DAL 1° GIUGNO L’ITALIA TORNA A CERCARE I SUOI FIGLI NEL MONDO La nuova Carta d’Identità Elettronica per gli iscritti AIRE non è una pratica amministrativa. È un segnale politico. di Pierangelo Panozzo
DAL 1° GIUGNO L’ITALIA TORNA A CERCARE I SUOI FIGLI NEL MONDO
La nuova Carta d’Identità Elettronica per gli iscritti AIRE non è una pratica amministrativa. È un segnale politico.
di Pierangelo Panozzo
Per anni milioni di italiani residenti all’estero hanno rappresentato una curiosa contraddizione della Repubblica. Da una parte erano celebrati come ambasciatori naturali dell’Italia nel mondo; dall’altra, quando avevano bisogno di un documento, di un certificato o semplicemente di un riconoscimento amministrativo, si trovavano spesso intrappolati in procedure lunghe, distanze consolari e tempi incompatibili con la vita moderna.
Dal 1° giugno 2026 qualcosa cambia.
Gli iscritti all’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero potranno richiedere la Carta d’Identità Elettronica non soltanto attraverso la rete consolare, ma anche presso qualsiasi Comune italiano. Una modifica apparentemente tecnica che, osservata con attenzione, racconta molto di più della semplice evoluzione di un servizio pubblico.
Racconta il rapporto tra l’Italia e la sua diaspora.
Per decenni il Paese ha guardato all’emigrazione come a una pagina del passato. Milioni di italiani erano partiti per necessità, costruendo comunità in Europa, nelle Americhe, in Australia e in Africa. Oggi il fenomeno ha assunto un volto diverso. Accanto ai discendenti delle grandi migrazioni storiche si sono aggiunti professionisti, ricercatori, imprenditori, studenti e giovani altamente qualificati che vivono stabilmente all’estero mantenendo però un forte legame con il proprio Paese.
Gli iscritti AIRE hanno ormai superato i sei milioni. Una popolazione equivalente a quella di una grande regione italiana.
Eppure, troppo spesso, il rapporto tra questi cittadini e lo Stato è stato caratterizzato da una distanza non soltanto geografica ma anche amministrativa.
La nuova normativa prova a colmare questo divario.
Consentire a un cittadino residente a Tokyo, Buenos Aires, Toronto o Johannesburg di richiedere la propria Carta d’Identità Elettronica durante un soggiorno in Italia significa riconoscere che la cittadinanza non può essere subordinata alla vicinanza fisica di un ufficio consolare.
È un principio apparentemente semplice ma profondamente moderno.
In un mondo nel quale il lavoro è sempre più mobile, le famiglie sono transnazionali e le identità si costruiscono oltre i confini, anche lo Stato deve imparare a muoversi insieme ai propri cittadini.
La Carta d’Identità Elettronica diventa così qualcosa di più di un documento.
È una chiave di accesso ai servizi digitali, un elemento di sicurezza, uno strumento di riconoscimento europeo. Ma soprattutto è il simbolo di una cittadinanza che non si interrompe quando si attraversa una frontiera.
La vera novità non è quindi la possibilità di presentare una domanda in un Comune italiano.
La vera novità è che la Repubblica sembra finalmente prendere atto di una realtà spesso sottovalutata: gli italiani all’estero non costituiscono una periferia della nazione.
Sono una parte integrante della nazione stessa.
Esiste infatti un’Italia che vive oltre i confini della penisola, che parla molte lingue, che opera nei mercati internazionali, nelle università, nelle organizzazioni internazionali, nelle imprese globali. Un’Italia che continua a votare, investire, promuovere cultura e mantenere relazioni economiche con il Paese d’origine.
In un’epoca segnata dalla competizione globale per talenti, competenze e relazioni internazionali, questa comunità rappresenta una risorsa strategica di valore incalcolabile.
La Carta d’Identità Elettronica accessibile agli iscritti AIRE è dunque una piccola riforma che parla di una grande questione.
La capacità dello Stato di restare vicino ai propri cittadini ovunque essi si trovino.
Perché nel XXI secolo non è il cittadino che deve inseguire lo Stato.
È lo Stato che deve essere in grado di raggiungere il cittadino.
Anche quando vive dall’altra parte del mondo.
