BRUXELLES E I TALEBANI: QUANDO IL PRAGMATISMO METTE ALLA PROVA I VALORI EUROPEI Bruxelles apre i battenti ai talebani e volta le spalle agli esuli afghani. Una resa morale mascherata da pragmatismo. di Pierangelo Panozzo

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BRUXELLES

BRUXELLES E I TALEBANI: QUANDO IL PRAGMATISMO METTE ALLA PROVA I VALORI EUROPEI

Bruxelles apre i battenti ai talebani e volta le spalle agli esuli afghani. Una resa morale mascherata da pragmatismo.

di Pierangelo Panozzo

23 giugno 2026

 

C’è un momento in cui la retorica dei valori si scontra con la realtà dei fatti e rivela la propria nudità. Quel momento è arrivato il 23 giugno 2026, quando una delegazione di cinque funzionari dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan — regime non riconosciuto da alcuno Stato membro dell’Unione Europea — ha varcato per la prima volta i confini di Bruxelles, la capitale delle istituzioni europee, che hanno fatto della democrazia e dei diritti umani uno dei pilastri della propria identità politica. Abdul Qahar Balkhi, portavoce del Ministero degli Esteri talebano, ha definito la visita “storica”. Lo è, ma non nel senso che intende lui. È storica perché segna il punto di non ritorno di una deriva morale che l’Europa stava percorrendo in silenzio da mesi.

L’incontro — rigorosamente a porte chiuse, fuori dalle sedi istituzionali, in un luogo mai divulgato — è stato co-presieduto dalla Svezia e ha visto la partecipazione di quindici Stati membri. La Commissione europea, per settimane, aveva rifiutato di confermarne l’esistenza. Il portavoce Markus Lammert aveva risposto alle domande dei giornalisti con il classico formulario burocratico: “La Commissione non divulga i dettagli di incontri tecnici prima che abbiano avuto luogo.” Tecnici. La parola chiave, il paravento dietro cui si nasconde tutto.

Perché dietro la parola “tecnico” si cela una scelta politica di enorme portata: quella di negoziare con un regime i cui vertici sono stati oggetto di mandati d’arresto della Corte Penale Internazionale. Nel 2025, la CPI ha emesso tali mandati per Haibatullah Akhundzada, Guida Suprema dei talebani, e Abdul Hakim Haqqani, ritenendo che l’Emirato Islamico avesse implementato una politica governativa che ha determinato gravi violazioni dei diritti fondamentali e delle libertà della popolazione civile afghana. Nessuno degli Stati presenti a quell’incontro del 23 giugno ha ritenuto necessario menzionarlo.

La ragione ufficiale dell’incontro è la gestione dei rimpatri. Circa venti dei ventisette Stati membri avevano firmato nell’ottobre 2025 una lettera alla Commissione chiedendo di accelerare le espulsioni degli afghani privi di titolo di soggiorno, in particolare quelli con condanne penali. La Germania di Friedrich Merz ha già rimpatriato oltre cento afghani dal 2024, utilizzando il Qatar come intermediario e, a fine febbraio 2026, operando il primo volo diretto senza alcun tramite diplomatico. L’Austria aveva già ospitato una delegazione talebana a Vienna. Il commissario europeo alla Migrazione Magnus Brunner ha cercato di giustificare il tutto con una frase che rimarrà agli atti: “Non parlare con queste persone non è un’opzione, se vogliamo migliorare la situazione.”

Ma migliorare la situazione per chi? Non certo per Goli Azad, pittrice di ventisette anni fuggita da Herat, che ha denunciato le proteste represse nel sangue, le donne arrestate con la scusa del burqa con denunce di torture e violenze durante la detenzione, e che oggi guarda con sgomento all’Europa che siede al tavolo con i suoi aguzzini. Non certo per Waheeda, la donna afghana che a febbraio 2026 ha testimoniato al Senato della Repubblica italiana con la voce spezzata: “Da persona che ha vissuto nella violenza per tanti anni, oggi voglio parlare di libertà, che a volte può costarti le persone che ami, la tua terra, tua madre.” Non certo per le decine di migliaia di esuli afghani — ex giornalisti, ex magistrati, ex funzionari governativi, attiviste per i diritti, insegnanti, semplici cittadini — che hanno lasciato tutto perché erano nel mirino del regime e che ora vivono nel terrore che l’Europa li rispedisca nelle mani di chi li perseguita.

Il quadro che si apre dietro la diplomazia silenziosa di Bruxelles è di una gravità che stenta a essere compresa nella sua interezza. Dal 2021 ad oggi, i talebani hanno emesso oltre settanta editti che limitano sistematicamente la vita delle donne: l’Afghanistan è l’unico Paese al mondo in cui alle ragazze è vietato studiare oltre la sesta classe primaria. Dal dicembre 2024, il divieto è stato esteso anche agli istituti medici. Le donne sono state espulse dal sistema legale, dalle università, dalle organizzazioni non governative. I giornalisti vengono arrestati e uccisi; le esecuzioni pubbliche sono tornate. Secondo il Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite, oltre diciassette milioni di afghani — un terzo dell’intera popolazione — versano in condizioni di insicurezza alimentare. Il Relatore speciale dell’ONU sui diritti umani in Afghanistan, Bennett, ha espresso con chiarezza la propria preoccupazione: qualsiasi forma di rimpatrio forzato rischia di violare il principio di non respingimento sancito dal diritto internazionale.

Eppure l’Europa procede. E lo fa nonostante il Parlamento europeo avesse approvato il 21 maggio 2026 una risoluzione che si opponeva esplicitamente a qualsiasi normalizzazione diplomatica con i talebani, chiedeva che ogni rapporto fosse subordinato al ripristino dei diritti fondamentali e sollecitava il riconoscimento della persecuzione sistematica delle donne afghane come possibile crimine contro l’umanità ai sensi del diritto internazionale. La Commissione non ha ritirato l’invito. Ha semplicemente ignorato il voto. La parlamentare europea socialista Cecilia Strada ha definito l’incontro del 23 giugno “un capitolo vergognoso per l’Europa”. La parlamentare Verde Saskia Bricmont lo ha definito “inaccettabile”. La premio Nobel per la pace Malala Yousafzai ha dichiarato di essere “profondamente scossa”. Amnesty International ha manifestato davanti alla sede della Commissione europea con uno striscione che recava una sola parola: Vergogna.

La contraddizione è insostenibile e merita di essere nominata con la precisione che richiede. L’Europa ha per decenni presentato se stessa come il bastione universale della dignità umana, dello Stato di diritto, dell’uguaglianza di genere. Ha fondato su questi principi la propria identità politica, la propria autorevolezza diplomatica, la propria capacità di fare pressione su Paesi terzi. Oggi quella stessa Europa negozia con un regime i cui vertici sono oggetto di mandati d’arresto della CPI, e lo fa per ottenere la collaborazione necessaria a rimandare indietro persone che da quel regime stavano fuggendo. Ogni contatto operativo con Kabul rischia di tradursi, agli occhi del regime e dell’opinione pubblica internazionale, in una forma di legittimazione politica che l’Europa stessa dichiara di voler evitare.

Il Belgio, Paese ospitante delle istituzioni UE, ha concesso ai cinque delegati un visto valido un solo giorno e limitato al proprio territorio nazionale, escludendoli dall’intero spazio Schengen. Il ministro degli Esteri belga Maxime Prévot ha precisato che “concedere la possibilità di un incontro nell’ambito della nostra politica di Stato ospitante non equivale a riconoscimento, non equivale a legittimità”. Il punto è che per chi è costretto a fuggire dall’Afghanistan, questa distinzione giuridica è invisibile. Ciò che è visibile è che i loro persecutori sono stati accolti nella capitale dell’Europa libera, hanno negoziato la propria agenda, e sono rientrati a Kabul con un risultato diplomatico che cinque anni fa sarebbe stato impensabile.

Gli afghani in esilio in Europa sono oltre centoventi mila tra quanti hanno ottenuto protezione internazionale negli ultimi anni. Nel solo 2025, oltre sessantatremila cittadini afghani hanno presentato domanda d’asilo nell’Unione Europea. Rappresentano una delle nazionalità con i tassi di riconoscimento della protezione internazionale più elevati dell’intero sistema europeo, e questo per una ragione precisa: tornare in Afghanistan, per la stragrande maggioranza di loro, significa tornare in pericolo. Il rischio percepito dagli esuli è che, nelle priorità politiche europee, la gestione della migrazione finisca per prevalere sulla tutela delle persone perseguitate — un’equazione che l’Europa preferisce non enunciare ad alta voce, ma che le sue scelte stanno progressivamente rendendo leggibile.

L’Afghanistan è già stato trattato così dall’Occidente. Prima bombardato vent’anni in nome della democrazia. Poi abbandonato nel caos dell’agosto 2021 con una ritirata che non ha previsto alcuna protezione strutturata per chi aveva collaborato con le istituzioni sostenute dall’Occidente stesso. Ora utilizzato come strumento di gestione del consenso interno europeo su un tema — la migrazione — che negli ultimi anni è diventato uno dei principali assi di polarizzazione politica in Europa. La retorica della “sicurezza” ha finito per includere anche gli afghani nell’elenco delle minacce da neutralizzare, ignorando che la stragrande maggioranza di loro dalla violenza stava fuggendo, non la portava con sé.

L’Europa che siede con i talebani non è l’Europa che ha firmato la Convenzione di Ginevra del 1951. Non è l’Europa che ha costruito l’architettura del diritto internazionale dei rifugiati. È qualcosa di diverso e di più scomodo: un’Europa che ha deciso che la coerenza coi propri valori è un lusso che non può permettersi nelle stagioni elettorali difficili. Questa non è una critica moralistica. È una constatazione geopolitica. La credibilità di Bruxelles come attore internazionale dipende in larga misura dalla capacità di fare ciò che predica. Ogni volta che quella coerenza viene sacrificata sull’altare del consenso interno, il capitale diplomatico europeo si erode. E con esso si erode la tutela di chi, in tutto il mondo, conta sull’Europa come ultimo baluardo.

Quei cinque uomini senza cravatta seduti al tavolo il 23 giugno 2026 non sono tornati a Kabul a mani vuote. Sono tornati con qualcosa di molto più prezioso di un accordo tecnico sui rimpatri: sono tornati con la prova che il tempo lavora per loro. Che il pragmatismo erode i principi. Che l’Europa, alla fine, parla con tutti. Per gli esuli afghani, quella prova è il segnale più pericoloso che potessero ricevere.

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