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Il Dragone torna al centro di Palazzo San Macuto. Il Copasir riapre il dossier Cina A sette anni dalla relazione sulla penetrazione cinese nelle reti 5G, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica si prepara a una nuova indagine conoscitiva sugli investimenti del Dragone in Italia. Sullo sfondo, il caso Ferretti e la missione a Washington. – di Pierangelo Panozzo

CINA 5G

Il Dragone torna al centro di Palazzo San Macuto. Il Copasir riapre il dossier Cina

A sette anni dalla relazione sulla penetrazione cinese nelle reti 5G, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica si prepara a una nuova indagine conoscitiva sugli investimenti del Dragone in Italia. Sullo sfondo, il caso Ferretti e la missione a Washington.

di Pierangelo Panozzo

Sette anni non sono pochi nella politica industriale, e meno ancora nella geopolitica dell’economia. Eppure il Copasir – il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica – si ritrova oggi a dover riaprire un fascicolo che credeva almeno parzialmente chiuso: quello sulla penetrazione del capitale cinese nel tessuto produttivo italiano. Alla guida stavolta c’è Lorenzo Guerini, figura di peso del centrosinistra, e il segnale politico è inequivocabile. Il dossier Cina è di nuovo sul tavolo, e non per ragioni ideologiche bensì per effetto di una realtà che nel frattempo ha continuato a evolvere – silenziosamente, capillarmente, spesso al riparo da ogni scrutinio pubblico.

La prima grande indagine conoscitiva si era chiusa nel dicembre 2019, con una conclusione che all’epoca fece scalpore: le aziende cinesi rappresentano un pericolo per la sicurezza delle reti 5G italiane, e il governo avrebbe dovuto “valutare molto seriamente” la possibilità di escluderle dalla fornitura tecnologica. Il punto di partenza era stato un attacco informatico alla Posta elettronica certificata della Pubblica amministrazione, 3.500 domini colpiti e quasi mezzo milione di utenti esposti. Ma dietro al caso tecnico c’era già una questione strategica più ampia: chi controlla le infrastrutture di rete controlla i dati, e chi controlla i dati, in un’economia digitale, controlla molto di più.

Da allora, la mappa degli investimenti cinesi in Italia non ha smesso di allargarsi. Secondo i dati già acquisiti nella precedente legislatura, a fine 2019 erano presenti nel Paese 405 gruppi cinesi, con 760 imprese partecipate, 43.700 occupati e un giro d’affari di oltre 25 miliardi di euro. I flussi di investimento diretto erano cresciuti da 573 milioni nel 2015 a 4,9 miliardi nel 2018. Questi sono i numeri ufficiali, tracciati. Poi c’è la parte opaca: fondi lussemburghesi, catene societarie fiduciarie, veicoli che schermano l’identità del titolare effettivo. È questo il perimetro grigio che la nuova indagine dovrà illuminare.

I “casi eccellenti” che hanno accelerato la riapertura del fascicolo sono noti. Il più emblematico è quello di Ferretti Group, il gioiello della cantieristica nautica di lusso – marchi come Riva, Pershing, Custom Line, Wally – oggi al centro di uno scontro di governance tra l’azionista cinese Weichai e il secondo socio KKCG, il veicolo del miliardario ceco Karel Komàrek. Il cuore della contesa non è solo finanziario: Ferretti dispone di una divisione Security & Defence che produce unità navali ad alta velocità e sistemi integrati di comunicazione e sensoristica per marina militare, guardia costiera, Carabinieri e forze di polizia. Un asset che ricade formalmente nel perimetro del golden power, l’articolo 1 del decreto-legge 21 del 2012 sui poteri speciali dello Stato nei settori della difesa e della sicurezza nazionale.

Il deputato leghista Alberto Gusmeroli ha presentato un’interrogazione urgente al ministro delle Imprese Adolfo Urso, chiedendo se il governo intenda attivare i poteri speciali a tutela del patrimonio industriale e tecnologico del gruppo – un po’ come già avvenuto con Pirelli, dove la presenza di Sinochem era stata resa “innocua” attraverso gli stessi strumenti. Nel frattempo, l’assemblea degli azionisti del 14 maggio è chiamata a rinnovare il consiglio di amministrazione, con due liste contrapposte e una posta in gioco che va ben oltre i bilanci aziendali. La scelta del responsabile della divisione Security & Defence, che ha aderito alla lista anti-Weichai conferendo le proprie azioni all’OPA di KKCG, dice qualcosa sullo stato di fiducia interna al gruppo.

Ci sono poi i trasferimenti tecnologici documentati verso Qingdao, l’hub nautico di Weichai in Cina dove le tecnologie produttive di Ferretti risultano già incorporate in un polo che ambisce a produrre “navi per servizi pubblici” – motovedette, unità per la sicurezza marittima. Il confine tra cantieristica civile e tecnologia a doppio uso, in quel contesto, è una linea sottile che nessuno ha ancora tracciato con la necessaria chiarezza normativa.

La nuova indagine del Copasir si inserisce in un momento di significativa tensione nel rapporto tra l’Italia e la Cina sul piano degli asset strategici. Il governo Meloni ha scelto di non rinnovare il Memorandum sulla Via della Seta, segnando una discontinuità rispetto all’era Conte. Ma la vera sfida non è quella diplomatica, è quella strutturale: decenni di investimenti cinesi hanno creato interdipendenze difficili da sciogliere senza costi. La logica predatoria degli investimenti del Dragone – che arrivano, acquisiscono know-how e segreti industriali, e riportano il valore in patria – è nota da tempo all’intelligence, ma raramente è stata tradotta in interventi normativi preventivi efficaci.

Non è un caso che la missione del Copasir negli Stati Uniti – prevista nella seconda metà di maggio – includa un focus esplicito sul dossier cinese. Il raccordo con Washington su questi temi è strutturale: l’intelligence americana ha seguito con attenzione la penetrazione del Dragone in Europa, e l’Italia – terzo destinatario di investimenti cinesi in UE, dopo Germania e Regno Unito – è da tempo considerata un punto di vulnerabilità nell’architettura della sicurezza economica occidentale. Il US–Italy Trusted Tech Dialogue e la Eu-Us Tech Agenda 2030 sono le cornici istituzionali entro cui questa cooperazione si svolge, ma il contenuto lo det’tano casi concreti come Ferretti, come Pirelli, come Zewei Xu – l’ingegnere cinese arrestato a Malpensa su mandato statunitense per spionaggio ed estradato negli USA.

La nuova indagine conoscitiva del Copasir non è dunque un esercizio retorico né un atto di campanilismo economico. È il tentativo, forse tardivo ma necessario, di dotare il sistema-Italia di una mappa aggiornata della propria esposizione. Sette anni fa il Comitato si occupava di antenne e cavi in fibra. Oggi il perimetro da presidiare è incomparabilmente più vasto: start-up tecnologiche, infrastrutture energetiche, cantieristica navale con doppio uso, partecipazioni azionarie opache in aziende quotate, fondi di investimento schermati da catene societarie lussemburghesi. La domanda che il Copasir dovrà rispondere non è soltanto “quanta Cina c’è in Italia”, ma “cosa siamo disposti a fare per ridurre ciò che non possiamo controllare”.

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