Cremona, crocevia del mondo. Il Rotary distretto 2050 chiude un anno storico Dalla capitale della liuteria, ottantadue club, due satellite e trenta Rotaract, cinque continenti in un’aula magna. La governatrice Balestreri cede il testimone a Treccani. Parigi, la California e Roma portano il Rotary nel futuro. di Pierangelo Panozzo

Cremona, crocevia del mondo. Il Rotary distretto 2050 chiude un anno storico

Dalla capitale della liuteria, ottantadue club, due satellite e trenta Rotaract, cinque continenti in un’aula magna. La governatrice Balestreri cede il testimone a Treccani. Parigi, la California e Roma portano il Rotary nel futuro.

di Pierangelo Panozzo

C’è un momento, nei congressi rotariani, in cui l’aula smette di essere un contenitore e diventa qualcosa d’altro. Non si tratta del momento protocollare — l’ingresso delle bandiere, il rintocco del campanello, i saluti delle autorità — ma di qualcosa di più difficile da codificare: l’istante in cui persone che vengono da mondi lontani, con lingue diverse, con storie di vita che non si sarebbero mai incrociate altrove, si trovano a condividere la stessa frase, lo stesso silenzio, la stessa intenzione. A Cremona, nella sala magna che ha ospitato il Congresso del Distretto 2050 del Rotary International, quell’istante è arrivato più di una volta nel corso di una giornata che ha lasciato il segno.

Il Congresso dell’anno rotariano 2025-2026 si è svolto in una città che non è una scelta casuale. Cremona è il cuore del Distretto 2050, quella fascia di Lombardia padana che abbraccia le province di Brescia, Cremona, Lodi, Mantova, Pavia, Piacenza e una porzione del milanese meridionale, per un totale di ottantadue club, due club satellite e trenta Rotaract. È qui che il Rotary italiano ha le sue radici più antiche — il Rotary Club Cremona, fondato nel 1926, è il più longevo del distretto — ed è qui che Annalisa Balestreri, governatrice dell’anno che si chiude, ha scelto di dare il congedo al proprio mandato. Un anno che coincide con il centenario del club di cui è socia e past-presidente, circostanza che ha conferito all’intera stagione una dimensione quasi simbolica: cento anni di servizio come specchio in cui misurare quanto il Rotary sia cambiato e quanto abbia saputo restare fedele a se stesso.

A fare gli onori di casa nel senso più pieno del termine è stata Alessia Zucchi, presidente del Rotary Club Cremona nell’anno del suo centenario. Guidare il club più antico del distretto in un anno simile non è un incarico ordinario: è la responsabilità di rappresentare cento anni di storia davanti a chi quella storia l’ha vissuta e davanti a chi la raccoglierà. Zucchi ha assolto quel compito con la discrezione e la solidità di chi sa che certe celebrazioni parlano da sole e che il compito del presidente è tenerle in piedi senza sovrastarle.

Balestreri, cremonese, imprenditrice agricola, rotariana dalla militanza lunga e paziente — Rotaract a diciotto anni, presidenza del club nel 2013-2014, tre anni consecutivi come assistente distrettuale, due anni come prefetto — ha tenuto il discorso di chiusura del mandato con la sobrietà di chi sa che le parole pesano di più quando non si esagera. Ha richiamato il principio fondante del sodalizio, “Servire al di sopra di ogni interesse personale”, non come formula rituale ma come bussola pratica, e ha invitato i club del distretto a non disperdere il capitale di relazioni, di fiducia e di impatto costruito nel corso dell’anno. Nella sua gestione, il distretto ha visto la nascita del “Festival dei Service”, ha intensificato la comunicazione esterna verso la stampa e i social, ha promosso un service interdistrettuale con il 2042, ha tenuto in piedi progetti complessi come il Global Grant per la costruzione di pozzi d’acqua in Nigeria, ha lavorato sulla formazione e sulla tutela delle donne vittime di violenza. Non è poco. È, anzi, la misura di un anno governato con metodo e senza retorica.

Il testimone passa a Francesco Treccani, governatore entrante per il 2026-2027. Non è la prima volta che Treccani e il vertice del Rotary International si incrociano: aveva già avuto modo di incontrare e dialogare con il presidente internazionale in carica in occasione di una visita a Cremona, costruendo quelle relazioni personali che nel Rotary valgono spesso più dei documenti programmatici. La sua investitura formale al Congresso ha chiuso un ciclo e aperto il successivo con la naturalezza dei passaggi ben preparati.

Ma il Congresso di Cremona non è stato soltanto un rito di avvicendamento. È stato, forse inaspettatamente, una piccola finestra sull’architettura del Rotary mondiale — quella rete di un milione e quattrocentomila persone che il presidente internazionale Francesco Arezzo, siciliano di Ragusa, terzo italiano nella storia a guidare il sodalizio globale, ha scelto di ispirare con un motto di cristallina semplicità: “Uniti per fare del bene”. Una formula che suona elementare finché non ci si ferma a pensare a quante forze lavorino ogni giorno per dividerci, e allora l’elementarità si rivela per quello che è: una sfida.

A portare quella sfida in aula magna è arrivato, tra gli altri, Vincenzo Sassanelli, rappresentante personale del presidente internazionale. Pugliese, past governatore del distretto 2120, uomo di Rotary da decenni con oltre cento interventi come speaker in distretti e club di tutto il mondo, Sassanelli ha il profilo del rotariano che conosce ogni stanza della casa e sa scegliere le parole giuste per ogni corridoio. Il suo intervento ha tradotto il mandato di Arezzo in lingua concreta: il Rotary non è un club di professionisti che si congratulano a vicenda, è un motore di cambiamento che funziona solo se ogni ingranaggio — ogni club, ogni socio, ogni service — fa la propria parte senza aspettare che qualcun altro lo faccia al suo posto.

Poi è salito al microfono Stefano Artese, governatore del distretto 2042, la Lombardia nord, avvocato e dottore commercialista con una formazione che unisce Scienze Politiche all’Università Cattolica e Giurisprudenza alla Statale di Milano. Artese ha scelto un argomento che non è slogan e non è obbligo normativo: il ruolo unico e non sostituibile della donna nel Rotary e nella società. Lo ha fatto con la lucidità di chi ci crede davvero e lo ha dimostrato nei fatti — durante la sua presidenza del Rotary Club Lecco Manzoni aveva già trasformato il club in un luogo di reale apertura a donne e giovani, risultato riconosciuto formalmente dallo stesso distretto nel congresso 2023-2024. Il suo messaggio a Cremona ha avuto la nitidezza delle convinzioni mature: la donna non è una quota, non è una concessione, non è la variabile dipendente di un sistema costruito al maschile. È un soggetto fondante, portatore di una visione del servizio che integra rigore e empatia, capacità analitica e costruzione di reti durature. La sala ha ascoltato con quella qualità di attenzione che si riserva alle cose che si sapevano ma non si era ancora trovato il modo di dire ad alta voce.

Da Parigi è arrivato Mamadou Camara, e la sua presenza ha avuto l’effetto di un cambio di luce. Trentaquattro anni, governatore del distretto 1660 che raggruppa i cento club di Parigi e dell’Île-de-France Ovest — il distretto più grande d’Europa continentale — Camara è in questo momento il governatore più giovane del mondo intero. Non è un primato statistico: è il segnale di qualcosa che si muove nell’organismo rotariano globale. Camara è entrato nel Rotary a ventisei anni come cofondatore del Rotary Club Paris Lumières, dopo aver militato nel Rotaract di Versailles; è fondatore del Cercle Odéon, network di riflessione societale; gestisce una società di consulenza patrimoniale. È, in tutti i sensi, il prototipo del rotariano che il Rotary dice di voler attrarre e che spesso non riesce ad agganciare. Al Congresso di Cremona ha portato un ragionamento che non ha fatto sconti a nessuno: non si può continuare a pensare il Rotary con le categorie del 1905 o del 1950. I club devono ripensare le forme di riunione, le modalità di accoglienza, i criteri di rilevanza. Non per tradire la tradizione, ma per permetterle di sopravvivere. L’intervento in italiano — lingua che ha studiato e coltivato — ha catturato la sala con una combinazione rara: l’autorevolezza di chi governa il distretto europeo più importante e la credibilità generazionale di chi quel futuro lo abita davvero.

Dalla California è arrivato Luis R. Carranza, governatore del distretto 5340 che copre le contee di San Diego e Imperial nel profondo sud della California. Selezionato all’unanimità dal comitato di nomina distrettuale, Carranza è membro del Rotary Club Rancho Santa Fe, imprenditore nel settore finanziario-immobiliare, figura nota nel Rotary americano per il suo impegno come assistente governatore di dodici club e come promotore di iniziative vocazionali che hanno portato nuovi soci al sodalizio. Il suo intervento ha restituito la dimensione del Rotary americano: concreto, orientato all’impatto misurabile, convinto che il servizio non sia mai questione di buone intenzioni ma di risultati verificabili. Ha parlato di vocazione — nel senso rotariano del termine, quello che lega la professione di ciascuno al bene della comunità — come del motore originario del sodalizio, quello che Paul Harris aveva in mente nel 1905 e che nessuna riforma strutturale ha mai davvero scalzato.

A chiudere la dimensione italiana dell’evento sono stati Giorgio Maione e il fratello Luigi, già governatore del Distretto 2050 nell’anno rotariano 2023-2024, che ha portato i saluti formali della Regione Lombardia. La presenza di entrambi ha detto qualcosa che le parole non avrebbero potuto dire altrettanto bene: il Rotary, quando funziona, è anche una storia di famiglie — non nel senso deteriore del termine, ma nel senso di comunità di valori che attraversano generazioni e si trasmettono non per cooptazione ma per esempio.

Erano presenti alla giornata il Prefetto di Cremona e il vicesindaco Francesca Romagnoli, la cui partecipazione non è stata semplice presenza istituzionale ma riconoscimento esplicito del peso civico che il Rotary esercita sul territorio. Ottantadue club, due satellite e trenta Rotaract nel distretto, che ogni anno muovono risorse, competenze e relazioni in favore di comunità che altrimenti non potrebbero permettersi certi servizi, certi progetti, certe attenzioni. È un patrimonio silenzioso, scarsamente raccontato, che i congressi distrettuali hanno il merito di rendere visibile almeno una volta l’anno.

Cremona ha ospitato tutto questo con la naturalezza di chi è abituato a fare da teatro a cose importanti senza trasformarle in scenografia. La città dei violini, della liuteria, di una tradizione artigianale che è patrimonio dell’umanità, ha accolto in un’unica aula un trentaquattrenne di Parigi, un imprenditore di San Diego, un avvocato di Lecco, un past-governor pugliese e un’imprenditrice agricola cremonese che chiudeva il suo anno di governo sapendo di aver fatto bene. Non è una scena da manuale. È la scena che il Rotary produce quando si dimentica di sé e ricorda perché esiste.

Il passaggio di consegne tra Balestreri e Treccani ha avuto la sobrietà dei riti che non hanno bisogno di enfasi perché parlano da soli. Un anno finisce, un altro comincia. Il distretto 2050 porta con sé le esperienze di un anno ricco, le relazioni costruite con Parigi e la California, la lezione di Artese sulla donna come soggetto e non come oggetto del cambiamento, la provocazione di Camara sulla necessità di reinventarsi per sopravvivere, la concretezza di Carranza sulla responsabilità di misurare quello che si fa. Porta anche il centenario del Rotary Club Cremona, che ha attraversato la giornata come un filo sotteso a tutto il resto: cento anni non sono una data, sono una prova. La prova che si può fare.

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