La nuova Via della Seta passa dalle notizie
Dai media tradizionali agli influencer: come Pechino costruisce la propria presenza nello spazio dell’informazione globale
di Pierangelo Panozzo
Per capire come sta cambiando l’influenza della Cina nel mondo non basta più guardare porti, ferrovie, miniere, fabbriche
o grandi infrastrutture. Bisogna guardare anche ciò che leggiamo ogni mattina sul telefono.
È questa la parte forse più interessante del nuovo rapporto pubblicato da Reporters Without Borders (RSF) nell’ambito
del progetto
The Propaganda Monitor. Secondo l’organizzazione, Pechino ha costruito negli anni una rete internazionale che utilizza
media statali, accordi con testate straniere, programmi di formazione, viaggi per giornalisti, pubblicità, social network e
influencer per aumentare la presenza della propria narrativa nello spazio informativo mondiale.
La questione merita attenzione perché il sistema descritto non funziona necessariamente attraverso notizie false.
Ed è proprio qui che il fenomeno diventa più difficile da riconoscere.
Un articolo può essere vero, ma raccontare soltanto una parte della realtà. Un’emittente può ricevere gratuitamente immagini
e servizi televisivi. Un giornale può ripubblicare materiale proveniente da un’agenzia cinese. Un giornalista può partecipare a
un viaggio di formazione in Cina e successivamente raccontare ciò che ha visto.
Sono attività che, prese singolarmente, possono rientrare nella normale cooperazione internazionale tra media.
Il problema nasce quando il lettore non riesce più a distinguere chiaramente chi ha prodotto l’informazione, chi l’ha finanziata
e con quale finalità.
RSF sostiene che questa strategia abbia assunto dimensioni globali e ricorda che Xinhua, CGTN e altri media controllati dallo
Stato cinese dispongono ormai di una presenza internazionale molto estesa. Nel suo indice 2026 sulla libertà di stampa,
l’organizzazione colloca inoltre la Cina al 178° posto su 180 Paesi e territori.
Un caso particolarmente interessante riguarda Taiwan.
Un’indagine di RSF pubblicata nell’aprile 2026 ha esaminato pagine Facebook apparentemente dedicate alla salute, agli hobby
e alla vita quotidiana. Secondo l’indagine, alcune sarebbero collegate alla società cinese Wubianjie e alternerebbero normali
contenuti “lifestyle” a messaggi politici coerenti con alcune narrative di Pechino.
La tecnica è semplice: conquistare prima la fiducia di un pubblico interessato ad argomenti completamente diversi dalla politica
e introdurre solo occasionalmente contenuti geopolitici. Poi tornare alle ricette, alla salute o all’intrattenimento.
È probabilmente questa una delle evoluzioni più significative della propaganda contemporanea: la propaganda più efficace
è quella che non sembra propaganda.
Ma sarebbe un errore osservare il fenomeno soltanto dall’Asia.
In Sudafrica, Freedom House aveva già documentato rapporti tra media cinesi e operatori locali, evidenziando allo stesso tempo
un elemento importante: la società sudafricana e il suo sistema mediatico conservano una considerevole capacità di resistenza
e una pluralità di fonti. La presenza cinese, quindi, non significa automaticamente controllo dell’informazione né successo della
narrativa di Pechino.
Anche l’Italia offre un caso interessante.
Una ricerca di Freedom House aveva ricostruito diversi accordi di cooperazione conclusi negli anni tra media italiani e organizzazioni
cinesi, soprattutto nel periodo successivo alla firma italiana del memorandum sulla Belt and Road Initiative nel 2019. Alcuni di quegli
accordi sono successivamente terminati, ma il caso dimostra quanto sia sottile il confine tra normale collaborazione editoriale e influenza internazionale.
L’Africa rappresenta probabilmente il terreno più importante per capire ciò che accadrà nei prossimi anni.
E qui è necessario ascoltare anche Pechino.
Nel piano d’azione 2025-2027 del Forum on China-Africa Cooperation, Cina e Paesi africani presentano ufficialmente la cooperazione mediatica come uno strumento per migliorare la conoscenza reciproca. Il programma prevede scambi di contenuti, coproduzioni, assistenza tecnica, visite e formazione di giornalisti africani.
Non si tratta soltanto di intenzioni scritte sulla carta.
Secondo lo stesso governo cinese, giornalisti provenienti da 49 Paesi africani hanno già partecipato al China-Africa Press Center Program e oltre cento professionisti dei media di 23 Paesi africani hanno preso parte a visite o programmi di formazione in Cina.
Pechino considera queste iniziative cooperazione, formazione professionale e diplomazia tra i popoli. RSF vede invece in parte di questa architettura uno degli strumenti attraverso i quali il governo cinese cerca di diffondere all’estero il proprio modello dell’informazione.
Le due interpretazioni sono profondamente diverse.
Ed è proprio questa differenza a rendere la questione importante.
La Cina non ha inventato l’influenza internazionale attraverso i media. Le grandi potenze utilizzano da decenni televisioni internazionali, agenzie di stampa, programmi culturali, borse di studio e diplomazia pubblica.
La differenza oggi è la dimensione raggiunta dal sistema informativo globale e la velocità con cui un contenuto può passare da un’agenzia a un giornale, da un giornale a un social network e infine allo smartphone di milioni di persone senza che sia sempre evidente da dove sia partito.
Per questo la risposta non dovrebbe essere censurare la Cina.
Dovrebbe essere chiedere più trasparenza.
Sapere chi finanzia un contenuto. Sapere chi lo ha prodotto. Distinguere una notizia indipendente da un comunicato governativo, una collaborazione commerciale da un prodotto editoriale, un viaggio professionale da un programma di diplomazia pubblica.
La battaglia dell’informazione del XXI secolo potrebbe infatti non essere combattuta principalmente attraverso la censura.
Potrebbe essere combattuta attraverso qualcosa di molto più semplice: decidere quali storie arrivano davanti ai nostri occhi e quali, invece, rimangono
fuori dallo schermo.
E in un mondo nel quale l’informazione è diventata potere, controllare questa selezione può valere quanto controllare un porto, una ferrovia o una miniera.
