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Burkina Faso-Francia: la rottura definitiva e l’opportunità che l’Italia non può permettersi di ignorare di Pierangelo Panozzo

Burkina Faso

Burkina Faso-Francia: la rottura definitiva e l’opportunità che l’Italia non può permettersi di ignorare

di Pierangelo Panozzo

Il 26 giugno 2026 entrerà nei libri di storia della diplomazia africana. Quel venerdì sera, in un’edizione speciale della televisione nazionale, il portavoce del governo burkinabé Pingdwendé Gilbert Ouédraogo ha letto un comunicato di poche righe che chiude sessantasei anni di relazioni diplomatiche formali tra Ouagadougou e Parigi: il Burkina Faso rompe i rapporti con la Francia, con effetto immediato, accusandola di “attivismo incessante” contro i propri interessi nazionali, di “ambizioni neocoloniali” e di sostenere attivamente “reti sovversive e terroriste” che insanguinano il Sahel.

La risposta francese è arrivata in serata: Parigi “deplora” una decisione “ostile e priva di fondamento” che “illustra la preoccupante deriva delle autorità burkinabé” e annuncia che “le misure di reciprocità che si impongono sono in corso di esame”. Un linguaggio diplomatico che non lascia spazio a interpretazioni: il divorzio è consumato, e nessuna delle due parti intende fare passi indietro nel breve periodo.

**Una rottura annunciata, non improvvisa**

Chi segue da vicino le dinamiche del Sahel non si è sorpreso. La rottura del 26 giugno è l’epilogo logico di un’escalation sistematica iniziata con il colpo di stato del settembre 2022, quando il capitano Ibrahim Traoré ha preso il potere a Ouagadougou. Nel gennaio 2023 l’ambasciatore francese Luc Hallade è stato espulso, definendo la Francia uno “Stato imperialista”. Un mese dopo, 400 militari delle forze speciali francesi sono stati costretti a lasciare il Paese. Nel settembre dello stesso anno è toccato all’addetto alla difesa dell’ambasciata. Nel 2024, quattro agenti dell’intelligence francese sono stati detenuti per un anno con l’accusa di spionaggio, rilasciati solo grazie alla mediazione del Marocco. Radio France International, France 24, Voice of America, BBC e Deutsche Welle sono stati progressivamente banditi. In maggio 2026, appena settimane prima della rottura definitiva, è stato il turno di TV5 Monde, accusata di “disinformazione e apologia del terrorismo”.

Ogni passo è stato deliberato, calibrato, irreversibile. Non una crisi bilaterale, ma una strategia di disimpegno totale dall’orbita francese.

Il contesto geopolitico: l’AES e la partita russa

Il Burkina Faso non agisce da solo. Insieme al Mali e al Niger, forma l’Alleanza degli Stati del Sahel, una confederazione di giunte militari che ha rotto con la CEDEAO, espulso le forze occidentali e scelto Mosca come partner di sicurezza privilegiato. L’Africa Corps — erede operativo del Gruppo Wagner — è presente nel Paese dal 2023. Eppure, nonostante questa copertura militare russa, la violenza jihadista non è diminuita: il Burkina Faso è diventato il Paese più colpito al mondo secondo il Global Terrorism Index 2025, con circa il 60% del territorio sotto il controllo effettivo di gruppi armati affiliati ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico.

È in questo paradosso — un regime che si è liberato della Francia ma non riesce a liberarsi del jihadismo — che si apre uno spazio geopolitico che molti osservatori faticano ancora a leggere con lucidità.

L’opportunità italiana: discreta, concreta, a portata di mano

L’Italia non è la Francia. Non ha truppe nel Sahel, non ha il peso storico del colonialismo francese, non porta con sé il bagaglio avvelenato della Françafrique. È precisamente questa assenza di passività coloniale che costituisce, in questo momento, un vantaggio strategico non trascurabile.

Va detto con la necessaria discrezione, ma chi scrive — per ragioni legate a rapporti istituzionali con la rappresentanza diplomatica burkinabé a Roma — ha avuto modo di verificare in prima persona che esistono canali di dialogo tra cittadini italiani e le strutture attuali del governo di Ouagadougou che funzionano, che sono fondati sulla fiducia reciproca e che non sono inficiati dalle tossine che avvelenano i rapporti tra il regime Traoré e le cancellerie occidentali tradizionali. Questi canali non sono rumore di fondo: sono infrastruttura diplomatica silenziosa, del tipo che raramente appare nei comunicati ufficiali ma che, nei momenti di transizione geopolitica, diventa decisiva.

L’Italia ha strumenti che potrebbe attivare. Il Piano Mattei, nella sua declinazione operativa, individua esplicitamente l’Africa subsahariana come area di interesse prioritario. La cooperazione in materia di sicurezza alimentare, accesso all’acqua, formazione tecnica e infrastrutture sanitarie — settori nei quali l’expertise italiana è riconosciuta — risponde esattamente ai bisogni strutturali di un Paese come il Burkina Faso, dove la crisi jihadista si alimenta anche e soprattutto dal sottosviluppo rurale e dalla marginalizzazione delle comunità periferiche.

Il momento è politicamente favorevole per un altro motivo: il vuoto lasciato da Parigi non verrà colmato automaticamente da Mosca. La Russia garantisce sicurezza — peraltro con risultati incerti sul terreno — ma non offre i beni pubblici che una popolazione di oltre venti milioni di persone, per oltre la metà in condizioni di insicurezza alimentare, necessita con urgenza. Chi saprà presentarsi non come potenza militare ma come partner di sviluppo credibile e privo di condizionalità politiche aggressive, troverà un interlocutore potenzialmente ricettivo.

Una finestra, non una certezza

Sarebbe ingenuo ignorare le complessità. Il regime Traoré è una giunta militare che ha sospeso le garanzie costituzionali, represso il dissenso, rinviato sine die ogni transizione elettorale. Operare in questo contesto richiede una calibrazione diplomatica precisa, la consapevolezza dei rischi reputazionali e una chiara distinzione tra engagement pragmatico e legittimazione politica.

Ma la diplomazia — quella vera, quella che produce risultati nel lungo periodo — non si fa soltanto con i governi che condividiamo i nostri valori. Si fa soprattutto nei momenti di transizione, quando gli equilibri si ridisegnano e le posizioni non sono ancora cristallizzate. Il 26 giugno 2026 ha ridisegnato la mappa delle relazioni tra il Burkina Faso e l’Occidente. Per Roma, quella mappa presenta oggi uno spazio bianco che potrebbe, con la giusta visione, diventare qualcosa di molto diverso dal vuoto.

La Francia ha perso Ouagadougou. L’Italia non deve necessariamente fare lo stesso errore, per inerzia o per indifferenza.

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