bene leggerlo per quello che è: un riconoscimento implicito che, in questi ventidue anni, la Svezia non ha avuto bisogno di Pechino per definire la propria collocazione internazionale, mentre tutto lascia pensare che oggi sia soprattutto Pechino ad avere interesse a colmare quella distanza.
Il contesto in cui la visita si inserisce non lascia dubbi su chi stia cercando cosa. L’Unione europea ha fissato a ottobre la scadenza per affrontare gli squilibri commerciali con la Cina, dopo anni in cui le industrie europee esposte alla concorrenza cinese – veicoli elettrici, pannelli solari, accumulo energetico – hanno spinto Bruxelles verso la postura più assertiva mai assunta nei confronti di Pechino. In questo quadro, i Paesi nordici rappresentano storicamente il fronte più scettico dell’Unione, e Wang ha scelto di testarlo proprio nel momento in cui la pressione commerciale è più acuta. Se la Cina sceglie di corteggiare Stoccolma proprio ora, è perché considera la fermezza svedese un ostacolo da attenuare, non un dettaglio da ignorare.
La solidità della posizione svedese non nasce da un pregiudizio ideologico, ma da scelte precise, motivate e mai ritrattate. Nel 2020 la Svezia è stata tra i primi Paesi europei a escludere Huawei e ZTE dalle proprie reti 5G per ragioni di sicurezza nazionale, una decisione che ha retto nel tempo nonostante le pressioni diplomatiche e commerciali di Pechino. Ed è la Svezia, non un organismo terzo, a tenere aperto da oltre un decennio il caso di Gui Minhai, il cittadino svedese di origine cinese sequestrato in Thailandia nel 2015 e da allora detenuto in Cina: l’unico cittadino dell’Unione europea privato della libertà per la difesa dell’editoria e della libertà di stampa. Che organizzazioni come Reporters Without Borders sollecitino Stoccolma a rilanciare il caso proprio in coincidenza con la visita di Wang non è una nota a margine, è la misura di quanto quel dossier resti centrale nella credibilità internazionale della Svezia come Paese che non subordina i diritti umani alla convenienza commerciale.
È in questa cornice che va letta la disponibilità svedese al dialogo. Il governo di Ulf Kristersson e la ministra degli Esteri Maria Malmer Stenergard non hanno riaperto un canale di comunicazione per debolezza, ma perché la fermezza sui principi e l’apertura al confronto commerciale non sono, per Stoccolma, in contraddizione. La Svezia resta un mercato di sbocco rilevante per l’export cinese e ospita interessi industriali di rilievo nel mercato asiatico: mantenere un dialogo funzionante con un interlocutore di quella scala è normale amministrazione degli interessi nazionali, non concessione politica. La differenza, sostanziale, è che Stoccolma discute di commercio e di sicurezza europea da una posizione che non ha mai messo in discussione le proprie linee rosse: nessuna riabilitazione di Huawei nelle infrastrutture critiche, nessun silenzio sul caso Gui Minhai, nessuna ambiguità sulla vicinanza cinese alla Russia in un momento in cui i Paesi nordici restano, in proporzione alla popolazione, tra i maggiori donatori di aiuti militari all’Ucraina.
Il tour di Wang Yi si chiuderà a Oslo l’8 luglio, ma il precedente di Stoccolma consegna già un’indicazione utile per le tappe successive e per l’agenda europea di ottobre: il dialogo con Pechino può essere riaperto senza sconti sui principi, a condizione che a dettare i termini dell’incontro sia chi non ha mai avuto bisogno di rinnegarli.

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