Sette chiese e un silenzio di Stato. L’Italia davanti allo specchio della cristianofobia – di Pierangelo Panozzo

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VATICANO

Sette chiese e un silenzio di Stato. L’Italia davanti allo specchio della cristianofobia

Il rapporto OIDAC Europe di maggio 2026 documenta trentasette crimini d’odio anticristiano in undici paesi europei. Otto schede riguardano l’Italia. Una parte significativa dei media italiani non ha dato rilievo al fenomeno. Un silenzio che appare più strutturale che casuale.

Esiste una soglia oltre la quale il silenzio cessa di essere omissione e diventa posizione. L’Italia sembra aver raggiunto questa soglia nel maggio 2026, senza che il fenomeno abbia generato una risposta pubblica proporzionata alla sua portata.

L’Observatory on Intolerance and Discrimination against Christians in Europe (OIDAC Europe), con sede a Vienna, ha pubblicato il rapporto mensile relativo a maggio 2026 documentando trentasette crimini d’odio anticristiano verificati in undici paesi del continente. Il dato grezzo è già eloquente: tredici attacchi incendiari — il totale mensile più alto registrato nell’anno in corso —, dieci atti di vandalismo, tre casi di profanazione, tre aggressioni fisiche, tre furti di oggetti sacri, un episodio di istigazione e un’interruzione violenta di funzione religiosa.

La Germania guida la classifica con dieci episodi, ma è l’Italia a colpire per la densità del fenomeno: otto schede verificate, pari al volume della Francia. Circa un quinto delle segnalazioni europee mensili risulta concentrato nel Paese che ospita la Sede di Pietro.

Roma, Bologna, Guidonia, Genova, Villalba, Legnano, Campania: una mappa che attraversa cinque regioni e copre l’intera penisola. A Corviale quattro individui profanano la Parrocchia di San Paolo della Croce — olio sacro versato, tovaglia dell’altare imbrattata, immagine della Madonna danneggiata, feci nei bagni della chiesa. A Bologna una statua di Sant’Antonio viene distrutta nel corso di un’irruzione durante il Rosario. A Guidonia si appiccano le fiamme a una fioriera all’arrivo dei fedeli. La Basilica di San Siro a Genova viene coperta di scritte anarchiche con inviti espliciti a bruciare la chiesa. A Villalba viene spaccata una statua del Gesù Bambino. A Legnano bestemmie e oscenità deturpano la chiesa di San Bernardino. Al Santuario di San Michele Arcangelo un incendio devasta la porta; vengono rubati la corona e la spada dell’Arcangelo e perfino un pianoforte elettrico.

Qualunque analista di sicurezza, davanti a questa sequenza — sette episodi, trenta giorni, cinque regioni, tipologie di reato ricorrenti —, aprirebbe un fascicolo classificandola come possibile pattern emergente. Il dato più significativo resta tuttavia la limitata presenza del fenomeno nel dibattito pubblico nazionale.

Il punto non è soltanto quantitativo. È metodologico. L’OIDAC precisa esplicitamente che i propri dati rappresentano una sottostima strutturale: nel solo maggio 2026 oltre ventisette furti, ventiquattro effrazioni e nove incendi erano ancora sotto indagine al momento della pubblicazione del rapporto, con motivazioni anticristiane non ancora accertate.

L’Italia, inoltre, è tra i paesi che non forniscono statistiche ufficiali di polizia sul fenomeno — Austria, Finlandia, Francia, Germania e Regno Unito trasmettono dati derivanti da denunce formali; per l’Italia esistono soltanto quelli raccolti autonomamente dall’Osservatorio viennese.

Questa lacuna statistica non è un dettaglio tecnico: è essa stessa un fatto politico. Un paese che non conta non può rispondere, e un paese che non risponde rischia di non comprendere la dimensione del fenomeno.

Il quadro tendenziale è altrettanto significativo. Il rapporto annuale OIDAC 2025 ha identificato 2.211 crimini d’odio anticristiano nel 2024 in Europa, con un’impennata degli attacchi incendiari — 94 episodi, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. L’Italia aveva già totalizzato 65 segnalazioni nel 2023. La traiettoria indicata dai dati richiede una crescente attenzione istituzionale e pubblica.

Sul versante istituzionale europeo si è consumato, nel gennaio 2026, un passaggio rilevante. Il 21 gennaio il Parlamento Europeo ha adottato la risoluzione annuale su diritti umani e democrazia nel mondo — TA-10-2026-0014 — utilizzando esplicitamente il termine “cristianofobia” e richiamando il tema della persecuzione dei cristiani nel mondo.

La risoluzione ha chiesto alla Commissione europea di valutare un coordinatore dedicato alla lotta contro la cristianofobia, sul modello dei coordinatori già esistenti per l’antisemitismo e l’odio anti-musulmano.

La Conferenza dei vescovi europei (COMECE) ha accolto favorevolmente la pronuncia, specificando tuttavia di preferire la formula “odio anticristiano” alla parola “fobia”: il rischio, secondo la Conferenza, è ridurre il fenomeno a una dimensione psicologica anziché riconoscere casi concreti di discriminazione e violazione della libertà religiosa.

La posizione della COMECE apre una questione non soltanto lessicale. Dare un nome a un fenomeno in politica e nel diritto non è un ornamento retorico: è un atto che orienta priorità, indicatori, risorse e programmi.

Il Parlamento europeo ha compiuto questo passo. L’Italia istituzionale non ha ancora sviluppato un quadro organico di monitoraggio e risposta specifica al fenomeno.

Il confronto con la risposta che le stesse redazioni e gli stessi palazzi avrebbero riservato a una sequenza analoga rivolta ad altre comunità religiose rappresenta un test di coerenza. Non servirebbero sette episodi: una sequenza molto più limitata, con destinatari diversi, produrrebbe probabilmente una mobilitazione pubblica maggiore.

Sarebbe giusto e doveroso. Lo è altrettanto quando il bersaglio sono luoghi di culto cristiani. Il principio della tutela della libertà religiosa non cambia in ragione della fede delle vittime.

La questione viene definita nel dibattito europeo come possibile asimmetria nella tutela della libertà religiosa. Essa riguarda il rischio che alcune forme di ostilità verso la religione cristiana ricevano minore attenzione pubblica rispetto ad altre manifestazioni di odio religioso.

Il vicesegretario generale della COMECE, Alessandro Calcagno, ha evidenziato come le Chiese cristiane siano diventate spesso obiettivo di campagne pubblicitarie, espressioni online e denigrazione dei simboli religiosi, talvolta in un contesto percepito come caratterizzato da una limitata reazione istituzionale.

Sulle matrici del fenomeno è necessaria precisione analitica. I dati OIDAC non attribuiscono l’odio anticristiano a un’unica fonte ideologica o religiosa, né a intere comunità o movimenti: l’attribuzione delle responsabilità è ancorata ai singoli casi documentati.

I crimini censiti provengono da ambienti eterogenei: estremismi politici di diverso orientamento, circoli satanisti, soggetti isolati e contesti di radicalizzazione religiosa. Il caso del caffè cristiano di Lipsia, costretto a chiudere nel maggio 2026 dopo 26 attacchi in due anni e mezzo attribuiti — secondo gli operatori — a individui legati all’estremismo politico, dimostra la necessità di leggere ogni episodio nella sua specificità.

La complessità delle matrici non attenua l’urgenza di una risposta sistemica: la rafforza.

La World Watch List 2026 di Open Doors certifica che 388 milioni di cristiani nel mondo vivono sotto persecuzione o discriminazione — otto milioni in più rispetto all’anno precedente, il livello più alto da quando la lista viene pubblicata.

L’Italia è il paese di san Francesco e di Benedetto da Norcia, la sede del papato, il territorio che ha prodotto una parte fondamentale della civiltà cristiana europea. È anche, nel maggio 2026, tra i paesi europei con il maggior numero di crimini anticristiani documentati in un singolo mese.

La questione non è soltanto religiosa. È costituzionale.

L’articolo 19 della Costituzione italiana garantisce a tutti la libertà di professare la propria fede religiosa e di esercitarne il culto in pubblico o in privato. L’articolo 3 vieta discriminazioni fondate sulla religione.

Quando luoghi di culto vengono profanati in serie senza un adeguato sistema pubblico di monitoraggio e risposta, non si tratta soltanto di ordine pubblico: riguarda la coerenza con i principi costituzionali di libertà e uguaglianza.

L’OIDAC Europe fa il proprio lavoro: conta, classifica, pubblica secondo una metodologia dichiarata. Un osservatorio con sede a Vienna non può e non deve sostituire la responsabilità civile e istituzionale di una nazione. Quella coscienza, davanti a sette profanazioni in trenta giorni, ha opposto un silenzio che appare più strutturale che casuale. Le strutture, in democrazia, si costruiscono per scelta. E le scelte hanno sempre un nome.

Le statistiche citate provengono dai rapporti mensili e annuali dell’OIDAC Europe (Observatory on Intolerance and Discrimination against Christians in Europe, Vienna) e dalla World Watch List 2026 di Open Doors. I dati si riferiscono alle segnalazioni raccolte e verificate dagli osservatori indicati secondo le rispettive metodologie pubblicamente disponibili.

Pierangelo Panozzo

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