Da Tito a Vučić: la difficile arte serba dell’equilibrio tra potenze
di Pierangelo Panozzo
Il 10 giugno, intervenendo ai microfoni di Radio Belgrado, il Presidente della Serbia Aleksandar Vučić ha annunciato che lascerà la carica presidenziale entro tre o quattro mesi, forse anche prima, precisando che la sua uscita “non sarà una sorpresa per nessuno”. Vučić ha dichiarato di aver già iniziato a preparare il trasferimento dei propri libri dalla sede della Presidenza, mentre le elezioni parlamentari rimangono previste tra la fine di settembre e la metà di ottobre. Il suo obiettivo dichiarato sarebbe quello di concorrere nuovamente alla guida del Governo come Primo Ministro.
La dinamica richiama un precedente già osservato nello spazio post-sovietico: il modello Vladimir Putin–Dmitry Medvedev, quando Putin lasciò formalmente la Presidenza della Federazione Russa a Medvedev per assumere successivamente la carica di Primo Ministro, mantenendo però un ruolo centrale nell’indirizzo strategico del Paese.
Per la Serbia, tuttavia, il richiamo storico più profondo è un altro: quello di Josip Broz Tito.
Per oltre tre decenni Tito costruì la posizione internazionale della Jugoslavia attraverso una sofisticata politica di equilibrio tra i due blocchi della Guerra Fredda. Belgrado riuscì a ottenere sostegno economico, tecnologia, cooperazione e legittimità internazionale sia dall’Occidente sia dal mondo socialista, senza aderire completamente né a Washington né a Mosca. Il movimento dei Paesi non allineati divenne così non soltanto una scelta diplomatica, ma anche uno strumento di autonomia strategica e di consolidamento del potere interno.
Oggi Vučić opera in un contesto completamente diverso: non più un sistema bipolare, ma un ordine internazionale caratterizzato dalla competizione tra grandi potenze e dalla presenza di molteplici centri di influenza.
La sua strategia appare fondata su un multi-allineamento pragmatico. La Serbia mantiene il percorso europeo come principale riferimento economico, conserva rapporti storici con la Russia, sviluppa una crescente cooperazione economica e infrastrutturale con la Cina e, parallelamente, cerca un nuovo rapporto strategico con gli Stati Uniti.
La sequenza degli ultimi giorni è significativa. Dopo il ritorno da Pechino, dove Belgrado ha annunciato nuovi impegni di investimento superiori al miliardo di dollari, Vučić ha criticato la perdita di competitività dell’Europa, sostenendo che il continente rischia un declino economico legato alla bassa produttività e alla mancanza di riforme.
Pochi giorni dopo, nella stessa fase politica in cui annunciava il possibile abbandono della Presidenza, ha comunicato ai media statunitensi che Serbia e Stati Uniti stanno preparando un dialogo strategico su energia, infrastrutture, intelligenza artificiale, cooperazione nella difesa e investimenti. Ha inoltre rinnovato l’invito al Presidente Donald Trump a visitare Belgrado, un evento che non si verifica da una visita presidenziale americana ufficiale risalente all’epoca di Richard Nixon.
Il quadro comprende oggi quattro grandi interlocutori — Unione Europea, Stati Uniti, Russia e Cina — ai quali si aggiunge il rapporto con Israele nel settore della cooperazione militare e tecnologica.
In questo equilibrio complesso il dossier del Kosovo rappresenta il principale fattore che rende necessario mantenere aperti tutti i canali diplomatici. La mancata soluzione della questione kosovara, infatti, continua a influenzare le relazioni di Belgrado con Bruxelles, Washington, Mosca e Pechino: il sostegno russo e cinese sul piano internazionale, il dialogo con l’Occidente sul processo europeo e la ricerca di stabilità regionale sono tutti elementi intrecciati nello stesso sistema di gestione strategica.
È proprio il nodo Kosovo a spiegare perché il multi-allineamento serbo non sia soltanto una scelta economica o commerciale, ma anche una necessità politica e diplomatica.
La differenza rispetto all’epoca di Tito resta tuttavia sostanziale. La Jugoslavia si muoveva in un sistema internazionale nel quale l’equilibrio tra due blocchi rendeva possibile una maggiore autonomia. La Serbia contemporanea deve invece navigare in una competizione globale molto più complessa, segnata dalla guerra in Ucraina, dalla rivalità sino-americana e dalle aspettative crescenti dei partner occidentali.
La domanda strategica è quindi inevitabile: se Vučić dovesse trasferire il proprio centro operativo al Governo, lasciando formalmente la Presidenza, chi assumerà la gestione politica dei dossier più sensibili — dai contratti per gli aerei Dassault Rafale ai sistemi d’arma cinesi, dalle collaborazioni tecnologiche con aziende israeliane ai nuovi rapporti con Washington?
La vera sfida per Belgrado non sarà soltanto conservare l’equilibrio tra potenze, ma capire fino a quando questo equilibrio potrà sopravvivere in un mondo nel quale ogni grande attore chiede sempre più spesso una scelta di campo.
Da Tito a Vučić, la Serbia continua a coltivare l’arte della mediazione tra potenze. Ma il XXI secolo potrebbe dimostrarsi molto meno tollerante verso le ambiguità strategiche rispetto al secolo precedente.
Fonti: bne IntelliNews (10/06/2026), Telegrafi (11/06/2026), Fox News Digital (10/06/2026), Bloomberg (02/06/2026), The Western Balkans (15/03/2026), Kosovo Online.
