WASHINGTON — “La tavola della pace che non ha sedie” Sul tavolo lucido del Board of Peace non si posa polvere. Scivola via, come fanno le storie quando non trovano ascolto – di Pierangelo Panozzo
WASHINGTON — “La tavola della pace che non ha sedie”
Sul tavolo lucido del Board of Peace non si posa polvere.
Scivola via, come fanno le storie quando non trovano ascolto – di Pierangelo Panozzo
È un tavolo lungo quanto una linea tracciata da mani lontane:
dritta, elegante, indiscutibile —
come tutte le geometrie che non hanno mai incontrato il terreno.
Sopra: plastici, grafici, promesse.
Sotto: strati di passi, nomi, direzioni spezzate.
Gaza, per secoli strada, respiro, passaggio —
oggi piegata come un foglio chiuso troppe volte,
le pieghe diventate muri.
La parola “catastrofe” non nacque da un grido,
ma da carta che cadeva dal cielo.
Prima venne l’ordine di partire,
poi arrivò il nome per ciò che restava.
E il nome rimase,
come restano le ombre sulle pareti
quando una casa è già vuota.
Accanto a quella parola,
solo una cifra che cresce:
centomila, poi duecentotrentamila —
numeri che si dilatano come cerchi nell’acqua
quando qualcuno lancia una pietra e non guarda più.
Ma il tavolo non trema per i numeri.
Tremerà sempre per ciò che non può contenere:
il tempo che non entra nei verbali,
le colpe che non si dividono in colonne,
le generazioni nate dopo le decisioni che le giudicano.
Soprattutto, non può contenere
il gesto semplice di restare in piedi
senza dover piegare la testa.
Qui la pace appare liscia,
perfetta come un progetto immobiliare:
spazi ordinati, confini netti,
silenzio garantito.
Eppure, proprio nel silenzio tra le sedie vuote,
si muove una verità antica:
le cose che funzionano davvero
nascono quasi sempre fuori programma.
Non nei tavoli lucidati,
ma nelle pause improvvise.
Una tregua scambiata senza testimoni.
Un mercato che riapre prima dei trattati.
Una stretta di mano che nessuno aveva previsto.
La pace non somiglia mai ai suoi disegni.
Somiglia piuttosto a un inciampo:
irregolare, fragile, viva.
Per questo il paradosso è evidente:
troppa precisione la irrigidisce,
troppa simmetria la svuota,
troppa strategia la rende muta.
E quando l’imprevisto non ha spazio,
la pace resta soltanto forma.
Una superficie perfetta
dove nessuno può davvero sedersi.
Pierangelo Panozzo
