DESALINIZZAZIONE Zuluf, l’acqua che parla italiano: quando l’ingegno di casa nostra trova campo libero di Pierangelo Panozzo

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Zuluf, l’acqua che parla italiano: quando l’ingegno di casa nostra trova campo libero

di Pierangelo Panozzo

Nel deserto dell’Arabia orientale, dove il giacimento offshore di Zuluf pompa greggio per Saudi Aramco, è appena scattato il “First Water”: l’impianto di trattamento delle acque di falda costruito da Fisia Italimpianti, controllata del Gruppo Webuild, ha prodotto la sua prima acqua utilizzabile. Un traguardo tecnico, si dirà, riservato agli addetti ai lavori. Ma dietro la sigla ingegneristica c’è una storia che vale la pena raccontare per intero.

L’impianto trasforma un’acqua di falda ad altissima salinità, carica di minerali, gas e idrocarburi, in un fluido idoneo alla reiniezione nei pozzi offshore: un processo che sostiene la pressione dei giacimenti e garantisce la continuità della produzione petrolifera nel Golfo Arabico. Capacità a regime: 185.000 metri cubi al giorno. Fisia ne curerà la gestione e la manutenzione per i prossimi venticinque anni. Non un cantiere mordi e fuggi, ma un impegno di lungo respiro che consolida la fiducia di un committente esigente come Aramco verso una tecnologia interamente italiana.

Ed è qui che il dato tecnico diventa un dato politico, nel senso più nobile del termine. In Arabia Saudita, negli Emirati, in Qatar, le nostre imprese non costruiscono soltanto impianti: costruiscono in tempi certi, con contratti che si onorano, con commesse che si trasformano in ulteriori commesse. Là dove il progetto viene giudicato per quello che vale — competenza, affidabilità, capacità di consegnare nei tempi previsti — l’ingegneria italiana torna a essere quello che è sempre stata: un’eccellenza mondiale, non un’eccezione da giustificare.

Verrebbe da chiedersi perché le stesse imprese, gli stessi progettisti, la stessa manodopera specializzata che oggi mantiene in pressione, con sistemi di reiniezione, i giacimenti offshore del Golfo Persico debbano poi confrontarsi, in patria, con un labirinto di autorizzazioni, ricorsi, conferenze di servizi che si trascinano per anni, interessi locali che si sovrappongono al merito tecnico. Non sorprende che molti cantieri italiani all’estero procedano spesso più speditamente di quelli realizzati in patria: non perché manchi il rigore — anzi, gli standard di sicurezza e qualità richiesti da un committente come Aramco non fanno sconti a nessuno — ma perché quei cantieri sono spesso gravati, da noi, da procedure amministrative, contenziosi e sovrapposizioni decisionali che finiscono per rallentare anche gli interventi meglio progettati.

E il paradosso si fa ancora più stridente se si guarda al passato. Le opere italiane realizzate decenni fa nel mondo sono lì, intatte, ancora perfettamente funzionanti e attuali: dighe, acquedotti, ferrovie, impianti industriali che continuano a servire intere popolazioni senza aver bisogno di essere reinventati. È una conferma di quanto la qualità dell’ingegneria italiana sappia durare nel tempo quando può esprimersi senza interferenze estranee al merito tecnico. Il problema, dunque, raramente è stato il know-how. Più spesso è l’ambiente in cui quel know-how è chiamato a operare a fare la differenza tra un cantiere che avanza e uno che si impantana.

Zuluf, in questo senso, non è soltanto una buona notizia industriale per Webuild e per l’indotto italiano. Zuluf dimostra che il capitale più prezioso dell’Italia non è nascosto nel sottosuolo, ma nelle competenze dei suoi ingegneri, dei suoi tecnici e delle sue imprese. Ogni volta che queste vengono messe nelle condizioni di lavorare, il risultato parla da sé. L’Italia esporta eccellenza. Dovrebbe imparare a riconoscerla e valorizzarla anche quando opera entro i propri confini.

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