Zonderwater: un lembo d’Italia nell’altopiano sudafricano, tra memoria e dovere civile di Pierangelo Panozzo
Zonderwater: un lembo d’Italia nell’altopiano sudafricano, tra memoria e dovere civile
di Pierangelo Panozzo
C’è un luogo nel Gauteng sudafricano, a quaranta chilometri a nord-est di Pretoria, dove la terra rossa e arida dell’altopiano custodisce una delle pagine più dimenticate e più intense della storia italiana del Novecento. Si chiama Zonderwater — “luogo senz’acqua” in afrikaans — e fu, tra il 1941 e il 1947, il più grande campo di prigionia per soldati italiani mai costruito dagli Alleati nel corso della Seconda Guerra Mondiale.
Il post comparso in questi giorni sulla pagina Facebook dell’associazione Zonderwater Block ex POW, dedicato a Gian Paolo Bertelli — figlio di Celso Bertelli, prigioniero di guerra con il numero di matricola 336162 — riporta alla luce documenti di straordinaria intensità umana: una fotografia in divisa del padre, un Libro di Preghiere offerto dal Santo Padre Pio XII ai prigionieri attraverso la Delegazione Apostolica in Egitto e Palestina, e una nota manoscritta del 1944 firmata da Eugenio Ballestriero, che scrive di essere fiero della propria prigionia perché sofferta nell’adempimento del dovere verso la patria. Poche righe che racchiudono un mondo intero.
Zonderwater ospitò tra l’aprile del 1941 e il gennaio del 1947 oltre centomila soldati italiani catturati dagli inglesi sui fronti dell’Africa settentrionale e orientale, diventando in poco tempo una vera e propria città-prigione. Nelle prime fasi i soldati dormivano all’addiaccio nelle tende, con approvvigionamento alimentare del tutto insufficiente, come testimoniano le relazioni della Croce Rossa Internazionale e i diari dei prigionieri. La svolta avvenne con la nomina del colonnello Hendrik Frederik Prinsloo, che — avendo vissuto da bambino l’internamento in un campo di concentramento durante la guerra boera — conosceva in prima persona la durezza della segregazione e impresse un cambio radicale nell’impostazione del campo.
Furono costruiti teatri per spettacoli, cinema e concerti, messi a disposizione orti, biblioteche e scuole che tolsero dall’analfabetismo oltre novemila italiani, ed erette cappelle affidate ai ventitré cappellani militari detenuti nel campo. I prigionieri italiani riuscirono a mantenere alto il morale dedicandosi ad attività culturali, sportive e manifatturiere, con esposizioni di giocattoli, oggetti scolpiti, mobili e ferro battuto organizzate sia all’interno che all’esterno del campo, grazie anche al sostegno delle comunità italiane di Pretoria e Johannesburg.
Di quella immensa città-prigione oggi restano il cimitero, la cappella, il museo e il monumento noto come I Tre Archi — simbolo del campo — che costituiscono un lembo di terra italiana in Sudafrica, tutto ciò che rimase dopo che nel 1947, alla partenza dell’ultimo prigioniero, le baracche furono abbattute e il campo smantellato. In quel cimitero riposano 279 italiani che non fecero ritorno.
È proprio attorno alla custodia di questo luogo sacro che si misura oggi la coscienza civile della comunità italiana in Sudafrica. Il Comites di Johannesburg — il Comitato degli Italiani all’Estero, organo rappresentativo eletto dalla comunità — si è fatto carico nel tempo di un impegno concreto e silenzioso: garantire che il Cimitero Militare Italiano di Zonderwater resti un luogo degno, ordinato e rispettoso della memoria di chi vi è sepolto. Un compito che non è amministrativo, ma morale.
In prima fila in questo impegno si trova il presidente del Comites di Johannesburg, Piergiorgio Devalle — eletto con il più alto numero di preferenze nelle ultime elezioni comitali — insieme ai membri del Comitato, che affiancano le istituzioni consolari nel presidio di un sito che appartiene all’Italia intera, non soltanto alla comunità locale. Ogni anno, nella domenica successiva al 4 novembre, Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, il Consolato Generale d’Italia a Johannesburg organizza la cerimonia commemorativa presso il Cimitero Militare di Zonderwater, con trasporto gratuito per la comunità italiana. Il Comites partecipa attivamente, portando corone, presenza e voce.
Accanto al lavoro delle istituzioni, un ruolo fondamentale è svolto dalla comunità italiana residente in Sudafrica, che nel corso dei decenni ha saputo mantenere vivo il legame con la memoria dei prigionieri e con le proprie radici culturali. Associazioni italiane, enti culturali, famiglie di ex internati e rappresentanti dell’imprenditoria italiana locale continuano ancora oggi a sostenere iniziative commemorative, attività educative e momenti di incontro dedicati alla trasmissione della memoria storica alle nuove generazioni.
Anche le istituzioni italiane presenti in loco — dal Consolato Generale d’Italia a Johannesburg all’Ambasciata d’Italia in Sudafrica, fino agli organismi rappresentativi della collettività italiana — svolgono un’importante funzione di raccordo culturale e civile, contribuendo a preservare Zonderwater non soltanto come luogo della memoria militare, ma anche come simbolo del rapporto storico tra Italia e Sudafrica. Un rapporto costruito nel tempo attraverso il sacrificio, il lavoro, l’emigrazione e la capacità di trasformare una tragedia collettiva in una storia di integrazione e rinascita.
La storia di Zonderwater non è una storia di sconfitta. È una storia di dignità tenuta in piedi con le mani, mattone dopo mattone, preghiera dopo preghiera. A partire dagli anni Cinquanta, gli stessi prigionieri rimpatriati aprirono la strada a un consistente flusso migratorio: circa ventimila ex prigionieri tornarono in Sudafrica dopo pochi anni, e una parte importante dell’attuale comunità italiana nel Paese — circa quarantamila persone — è tuttora composta da discendenti di quel nucleo di migranti.
Il legame tra Italia e Sudafrica nasce anche da lì, da quelle tende coniche nell’altopiano del Transvaal, da quei nomi incisi nel marmo di un cimitero che il Comites di Johannesburg, la comunità italiana e le istituzioni presenti sul territorio si impegnano ogni giorno a non lasciare nell’abbandono.
Mantenere viva quella memoria non è nostalgia. È un atto politico nel senso più alto del termine: ricordare chi siamo stati per capire chi siamo, e onorare chi ha pagato il prezzo più alto di una guerra non voluta e non capita.
