Parmense.net

Operai indiani e sfruttamento: l’inchiesta sul cantiere del Consolato USA di Milano – di Pierangelo Panozzo

consolato usa milano

Operai indiani e sfruttamento: l’inchiesta sul cantiere del Consolato USA di Milano

Quasi mille operai indiani reclutati con false promesse, retribuzioni che secondo l’accusa non raggiungevano i due euro l’ora, minacce di rimpatrio per chi si ammalava. La Procura di Milano ha fermato due uomini: il manager turco Ulas Demir e il cosiddetto «cane da guardia» del cantiere, Aji Appukuttan. Entrambi sono indagati e la loro posizione dovrà essere vagliata dalla magistratura. Caddell Construction, la multinazionale texana appaltatrice, non ha ancora risposto pubblicamente nel merito. Dietro i muri del nuovo palazzo diplomatico americano in piazzale Accursio emerge un sistema che interroga Washington su chi costruisce le sue sedi nel mondo.

 

di Pierangelo Panozzo     Milano, 6 giugno 2026

Nota metodologica. Questo articolo distingue tra fatti giudizialmente accertati — arresti, fermi, controllo giudiziario, numero di testimonianze raccolte, intercettazioni citate nei provvedimenti — e ipotesi accusatorie contenute nei decreti della Procura di Milano, che sono ancora sub iudice. I fermi di Demir e Appukuttan devono essere convalidati dal GIP. Caddell Construction è sottoposta a controllo giudiziario ai sensi del D.Lgs. 231/2001, ma non è stata ancora condannata. Gli indagati sono da ritenersi presunti innocenti fino a sentenza definitiva.

 

C’è qualcosa di profondamente contraddittorio nel paesaggio urbano di piazzale Accursio, nella periferia nord-ovest di Milano. Su un’area di quarantamila metri quadrati — acquistata dal governo degli Stati Uniti nel 2013 e un tempo sede del Tiro a segno nazionale — sta sorgendo il nuovo Consolato Generale americano: un’opera monumentale da 351 milioni di dollari, una delle sedi diplomatiche più imponenti che Washington abbia mai commissionato in Europa. Un progetto che avrebbe dovuto incarnare i valori di un Paese che si presenta come paladino dei diritti umani. Invece, secondo le risultanze della Procura della Repubblica di Milano, quei mattoni sarebbero stati posati da centinaia di uomini trattati come servi della gleba.

La vicenda è esplosa pubblicamente il 29 maggio 2026, con il controllo giudiziario d’urgenza disposto nei confronti della divisione italiana di Caddell Construction — società texana specializzata in costruzioni per committenze governative americane, con un portfolio che include ambasciate a Kabul e Pechino. L’accelerazione più recente è arrivata nella notte tra venerdì 6 e sabato 7 giugno, quando i sostituti procuratori Paolo Storari e Mauro Clerici hanno disposto il fermo di Aji Appukuttan, 51 anni, originario del Kerala, che nelle testimonianze degli operai viene descritto come il «cane da guardia» dell’azienda. Era in fuga: cercava un pullman dopo che il precedente arresto del manager turco Ulas Demir — bloccato il 31 maggio all’aeroporto di Orio al Serio con un volo prenotato per Istanbul — aveva reso troppo rischioso l’aereo.

 

I fatti accertati: arresti, intercettazioni, controllo giudiziario

Ciò che è giudizialmente certo, a questa fase delle indagini, è il seguente quadro. Il 29 maggio 2026 i Carabinieri del Nucleo Ispettorato Lavoro hanno eseguito un decreto di controllo giudiziario d’urgenza nei confronti di Caddell Construction Co. LLC, ai sensi del D.Lgs. 231/2001, a seguito del riscontro di «numerose violazioni» nel cantiere. Il 31 maggio Ulas Demir, 47 anni, manager della divisione italiana di Caddell, è stato fermato all’aeroporto di Orio al Serio mentre tentava di imbarcarsi con la famiglia su un volo per la Turchia. Il provvedimento di fermo cita testualmente un’intercettazione telefonica in cui Demir, appreso di essere indagato, manifesta la volontà di fuggire. Il giorno successivo aveva acquistato il biglietto.

Il 6 giugno il PM Storari ha disposto il fermo di Appukuttan, individuato come «caporale operativo» e «intermediario tra società e lavoratori». Anche qui il pericolo di fuga è documentato: le testimonianze degli operai raccolte dai carabinieri riportano che l’uomo «voleva scappare dall’Italia, solo che ha capito che l’aereo è pericoloso» e stava cercando un mezzo di trasporto alternativo. Entrambi i fermi dovranno essere convalidati dal GIP, e gli indagati hanno facoltà di difendersi in ogni sede. Trentacinque lavoratori, tutti di nazionalità indiana, hanno reso dichiarazioni agli inquirenti.

 

Le ipotesi accusatorie: un «meccanismo criminale ricorrente»

Nelle 103 pagine del decreto di controllo giudiziario, i PM descrivono quello che definiscono un «meccanismo criminale ricorrente». Si tratta — è importante ribadirlo — di ipotesi accusatorie ancora sub iudice, che la difesa degli indagati potrà contestare. Secondo la ricostruzione della Procura, gli operai venivano reclutati in India con promesse di stipendi dignitosi, per poi scoprire all’arrivo le reali condizioni. A ciascuno sarebbe stato chiesto il pagamento anticipato di circa 5.000 euro (500.000 rupie) per ottenere il visto di lavoro — somme che le famiglie raccoglievano contraendo debiti. Il debito diventa così la prima catena di controllo.

Una volta in cantiere, secondo l’accusa, il sistema di trattenute azzerava di fatto la retribuzione. Allo stipendio lordo venivano detratti automaticamente 500 euro per l’alloggio — attraverso conti correnti che Appukuttan avrebbe fatto aprire agli operai facendo firmare moduli in una lingua a loro sconosciuta, secondo le testimonianze. A questo si aggiungevano 350-370 euro in contanti mensili per i pasti in cantiere, pretesi da Appukuttan indipendentemente dal fatto che il lavoratore mangiasse o meno. Con le rimesse alle famiglie in India, il residuo mensile sarebbe sceso a circa 150 euro. I PM scrivono che, in questi termini, «è difficile negare che sussistano i presupposti di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro».

 

Le testimonianze: infortuni, minacce e il silenzio imposto

Le dichiarazioni raccolte dai carabinieri riguardano anche la gestione degli infortuni. Un operaio ha riferito di essersi presentato al medico di cantiere con un grave problema alla schiena: ha ricevuto una puntura e dieci minuti dopo era di nuovo alla sua postazione. Un altro ha descritto un lipoma alla schiena diagnosticato nell’aprile 2025, con una cura prescritta di venti giorni: poiché il dolore non passava, fu lo stesso medico — insieme ad Appukuttan — ad accompagnarlo in ospedale, non per garantirgli il riposo prescritto, ma per accelerarne il rientro al lavoro. Un terzo operaio ha ricordato le parole di Appukuttan: «Se rimani a riposo un giorno, ti detraggo due giorni di paga e ti rispedisco in India».

Dal 29 maggio in poi, Appukuttan avrebbe inviato messaggi nella chat di gruppo degli operai intimando di non parlare con nessuno e chiedendo di sapere cosa avessero riferito di lui agli investigatori — condotta documentata nel provvedimento di fermo e che la Procura qualifica come tentativo di depistaggio. Nonostante le intimidazioni, trentacinque lavoratori hanno reso testimonianza.

 

Il contraddittorio: Caddell, gli indagati e la questione dell’extraterritorialità

Il contraddittorio su questa vicenda è ancora largamente aperto. Né Ulas Demir né Aji Appukuttan hanno — almeno pubblicamente — rilasciato dichiarazioni nel merito delle accuse. I loro difensori avranno piena facoltà di contestare le ipotesi accusatorie davanti al GIP in sede di convalida e nei successivi gradi di giudizio.

Caddell Construction, dal canto suo, non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche sul merito dell’inchiesta italiana. Sul sito ufficiale dell’azienda si legge che essa vanta «un solido programma etico» e considera i lavoratori «parte di un successo collettivo». Una fonte sindacale ha riferito al Giorno che già nel 2023, quando Fillea Cgil, Filca Cisl e FenealUil avevano tentato di entrare in contatto con gli operai, Caddell aveva opposto un ostacolo formale: il cantiere gode dell’extraterritorialità consolare e per accedervi sarebbe stato necessario un permesso del Dipartimento di Stato americano. Permesso che non è mai arrivato. L’extraterritorialità — prerogativa legittima prevista dal diritto internazionale — ha di fatto creato una condizione in cui i controlli ordinari del lavoro risultavano più difficili da esercitare.

Anche il governo italiano e l’ambasciata americana a Roma si sono finora astenuti da dichiarazioni pubbliche. Caddell Construction è uno dei principali appaltatori del Dipartimento di Stato per la costruzione di sedi diplomatiche nel mondo. Né l’azienda né Washington hanno risposto alle domande su cosa fosse noto al committente e con quale sistema di supervisione venissero verificate le condizioni di lavoro nel cantiere.

 

Il fenomeno globale: ILO e il costo del viaggio verso l’Europa

Il caso milanese non nasce nel vuoto. Inserisce la vicenda in un fenomeno strutturale documentato da organismi internazionali con dati precisi. Secondo il «Global Study on Recruitment Fees and Related Costs» (seconda edizione, 2024) pubblicato dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, le spese di reclutamento imposte ai lavoratori migranti generano profitti illegali stimati in 5,6 miliardi di dollari l’anno a livello globale, pari al 15% dei profitti illeciti complessivi del lavoro migrante internazionale. Il lavoro forzato è, secondo la stessa fonte, tre volte più diffuso tra i lavoratori migranti rispetto ai lavoratori nazionali, e il 20% di tutti i casi di lavoro forzato scaturisce direttamente da situazioni di debt bondage innescate da spese di reclutamento eccessive.

Nel settore edile, il problema è particolarmente acuto. Un rapporto ILO specificamente dedicato alla manodopera migrante nell’edilizia («Migrant Work and Employment in the Construction Sector») identifica il «debito migratorio» come una «caratteristica definitoria» del processo migratorio per molti lavoratori del comparto: i debiti contratti per pagare agenti e intermediari possono legarli al datore di lavoro per anni, rendendo impossibile qualsiasi forma di ribellione o fuga. Nel caso indiano rilevante per Milano, la legge indiana sull’emigrazione (Emigration Act) fissa teoricamente un tetto alle spese di reclutamento addebitabili, ma la vigilanza è scarsa e la pratica reale, come documentato anche dall’indice sulla schiavitù moderna della Walk Free Foundation (2023), diverge sistematicamente dalla norma.

 

Questioni aperte

Piazzale Accursio continua a essere un cantiere attivo. I fermi di Demir e Appukuttan devono essere convalidati dal GIP. L’inchiesta è aperta e altri filoni potranno svilupparsi. La difesa degli indagati ha piena facoltà di contestare le ipotesi accusatorie in ogni sede.

Resta da accertare se i meccanismi di controllo predisposti dall’appaltatore e dal committente — il Dipartimento di Stato americano — fossero adeguati a individuare tempestivamente le condizioni denunciate dai trentacinque operai che hanno reso testimonianza. Su questo punto, né Caddell Construction né l’ambasciata americana a Roma hanno fornito, alla data di pubblicazione di questo articolo, alcuna risposta.

Exit mobile version