Parmense.net

Taiwan e la Cina: il diritto internazionale non si pesa in tonnellate di PIL di Pierangelo Panozzo

Taiwan e la Cina: il diritto internazionale non si pesa in tonnellate di PIL

di Pierangelo Panozzo

Il caso della vicepresidente taiwanese Hsiao Bi-khim, la cui visita a Ventotene è stata mantenuta riservata fino al suo arrivo per il timore di interferenze di Pechino, non è un episodio isolato. È l’ultimo capitolo di una pressione sistemica che la Repubblica Popolare Cinese esercita da anni su governi e istituzioni che scelgano di mantenere un rapporto — anche solo simbolico — con Taipei.

Va detto con chiarezza, e con il rispetto dovuto a una grande civiltà e a un grande popolo: la Cina è una potenza che merita considerazione per la sua storia, la sua cultura, il suo peso economico e strategico nel mondo contemporaneo. Nessuna critica alla sua politica estera implica disconoscimento di questo. Ma proprio perché si tratta di una grande nazione, ci si aspetterebbe da essa un comportamento coerente con la statura che rivendica: il rispetto delle scelte sovrane altrui, non l’imposizione delle proprie.

Oggi un ristretto numero di soggetti internazionali continua, nonostante pressioni diplomatiche ed economiche crescenti, a intrattenere relazioni ufficiali con Taiwan: la Santa Sede, l’Eswatini in Africa, le Isole Marshall, Palau e Tuvalu nel Pacifico, e in America Latina e Caraibi Belize, Guatemala, Haiti, Paraguay, Saint Kitts e Nevis, Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine. Sono, per lo più, Stati piccoli, talvolta piccolissimi, spesso privi della forza contrattuale per resistere a un pressing che si esercita su più fronti: commerciale, finanziario, infrastrutturale, diplomatico.

È proprio questa sproporzione di forze a rendere la questione un principio, prima ancora che un caso politico. Un Paese di poche decine di migliaia di abitanti nel Pacifico ha lo stesso diritto sovrano di scegliere le proprie alleanze di una potenza con oltre 1,4 miliardi di abitanti. Il diritto internazionale non si pesa in tonnellate di PIL. Se questo principio vale per i grandi, deve valere anche per i piccoli — altrimenti non è un principio, è solo un rapporto di forza travestito da diritto.

Lo stesso vale per lo spazio politico informale che Taiwan cerca, e talvolta trova, in sedi come il Parlamento europeo o conferenze come quella di Ventotene: non si tratta di riconoscimento diplomatico, che i governi europei — Italia inclusa, fedele alla politica della “One China” — non concedono. Si tratta della libertà, elementare in qualunque democrazia, di ascoltare chi si vuole ascoltare, senza che una cancelleria straniera possa dettare la lista degli ospiti ammissibili su suolo altrui.

Chiedere a Pechino di rispettare queste scelte non significa essere ostili alla Cina. Significa chiedere a una grande nazione di comportarsi da tale: con la sicurezza di chi non ha bisogno di intimidire per essere rispettato. La vera forza di un Paese si misura anche dalla sua capacità di tollerare che altri, piccoli o grandi che siano, scelgano diversamente da lui.

La stima verso la Cina e verso il suo popolo resta intatta. Ma la stima, per essere autentica, non può trasformarsi in silenzio di fronte a pressioni che colpiscono la sovranità di Stati che non hanno voce sufficiente per farsi sentire da soli.

Exit mobile version