Mutilazioni genitali femminili, oltre 230 milioni di vittime: dalla denuncia alla cura – di Pierangelo Panozzo

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Mutilazioni genitali femminili, oltre 230 milioni di vittime:
dalla denuncia alla cura

di Pierangelo Panozzo

Le mutilazioni genitali femminili non appartengono al passato. Secondo le più recenti stime UNICEF,  oltre 230 milioni di ragazze e donne oggi viventi hanno subito una forma di mutilazione genitale femminile,
FGM. Un numero che impone di guardare al fenomeno non soltanto come a una violazione dei diritti  umani, ma come a una grande emergenza sanitaria e sociale internazionale.

I dati mostrano tuttavia che cambiare è possibile. In Egitto, uno dei Paesi nei quali il fenomeno è
storicamente più diffuso, la prevalenza tra le donne già sposate tra 15 e 49 anni è passata da circa  il 92% nel 2014 all’85,6% nel 2021. I risultati preliminari dell’indagine 2025 indicano un’ulteriore discesa  al 79,3%. Tra le ragazze dalla nascita ai 19 anni il dato sarebbe sceso dal 14,2% del 2021 all’11,4%.

Sono percentuali ancora drammatiche, ma raccontano una tendenza che merita attenzione.

Anche in Burkina Faso, dove la pratica è vietata dalla legge dal 1996, la prevalenza tra le donne adulte  è diminuita rispetto ai livelli registrati nei decenni precedenti. La Somalia rimane invece uno dei casi più  estremi: le stime internazionali indicano una prevalenza prossima alla totalità delle donne tra 15 e 49 anni.

La battaglia, però, non può limitarsi ai divieti.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità sottolinea che le FGM non hanno alcun beneficio medico e possono  provocare emorragie, infezioni, complicazioni ostetriche, conseguenze sessuali e psicologiche che  accompagnano una donna per tutta la vita. Preoccupante è anche la cosiddetta “medicalizzazione”:  affidare la mutilazione a personale sanitario non la rende più sicura né accettabile.

È quindi necessario affiancare alla prevenzione una rete internazionale capace di assistere chi ha già subito  queste pratiche.

Esistono esperienze sulle quali costruire. In Italia, l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana dispone di  un Centro regionale dedicato alle mutilazioni genitali femminili e alla chirurgia ricostruttiva. In Francia e nel
Regno Unito operano servizi specializzati, mentre negli Stati Uniti strutture ospedaliere hanno sviluppato  programmi multidisciplinari rivolti alle donne che hanno subito FGM.

È questa la strada che potrebbe essere rafforzata anche attraverso organizzazioni internazionali, associazioni  professionali e realtà come il Rotary: collegare prevenzione, medicina, psicologia, formazione e cooperazione.

Non servono soltanto nuovi ospedali. Serve una rete.

Una rete capace di formare medici e operatori locali, sostenere le strutture africane, sviluppare programmi  educativi nelle comunità e garantire alle vittime accesso alla deinfibulazione, alle cure specialistiche e,
quando indicata, alla chirurgia ricostruttiva.

La mutilazione appartiene a una cultura che deve finire. La donna che l’ha subita, invece, non deve essere  abbandonata alle sue conseguenze.

Ed è proprio da qui che la cooperazione internazionale può trasformare una condanna in un’azione concreta.

Questo, per me, è già da pubblicazione 10/10: evita numeri ambigui, distingue prevenzione e ricostruzione
non espone Cybernaua a sostenere involontariamente la medicalizzazione delle FGM.

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