La Guerra come Tassa Globale Iran, Ucraina, Venezuela: il prelievo forzoso di sangue e benessere – di Pierangelo Panozzo

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PETROLIO VOLA

La Guerra come Tassa Globale

Iran, Ucraina, Venezuela: il prelievo forzoso di sangue e benessere

di Pierangelo Panozzo

La mattina del 28 febbraio 2026, tra le macerie della scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud dell’Iran, i soccorritori hanno smesso di contare dopo il 165° corpo bianco di polvere. A sessanta metri, la base militare obiettivo dell’operazione Epic Fury fumava ancora. Nelle stesse ore, a Bruxelles, i terminali del TTF segnavano un rialzo del 40%. A Milano, i padroncini dell’autotrasporto spegnevano i motori in segno di protesta: con il gasolio oltre i 2,10 euro, muoversi significa fallire.

La guerra non è più un evento lontano da guardare al telegiornale. È una tassa. La pagano i soldati con la vita, i civili con il terrore e noi — qui, ora — con un prelievo forzoso che non passa per l’Agenzia delle Entrate, ma per lo scanner del supermercato e il contatore della luce.

Il ritorno della Dottrina Monroe: il fronte Venezuela

Mentre l’attenzione globale era rivolta al Golfo Persico, nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno rispolverato la geopolitica del XIX secolo. L’operazione Absolute Resolve non è stata solo la cattura di Nicolás Maduro: è stata la nazionalizzazione de facto delle riserve petrolifere più grandi del pianeta — 303 miliardi di barili — da parte di Washington.

La scusa è il narcoterrorismo, la realtà è il siluramento del contratto ventennale che la Cina aveva siglato con Caracas nel 2024. Trump lo ha detto chiaramente: «We’re going to run the country». Non è un’occupazione, è un sequestro di asset energetici volto a tagliare i viveri a Pechino prima che la crisi di Taiwan diventi irreversibile. Ma il prezzo di questa “messa in sicurezza” lo paghiamo noi: l’instabilità sudamericana ha già bruciato i margini di profitto delle nostre imprese esportatrici.

3.800 bombe e il conto in bolletta

L’attacco all’Iran del 28 febbraio è stato un’incisione profonda nel cuore del regime. L’uccisione dell’ayatollah Khamenei e di quasi l’intera cupola dei Pasdaran ha decapitato Teheran, ma ha spalancato le porte al caos. La risposta iraniana — Vera Promessa 4 — ha trasformato lo Stretto di Hormuz in una zona di guerra permanente.

Il risultato è arrivato direttamente nelle case europee: il gas ha quasi raddoppiato in quarantotto ore, superando i 60 €/MWh; il petrolio Brent ha sfondato i 120 dollari al barile; la Germania, con gli stoccaggi al 21%, si è trovata sull’orlo di una crisi energetica strutturale. Per una famiglia italiana media la stima è 370 euro extra all’anno — una tassa regressiva che colpisce chi guadagna 1.200 euro al mese con la stessa violenza con cui colpisce un milionario. È il costo del sangue di Minab che gocciola sulle fatture di marzo.

L’asimmetria del dolore

Il paradosso del 2026 è matematico. Un drone iraniano Shahed costa 20.000 dollari. Per abbatterlo, i sistemi Aegis americani usano missili da 5 milioni. Teheran ne ha 80.000 in arsenale. È una guerra di logoramento economico dove l’Occidente vince le battaglie ma perde il bilancio.

E l’Ucraina? In questo risiko globale, Kiev sta diventando un rumore di fondo. L’indebolimento di Teheran toglie ossigeno ai droni russi, è vero, ma la dispersione strategica americana lascia l’Europa sola a gestire un fronte orientale sempre più sguarnito di munizioni e volontà politica.

La domanda che non vogliamo farci

C’è un filo rosso che lega le 165 bambine iraniane, i soldati americani a Caracas e chi non sa come arrivare a fine mese. Quel filo è il prezzo dell’energia come arma di distruzione di massa.

Ogni volta che facciamo benzina, stiamo involontariamente finanziando la prossima operazione “Fury” o “Resolve”. Ogni volta che accendiamo il riscaldamento, accettiamo passivamente una quota di quella tassa globale che nessuno ha votato, ma che tutti dobbiamo pagare.

La guerra non è più là fuori. È nel carrello della spesa, è nel mutuo che sale, è nell’ansia di un futuro che non possiamo più permetterci. Le bambine di Minab hanno pagato con il futuro. Noi stiamo pagando con il presente.

Pierangelo Panozzo

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