La Guinea Equatoriale doveva entrare nel Piano Mattei? – di Pierangelo Panozzo

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La Guinea Equatoriale doveva entrare nel Piano Mattei?

di Pierangelo Panozzo

Il Piano Mattei è diventato il simbolo della nuova proiezione politica, industriale ed energetica dell’Italia in Africa. Pensato per costruire partenariati paritari, rafforzare la sicurezza energetica e sviluppare filiere condivise, il piano si concentra oggi su un gruppo selezionato di Paesi prioritari. Tuttavia, gli sviluppi recenti nel Golfo di Guinea sollevano una domanda legittima: non sarebbe stato opportuno includere fin dall’inizio anche la Guinea Equatoriale?

Nel febbraio 2026, il governo di Malabo ha firmato con ENI un accordo di ricognizione upstream, primo passo verso nuove attività di esplorazione e sviluppo. L’intesa arriva in un momento strategico, poco prima del lancio della licensing round EG Ronda 2026, che metterà sul mercato 24 blocchi petroliferi e gas con condizioni fiscali aggiornate e più competitive.

Le riforme introdotte nel 2024 hanno ridotto:

•l’imposta sulle società dal 35% al 25%

•la tassa sui dividendi dal 25% al 10%

Un segnale chiaro: la Guinea Equatoriale vuole tornare attrattiva per le grandi compagnie energetiche internazionali.

Il Paese non è un attore marginale. Nei primi anni 2000 produceva oltre 300.000 barili al giorno grazie a campi come Zafiro e Alba. Il declino naturale dei giacimenti, non compensato da nuove scoperte, ha però ridotto la produzione sotto i 150.000 barili al giorno già nel 2016. Oggi la strategia è chiara: trasformarsi da produttore in calo a hub regionale del gas.

Al centro di questo progetto c’è il Gas Mega Hub di Punta Europa, che prevede nuovi collegamenti offshore, la valorizzazione del gas esistente e lo sviluppo del progetto Aseng, con circa 690 milioni di dollari di investimenti. Nel 2025, ConocoPhillips ha esportato il primo carico di GNL dal terminale di Punta Europa e firmato accordi che potrebbero sbloccare fino a 9 miliardi di dollari in nuovi progetti.

Nonostante le difficoltà macroeconomiche, la Guinea Equatoriale dispone ancora di 1,1 miliardi di barili di riserve provate e 1,7 trilioni di piedi cubi di gas, con ampio potenziale esplorativo.

Qui emerge il paradosso italiano. L’Italia è presente con ENI, ha una forte tradizione industriale nel settore energetico e promuove il Piano Mattei come pilastro della sua politica africana. Eppure, la Guinea Equatoriale non figura tra i Paesi prioritari.

Dal punto di vista strategico, la sua inclusione offrirebbe vantaggi evidenti: diversificazione energetica, presenza industriale italiana già consolidata, progetti di scala gestibile e un posizionamento geopolitico rilevante nel Golfo di Guinea.

Il Piano Mattei è concepito come una piattaforma aperta e in evoluzione. L’accordo con ENI del 2026 potrebbe quindi diventare un punto di ingresso operativo per una futura cooperazione più ampia. La vera domanda resta una sola: l’Italia può permettersi di lasciare fuori dal Piano Mattei un Paese dove è già presente e dove sta nascendo un hub regionale del gas?

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