PARMITANO VERSO LA LUNA: L’ITALIA NON È SOLO PASSEGGERA di Pierangelo Panozzo
PARMITANO VERSO LA LUNA: L’ITALIA NON È SOLO PASSEGGERA
di Pierangelo Panozzo
Houston, 9 giugno 2026. Quando Jared Isaacman — amministratore NASA e uomo che ha già volato nello spazio come turista prima di diventare il capo dell’agenzia — pronuncia il nome di Luca Parmitano davanti alle telecamere del Johnson Space Center, qualcosa si muove nelle coordinate della geopolitica spaziale. Non è solo l’emozione visibile di un astronauta siciliano cresciuto a Paternò che si trova proiettato verso la Luna. È la conferma che l’Italia ha smesso di guardare le stelle e ha cominciato a costruire le navicelle che ci porteranno su di esse.
Parmitano sarà il pilota di Artemis III. L’unico non americano in un equipaggio di quattro — completato dal comandante Randy Bresnik e dagli specialisti Frank Rubio e Andre Douglas — che nella seconda metà del 2027 testerà in orbita terrestre le manovre di rendezvous e attracco tra la capsula Orion e i sistemi di atterraggio lunare di SpaceX e Blue Origin. Non ci sarà allunaggio: quello è previsto con Artemis IV, nel 2028. Ma il valore strategico di Artemis III non sta nella destinazione, sta nel metodo. Chi pilota Orion adesso apprende le procedure che un giorno porteranno l’umanità a stabilirsi sul suolo lunare in modo stabile.
Va detto con chiarezza ciò che la retorica istituzionale tende ad ammorbidire: Parmitano non camminerà sulla Luna. Eppure la sua presenza nell’equipaggio vale più di una passeggiata simbolica sul regolite selenico, perché è il punto visibile di un iceberg industriale e diplomatico di proporzioni considerevoli. La struttura del terzo European Service Module — il cuore energetico e propulsivo di Orion, senza il quale la capsula non funziona — è prodotta a Torino da Thales Alenia Space, prima dell’assemblaggio finale ad Airbus a Brema. L’Italia, inoltre, sta progettando con Thales il primo modulo abitativo di superficie lunare: la futura “casa dei moonwalker”. Massimo Comparini, managing director della Space Division di Leonardo, lo ha detto senza perifrasi: “Parmitano è un ambasciatore di tutti noi e del sistema spaziale italiano che porta sulla Luna una filiera di piccole e medie imprese.”
Il filo che collega l’astronauta all’industria passa per Roma. A marzo scorso il ministro Adolfo Urso — titolare del MIMIT e Autorità delegata allo Spazio — aveva firmato a Washington con Isaacman un’intesa bilaterale tra ASI e NASA che include il modulo abitativo lunare italiano e garantisce la partecipazione degli astronauti italiani al programma Artemis. Artemis III è la prima resa dei conti con quell’impegno. Urso ha rivendicato il risultato con la sintesi tipica della comunicazione politica: “L’Italia c’è: con i suoi astronauti, con l’ASI, con le sue imprese, i suoi distretti industriali e con le competenze scientifiche maturate.” La frase suona come uno slogan, ma poggia su fatti verificabili.
C’è una dimensione che supera quella nazionale. Il direttore generale dell’ESA Josef Aschbacher ha definito la designazione di Parmitano “un riconoscimento dell’esperienza europea nel volo spaziale umano” in un momento in cui il primato tecnologico spaziale è conteso tra Washington, Pechino e — con crescente ambizione — Mosca. L’Europa non ha un proprio vettore umano. Dipende dalla NASA per portare i suoi astronauti oltre l’atmosfera. Che un europeo sieda ai comandi di Orion — non come ospite di cortesia, ma come pilota operativo — ridisegna almeno parzialmente quella asimmetria.
Parmitano, visibilmente commosso al Johnson Space Center, ha articolato la sua gratitudine con una metafora spaziale precisa: “L’Italia è stata la mia rampa di lancio. L’ESA la torre. La NASA il razzo.” L’immagine funziona perché è vera. E perché ricorda che senza rampa e senza torre, il razzo non decolla.
Il conto alla rovescia per Artemis III è iniziato. La Luna può aspettare ancora un anno. L’Italia, evidentemente, no.
