Écône, trentotto anni dopo: cosa dice il decreto, cosa resta interpretazione
La scomunica dei vescovi della Fraternità San Pio X: i fatti accertati, la lettura dei documenti ufficiali, gli scenari possibili
di Pierangelo Panozzo
Il 29 giugno, solennità dei Santi Pietro e Paolo, Papa Leone XIV invia una lettera al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, don Davide Pagliarani. Il 1° luglio, nel seminario internazionale di Écône, nel Canton Vallese, la Fraternità procede comunque alla consacrazione di quattro nuovi vescovi. Il 2 luglio il Dicastero per la Dottrina della Fede pubblica il decreto che dichiara la scomunica latae sententiae a carico dei consacranti e dei consacrati. Sono questi i tre fatti accertati e documentati su cui si fonda l’intera vicenda; tutto il resto — le letture, le intenzioni, gli scenari — va tenuto distinto dai fatti stessi, ed è su questa distinzione che vale la pena ragionare.
Il fatto. A presiedere la consacrazione è stato monsignor Alfonso de Galarreta, uno dei quattro presuli ordinati nel 1988 dallo stesso fondatore della Fraternità, Marcel Lefebvre. Co-consacrante è stato monsignor Bernard Fellay, anch’egli tra i vescovi consacrati nel 1988, scomunicato allora da Giovanni Paolo II e riammesso alla piena comunione nel 2009 da Benedetto XVI. Il decreto del 2 luglio lo colloca oggi nuovamente tra i soggetti scomunicati, in quanto — così recita il testo — partecipante diretto alla celebrazione liturgica in qualità di co-consacrante.
Che cosa stabilisce il decreto
Secondo il testo firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, la consacrazione episcopale compiuta senza mandato pontificio configura, ai sensi del can. 1364 §1 e del can. 1387 del Codice di Diritto Canonico, un atto di natura scismatica. In base al decreto, la scomunica è latae sententiae: non richiede cioè un processo canonico che la dichiari, ma si produce automaticamente al momento del gesto compiuto. Il provvedimento riguarda, secondo quanto indicato nel testo stesso, sia i due consacranti sia i quattro vescovi neo-ordinati: Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier.
La nota esplicativa allegata al decreto — che richiama esplicitamente una precedente nota del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi del 1996, tuttora in vigore — precisa che i ministri sacri della Fraternità sono da considerarsi scismatici ai sensi del diritto vigente, e che lo stesso giudizio si applica ai fedeli laici che vi aderiscono formalmente, secondo criteri che il documento stesso definisce da valutare caso per caso. Sul piano sacramentale, la nota indica che i sacramenti amministrati dai ministri della Fraternità sono da ritenersi illeciti, con particolare riferimento — così specifica il testo — a confessione e matrimonio, per i quali viene dichiarata l’invalidità.
Il decreto, infine, non si chiude sul piano sanzionatorio: affida ai Nunzi Apostolici, d’intesa con gli Ordinari diocesani, il compito di predisporre le procedure per chi tra i fedeli della Fraternità intendesse fare ritorno alla piena comunione. È la medesima impostazione pastorale che accompagnò il decreto del 1988, la cui applicazione ai quattro vescovi di allora fu poi revocata nel 2009 da Benedetto XVI — revoca che, secondo quanto ricostruito dalle cronache di quegli anni, ebbe carattere disciplinare e non dottrinale.
La sequenza dei fatti che hanno preceduto Écône
Ricostruendo la cronologia sulla base delle comunicazioni ufficiali disponibili: il 2 febbraio, festa della Purificazione, Pagliarani ha reso pubblico l’annuncio delle nuove consacrazioni, motivandolo — secondo quanto riportato dalla stessa Fraternità — con la necessità di garantire la continuità episcopale del movimento, poiché dei quattro vescovi ordinati nel 1988 solo due risultavano ancora in vita. Il 12 febbraio si è svolto a Roma un incontro tra il cardinale Fernández e Pagliarani, al termine del quale il Dicastero ha reso noto di aver proposto un percorso di dialogo teologico, condizionato alla sospensione delle ordinazioni annunciate. Il 18 febbraio la Fraternità ha risposto per iscritto, dichiarando — secondo il testo della lettera diffuso in quei giorni — di non ravvisare margine per un accordo dottrinale sui contenuti del Concilio Vaticano II e sulla riforma liturgica, e confermando la data del 1° luglio.
Su questa base documentale, un’interpretazione ricorrente tra gli osservatori ecclesiali è che il nodo della vicenda non sia disciplinare, ma riguardi lo statuto stesso del Concilio Vaticano II come atto di magistero: una lettura compatibile con i testi ufficiali citati, ma che resta appunto un’interpretazione, non un dato contenuto nei documenti stessi. Nella propria omelia del 1° luglio, riportata dalle agenzie presenti a Écône, Pagliarani ha richiamato il principio dello “stato di necessità” già invocato da Lefebvre negli anni Settanta: un argomento interno alla posizione della Fraternità, che il decreto vaticano non recepisce e che anzi qualifica come motivazione insufficiente a derogare al diritto canonico.
Un elemento di contesto: le prese di distanza cardinalizie
Nei giorni successivi alla cerimonia, alcuni cardinali generalmente associati a sensibilità liturgiche più vicine al mondo tradizionalista — tra cui l’americano Raymond Burke e il tedesco Gerhard Müller — hanno reso pubbliche dichiarazioni di dissociazione dalla scelta della Fraternità. Si tratta di un dato di cronaca verificabile attraverso le dichiarazioni stesse; la loro portata resta invece materia di interpretazione. Una lettura possibile è che tali prese di posizione riducano il rischio di un’adesione allargata allo scisma da parte di altri settori legati alla liturgia antica; un’altra, più prudente, è che si tratti di dichiarazioni circoscritte, il cui effettivo peso sulla tenuta del mondo tradizionalista potrà essere valutato solo nei prossimi mesi.
I numeri, per collocare la vicenda nelle giuste proporzioni
Secondo dati resi pubblici dalla stessa Fraternità e ripresi dalla stampa specializzata, la San Pio X conta oggi oltre settecento sacerdoti e alcune centinaia di migliaia di fedeli in diversi Paesi, con una rete di seminari, priorati e scuole attiva in Europa, nelle Americhe e altrove. Le stime sulla partecipazione alla cerimonia di Écône, circolate nei giorni successivi e non confermate da un conteggio ufficiale, indicano una presenza compresa tra quindicimila e diciassettemila persone. Questi dati aiutano a inquadrare la dimensione della comunità coinvolta, indipendentemente dal giudizio canonico sulla sua posizione.
Gli sviluppi previsti e gli scenari aperti
Sul piano amministrativo, quanto stabilito dal decreto prevede che siano le nunziature apostoliche a trasmettere alle conferenze episcopali locali le indicazioni operative per la gestione pastorale dei singoli casi, diocesi per diocesi — con la clausola, esplicitata nella nota, che le posizioni dei fedeli laici non formalmente aderenti alla Fraternità andranno valutate individualmente, non per automatismo.
Sul piano degli scenari, che qui vanno tenuti separati dai fatti accertati, si possono formulare almeno due ipotesi, entrambe compatibili con gli elementi finora disponibili ma nessuna delle due verificabile allo stato attuale. Una prima ipotesi è che la vicenda resti, come nel 1988, circoscritta al perimetro della Fraternità, anche in ragione delle prese di distanza cardinalizie sopra richiamate. Una seconda ipotesi, più cauta, è che l’episodio possa incidere sul più ampio confronto interno al mondo che chiede una maggiore disponibilità verso la liturgia antica, senza che al momento vi siano elementi documentali per stabilire in quale direzione andrà tale confronto.
Resta, come questione di fondo che i documenti ufficiali non affrontano direttamente, l’interrogativo — sollevato da più parti nel dibattito ecclesiale di questi giorni — su quale relazione debba intercorrere tra il patrimonio dottrinale e liturgico precedente al Concilio Vaticano II e le riforme successive: un tema che, indipendentemente dall’esito canonico della vicenda di Écône, la Chiesa continua ad affrontare con gli strumenti che le sono propri.
