Roberts a Roma: il Trumpismo cerca casa in Italia Il presidente della Heritage Foundation porta il Project 2025 alla Camera dei Deputati….E l’Europa deve scegliere da che parte stare.

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Roberts a Roma

Roberts a Roma: il Trumpismo cerca casa in Italia

Il presidente della Heritage Foundation porta il Project 2025 alla Camera dei Deputati. Salvini si defila. Meloni osserva. E l’Europa deve scegliere da che parte stare.

 Roma, 13 maggio 2026   |   di Pierangelo Panozzo

Quando Kevin Roberts, presidente della Heritage Foundation, sale sul palco della Sala Salvadori alla Camera dei Deputati di Roma, non porta con sé soltanto le idee di un think tank conservatore. Porta il peso specifico di un’ideologia che ha riscritto la politica americana, che ha prodotto il Project 2025 — il manuale in 922 pagine che ha trasformato il trumpismo da slogan elettorale in architettura di governo — e che oggi cerca, con metodo e determinazione, le proprie radici europee.

L’appuntamento del 13 maggio 2026, organizzato congiuntamente dalla Fondazione Machiavelli, dalla Heritage Foundation e dalla Fondazione Farefuturo nella sede storica del Parlamento italiano, non è un seminario accademico. È una dichiarazione di intenti geopolitica, collocata al crocevia di tre crisi simultanee: la ricalibrazione del rapporto transatlantico nell’era Trump, la frattura crescente tra Washington e Bruxelles, e la ridefinizione — ancora incompiuta — dell’identità della destra italiana di governo.

Il libro, la prefazione di Vance, la missione

Roberts è a Roma da martedì. La sua agenda romana si è aperta con la presentazione dell’edizione italiana del suo volume Riprendere Washington per salvare l’America, pubblicato da Giubilei Regnani con la prefazione del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance. L’evento è stato organizzato dal think tank Nazione Futura di Francesco Giubilei e si è tenuto nella sede di Confedilizia, guidata da Giorgio Spaziani Testa — un dettaglio non secondario, che segnala la mappa della rete conservatrice italiana che Roberts intende consolidare.

Il libro è un manifesto del cosiddetto Nuovo Movimento Conservatore. La tesi centrale: l’America è stata catturata da un Uniparty — un blocco trasversale di élite politiche, burocratiche, mediatiche e aziendali — che governa nell’interesse proprio anziché in quello del popolo. Per sconfiggerla, sostiene Roberts, non bastano le riforme graduali: serve un’offensiva culturale, economica e istituzionale. Il riferimento mitico è Enea, l’eroe virgiliano che porta sulle spalle il padre e per mano il figlio, custodendo il fuoco della tradizione mentre fonda una nuova civiltà. Contro il “Partito della Distruzione”, ispirato alla Scuola di Francoforte, Roberts propone un “Partito della Creazione” fondato su famiglia, fede, comunità, lavoro e nazione.

Il bilancio che Roberts offre del Project 2025 è soddisfatto e preciso: 1.055 delle 1.913 raccomandazioni contenute nel documento sono già state adottate dall’amministrazione Trump. USAID smantellato, Dipartimento dell’Istruzione in via di liquidazione, deregolamentazione energetica. “Il merito va all’amministrazione, non a noi”, precisa con la modestia tattica di chi sa benissimo quanto conti la paternità intellettuale di una rivoluzione.

Salvini si defila: anatomia di una distanza

L’appuntamento più rivelatore della giornata non è quello che si tiene, ma quello che non si tiene. Matteo Salvini era atteso in Sala Salvadori — la sala parlamentare del gruppo della Lega — per incontrare Roberts. Ha declinato l’invito.

Le ragioni sono molteplici e convergenti. Le ultime settimane hanno visto acuirsi le tensioni tra Papa Leone XIV e la Casa Bianca, con il Pontefice diventato uno dei critici più autorevoli dell’amministrazione Trump su immigrazione e diritti umani. In un Paese a maggioranza cattolica, per un partito che ha fatto del richiamo ai valori cristiani un asse portante del proprio posizionamento, la vicinanza alla Casa Bianca è diventata un’equazione politicamente scomoda. Ma c’è di più: nei colloqui riservati con i propri parlamentari, Salvini ha indicato — con un’inversione di rotta che ha provocato cortocircuiti interni — che è venuto il momento di “prendere le distanze” da Trump. I sondaggi parlano chiaro: l’elettorato leghista non è elettorato MAGA.

Eppure la distanza è parziale e gestita con cura. L’incontro con Roberts, insieme a Urso e Roccella, avverrà in forma riservata, lontano dai riflettori. È la geometria tipica della politica italiana: il palcoscenico pubblico comunica un messaggio, i corridoi ne costruiscono un altro.

La delusione Meloni e la ricerca di un nuovo interlocutore

Sullo sfondo della visita di Roberts emerge un elemento che le agenzie di stampa americane e i media conservatori europei non esplicitano, ma che è leggibile in trasparenza: Giorgia Meloni ha deluso le aspettative dell’ala più radicale del trumpismo. L’equilibrismo della presidente del Consiglio — tenere aperti i canali con Bruxelles, mantenere il sostegno a Kiev, non rompere con le istituzioni multilaterali — è stato interpretato dall’orbita MAGA come un tradimento del mandato sovranista.

Roberts si affretta a smentire le letture più conflittuali: “La rispettiamo profondamente, è una delle leader più importanti del mondo”, dichiara all’Adnkronos. “Non è corretto che la stampa italiana scriva che è supina a Trump: è giornalismo spazzatura. Trump e Meloni condividono una visione, ma sono leader indipendenti.” Parole di copertura diplomatica, che però non nascondono la sostanza del progetto: costruire in Italia una rete intellettuale e politica che prescinda dai movimenti contingenti dei governi e abbia radici autonome nella società civile conservatrice.

La missione romana di Roberts viene cinque giorni dopo quella di Marco Rubio, il Segretario di Stato che aveva visitato il Vaticano e incontrato Leone XIV nel tentativo di ricucire le tensioni tra Casa Bianca e Santa Sede — un tentativo la cui efficacia concreta resta, per ammissione degli stessi commentatori americani, tutta da verificare. Due visite ravvicinate, due registri diversi: Rubio sul piano diplomatico-istituzionale, Roberts su quello ideologico-culturale. La complementarità non sembra casuale.

Il panel alla Camera: i protagonisti e la posta in gioco

Il convegno di oggi alla Camera vede sul palco figure che rappresentano segmenti diversi del mondo conservatore italiano e atlantico. Daniele Scalea, presidente della Fondazione Machiavelli — il think tank di matrice sovranista fondato nel 2017 e rinominato nel 2025, che si definisce il principale laboratorio di idee nazionale — porta i saluti iniziali insieme a Gabriele Checchia, diplomatico di carriera e Direttore per le Relazioni Internazionali di Farefuturo. Checchia rappresenta la componente più istituzionale del conservatorismo italiano, quella che dialoga con le cancellerie e conosce le regole del gioco multilaterale.

Nel panel siedono l’onorevole Giangiacomo Calovini di Fratelli d’Italia e l’onorevole Giulio Centemero della Lega — quest’ultimo colui che, in assenza di Salvini, impersona fisicamente la presenza leghista nell’evento. Nile Gardiner, ricercatore della Heritage Foundation specializzato in relazioni transatlantiche, e Fabrizio Luciolli, presidente del Comitato Atlantico Italiano, completano il quadro. Modera Daniele Capezzone, direttore de Il Tempo, voce editoriale di riferimento per la destra più identitaria. È una tavola rotonda che rispecchia esattamente l’ambizione della Heritage Foundation: non un convegno per addetti ai lavori, ma una piattaforma per legittimare un discorso politico attraverso le istituzioni parlamentari di uno Stato membro fondatore dell’Unione Europea.

Transatlantico in transizione: la nuova dottrina Heritage sull’Europa

Roberts è esplicito sulle aspettative americane nei confronti dell’Europa, e la chiarezza è quella di chi non ha più bisogno di mediare il messaggio: “Il conservatorismo americano non tornerà a quello che era nell’era Reagan-Bush. Nessun futuro presidente dirà agli europei di preoccuparsi solo dell’economia e di lasciare a noi il compito della sicurezza.”

È la fine formale della dottrina della protezione garantita a basso costo. Ma la Heritage Foundation non si limita a porre fine a un’era: propone un modello alternativo di relazione transatlantica, che passa per la costruzione di un’egemonia culturale conservatrice nei Paesi europei capace di resistere — secondo la loro stessa narrazione — alla “traiettoria attuale” dell’Europa. Le questioni che Roberts individua come prioritarie per il continente includono le attività dell’Unione Europea e di altri organismi transnazionali che “minano la libertà politica e la sovranità”, le politiche migratorie, la censura della libertà di parola e il crollo dei tassi di natalità. “Se le tendenze attuali dovessero continuare”, ammonisce, “il continente sarà irriconoscibile entro vent’anni o meno.”

È una lettura del declino europeo che non corrisponde alle analisi di molti istituti di ricerca indipendenti, ma che ha una coerenza interna e una capacità di presa emotiva che i suoi critici sottovalutano a proprio rischio. La Heritage Foundation non vende semplicemente un programma politico: vende una narrativa identitaria, e le narrativa identitarie non si confutano con i dati — si affrontano sul piano della visione.

Cosa rimane, dopo il palco

Al termine del convegno in Sala Salvadori, quando le luci si spegneranno e i comunicati stampa saranno stati distribuiti, resteranno aperte alcune domande strutturali che la visita di Roberts illumina senza risolvere.

La prima riguarda la tenuta dell’asse Meloni-Trump in un’Europa che si ricompatta — faticosamente, contraddittoriamente, ma con crescente consapevolezza — attorno alla propria autonomia strategica. La seconda riguarda il futuro del centrodestra italiano: la Lega che prende le distanze, Fratelli d’Italia che mantiene l’equilibrio diplomatico, Forza Italia che guarda altrove. La terza riguarda l’Italia come laboratorio: Roma è, per la Heritage Foundation, una capitale con una valenza simbolica e geopolitica che va ben oltre il suo peso economico. È il cuore della civiltà occidentale, il luogo della Santa Sede, il punto di intersezione tra Mediterraneo ed Europa centrale. Ottenere visibilità parlamentare in questa città è, per un think tank che ambisce all’egemonia culturale globale, un investimento di lungo periodo.

Roberts rientrerà negli Stati Uniti con alcune risposte e molte domande aperte. Ma il seme è stato piantato. Che attecchisca, dipende da quanto la classe dirigente conservatrice italiana — quella del governo e quella dei salotti intellettuali — deciderà di essere interlocutrice autonoma o cinghia di trasmissione di un progetto che ha il suo centro di gravità a Washington, non a Roma.

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