FORNOVO 25-4- 2026 FESTA DELLA LIBERAZIONE –
GLI INTERVENTII ISTITUZIONALI
MELISSA CANU SINDACA DEI CONSIGLIO COMUNALE DEI RAGAZZI E DELLE RAGAZZE DEL COMUNE DI Fornovo di Taro

“Buongiorno a tutti. Oggi è il 25 aprile, la festa della liberazione, è il giorno in cui, nel 1945, l’Italia si è liberata dal nazifascismo, grazie ai partigiani, ai soldati alleati e ai tanti cittadini coraggiosi. Cosa significa per noi ragazzi questo giorno? Significa qualcuno che ha lottato perché oggi potessimo essere liberi.
Liberi di pensare, di parlare, di scegliere, di studiare, di avere un futuro. I partigiani erano spesso giovanissimi, avevano la nostra età o poco di più. Hanno scelto di rischiare tutto per la democrazia.
Hanno scelto di non stare zitti davanti all’ingiustizia, alla violenza, alle leggi razziali. Senza loro non ci sarebbe stata la Costituzione, che ci protegge e ci rende tutti uguali. Il 25 aprile qui non è solo un’ora, è una responsabilità.
La libertà e la pace non sono regali, vengono difesi ogni giorno. Si difende rispettando gli altri, rifiutando l’odio, aiutando chi è in difficoltà. Onoriamo chi ha lottato per noi e promettiamo di essere cittadini degni della loro scelta.
Viva il 25 aprile, viva la liberazione, viva l’Italia. Grazie.”
Emanuela Grenti SINDACO DEL COMUNE DI FORNOVO DI TARO

“Bravissime, complimenti a Melissa e naturalmente anche al Consiglio Comunale dei Ragazzi.
Bene, allora, buongiorno a tutti, a tutte. Buongiorno alle associazioni di volontariato, agli alpini, alle forze dell’ordine, al nostro complesso bandistico Fornovese, all’Anpi che insieme al Comune organizza questa manifestazione ormai storicamente. Io ho cercato di contestualizzare il discorso di quest’anno rendendolo il più concreto possibile.
Quindi i riferimenti storici li ha già fatti anche Melissa, giustamente, sperando di non cadere nella retorica o in discorsi che magari sono ripetitivi e fino a se stessi. È un discorso particolarmente rivolto ai giovani. Questa è una data che nasce per ricordare la fine di una guerra e la riconquista della libertà, quindi un giorno di festa.
Ma proprio per questo ci obbliga a qualcosa di più, a interrogarci su chi siamo oggi, su come viviamo questa libertà nella nostra quotidianità e su cosa potremmo diventare se smettessimo di prenderci cura della nostra comunità. Una riflessione profonda, il caos. La memoria, infatti, non serve solo a guardare indietro.

Serve a riconoscere i segnali del presente, perché ciò che è accaduto allora non è così lontano da noi come vorremmo pensare e non sono le dimostrazioni, i numerosi conflitti che molto vicino a noi insistono e quotidianamente ne nascono dogli altri. Quello che è accaduto allora nasceva dalla divisione e dalla indifferenza, da paure non affrontate e da un progressivo determinamento del vivere civile. E proprio per questo il 25 aprile deve essere anche un momento di coscienza collettiva, un’occasione per chiederci non solo da dove veniamo, ma da dove stiamo andando.
81 anni fa, uomini e donne, poco più grandi di questi ragazzi del nostro Consiglio Comunale di Ragazzi, dovettero prendere delle decisioni molto difficili, scelsero di opporsi, di resistere e di rischiare. Non erano eroi nati per ….., non si aspettavano di dover fare le scelte che poi avrebbero fatto. Erano persone comuni che nel tempo straordinario decisero da che parte stare e spesso le facevano insieme, sostenendosi l’un l’altro e costruendo legami di solidarietà profondi, autentici e indispensabili per sopravvivere e per vincere.
La libertà che oggi viviamo non è arrivata per caso, è il risultato di sacrifici, di coraggio, di rinunce. Siamo disposti noi oggi a rinunciare a qualcosa? È il frutto di una comunità che per nelle difficoltà sa per riconoscersi unita, anche se logicamente con pensieri diversi, ma proprio per questo libertà e pace non possono essere separate. Non esiste una libertà vera senza pace e non esiste una pace duratura senza libertà.
La pace non è soltanto un’essenza di guerra, è la condizione che permette alla libertà di esistere davvero, di esprimersi, di crescere e di essere condivisa. E allo stesso tempo la libertà è ciò che rende possibile una pace autentica, perché messa da rispetto reciproco, da riconoscimento dell’altro e dalla giustizia. Per questo la pace non è mai definitiva, non è qualcosa che si eredita una volta per tutte, è un equilibrio fragile che va costruito ogni giorno attraverso il modo in cui noi personalmente viviamo la nostra libertà.
La pace infatti inizia dal linguaggio che usiamo, dalle parole che scegliamo quando parliamo con gli altri, anche sui social, e lo dico in questo modo in particolare ai ragazzi, i social possono essere strumenti di connessione, ma anche luoghi di divisione, basta vedere quello che si legge sui social, i toni che vengono usati, uno si sente libero di esponersi con toni di aggressività nei confronti degli altri.
Sta a ciascuno di noi decidere se usare la propria libertà per ferire o per costruire, per dividere o per unire. La pace cresce nell’impegno quotidiano contro l’indifferenza, perché l’indifferenza è il contrario della libertà vissuta pienamente, è rinuncia, è distanza, è lasciare che altri decidano anche per noi.
Quando sceg

liamo di non vedere, di non ascoltare, di non intervenire, lasciamo spazio a ciò che non va, a ciò che non funziona, e questo vale anche per la nostra comunità, per gli modi che viviamo ogni giorno. E sempre più spesso assistiamo a forme di disagi … che si manifestano in atti di vandalismo, di disturbo, di mancanza di rispetto verso gli spazi comuni e verso gli altri. È facile considerarlo un problema di altri, delle famiglie, della scuola, delle istituzioni, ma non è così.
Quando si smettiamo di vivere negli spazi pubblici, quando rinunciamo a esserci, a presidiare con la nostra presenza e con il nostro esempio, lasciamo il vuoto, e quel vuoto viene riempito da comportamenti che possono degenerare, da prevaricazioni che limitano la libertà degli altri e alla fine anche la nostra libertà. Essere una comunità educante significa non voltarsi dall’altra parte, significa sentirsi responsabili ciascuno per la propria parte, significa usare la propria libertà non solo come diritto ma come impegno per dialogare, per intervenire, per proporre alternative, per coltivare occasioni di incontro e soprattutto di crescita personale e comunitaria. Viviamo in un tempo in cui le guerre non sono lontane, le vediamo, le leggiamo, le percepiamo ogni giorno e spesso ci sentiamo impotenti perché le decisioni sembrano nelle mani di pochi.
È una sensazione reale ed è comprensibile, ma l’impotenza non deve diventare rassegnazione perché anche quando non possiamo decidere le sorti dei conflitti possiamo però decidere che tipo di cittadini vogliamo essere. Possiamo scegliere se usare la nostra libertà per restare spettatori e per essere parte di una comunità più giusta. La storia ci insegna che il cambiamento nasce anche dai gesti individuali, dalle scelte personali, dal coraggio di informarsi, di partecipare, di non accettare passivamente ciò che è ingiusto.
Anche un piccolo atto, quando condiviso, può diventare forza collettiva. Essere cittadini quindi oggi significa questo, non restare spettatori, significa prendersi cura degli altri, del proprio territorio, della verità. Significa costruire giorno dopo giorno una libertà che sia non solo la propria, ma anche degli altri, di tutti, e quindi una pace più solida e più giusta.
Perché è proprio la degenerazione lenta della comunità che crea l’indifferenza, la perdita di rispetto e la frammentazione che creano i terreni su cui nel tempo possono nascere conflitti più grandi, fino alle guerre. Nulla accade all’improvviso, tutto inizia da ciò che scendiamo di tollerare e di non affrontare ogni giorno. Il 25 aprile non ci chiede di essere perfetti, ci chiede di essere presenti, consapevoli, responsabili.
Di non dimenticare che la libertà è un bene vivo che esiste solo se qualcuno se ne prende cura e che la pace è il mo do più alto e concreto per difenderla. E oggi quel qualcuno siamo noi, con l’augurio che ognuno di noi non resti spettatore, viva l’Italia, viva l’Europa!”
GIULIO VARACCA PRESIDENTE ANPI FORNOVO TARO

“Buongiorno a tutti. I complimenti ai due sindaci, Melissa e Emanuela, per le belle parole. Autorità, cittadini e cittadine, basterebbero queste parole per celebrare degnamente il 25 aprile.
Sinceramente, basterebbe questo. Tuttavia, puntualmente, il dibattito pubblico viene inquinato da chi tenta di ribaltare la storia. E qua abbiamo la necessità di dover mettere puntini sulle “i”, come si dice.
Si confondono torti con le ragioni. A volte i reparti della Wehrmacht vengono derubricati a bande musicali, oppure si equiparano i caduti partigiani ai militi della Repubblica Sociale. Si inchiniamo di fronte alla morte.
Sinceramente, cristianamente, la morte è di tutti. Però è giusto dire che la storia ha svelato e giudicato anche quelle morti. Una storia che ci insegna che il fascismo fu un sistema nato nel sangue dei braccianti delle nostre terre bastonati, delle case del popolo date alle fiamme, degli omicidi politici.
Fu violenza metodica, sistematica, divenuta regime con la marcia su Roma grazie all’Italia a braccio di una corona vile, pusillanime, che consegnò all’Italia vent’anni di oscurità. Oscurità e morte che sono nelle sabbie della Libia, le gas d’Etiopia, il sangue della Spagna, l’occupazione dell’Albania e poi i Tribunali Speciali, le leggi razziali, i campi di concentramento, la risiera di San Saba, la Russia degli Alpini, l’orrore dell’occupazione Jugoslava. È scolpita col marchio di infamia la frase del generale fascista Mario Robotti riferendosi ai territori sloveni.
Si ammazza troppo poco. Quando sentiamo parlare di uguaglianza, sono stati tutti uguali,Ecco NO! Si ammazza troppo poco, identifica e qualifica il fascismo. Oggi, purtroppo, in questo dibattito drogato, mascherato, assistiamo a subdoli tentativi di edulcorare quel passato.
Ma noi parliamo della cultura, ai fondi e agli istituti storici. Penso all’Istituto Cervi, al Comitato di Marzabotto, alla Fondazione Fossoli, che perderanno il 20% dei finanziamenti per Italia operato dal nostro governo. Oppure si derubricano i rigorgiti neo-fascisti a folklore.
Ebbene no. Non è il folklore il simbolismo della X Mas esibita in Parlamento. Non sono i canti del ventennio in una sede di un partito qua a Parma.
Neppure è il ritorno dello squadrismo dell’ottobre scorso a Roma, Cesena, a Genova, addirittura in una scuola, in un liceo. Non sono i saluti romani ad Acca Larentia, nei bollini di Italianità consegnati da un generale pochi giorni fa, generale in congedo fortunatamente, consegnati pochi giorni fa nei negozi di Parma, che evocano purtroppo sinistramente le canice brune degli anni 30. Non è il tentativo dei fascisti, del nero millennio, la definizione è loro, io la lasciamo, ma è loro, di utilizzare l’orlo del Parlamento per terrorizzare la reimmigrazione, sfidando il cuore della Repubblica nata dalla Resistenza, ai deputati consentitemi, consentiteci di rivolgere i deputati che hanno impedito questo bivacco di manipoli che poi sono stati purtroppo sospesi dalla nostra solidarietà.

A chi ancora derubrica questi fatti, forse anche la seconda carica dello Stato, come purtroppo capita, ebbene abbiamo il dovere di ricordare con pacatezza, ma la necessaria fermezza, che quando si sta sviluppando quella storia, quella feroce, non fu un incidente di percorso, ma era all’interno della propria ideologia. In quell’orrore l’hanno ricordato i sindaci bene prima di me, nonostante quell’orrore emerse la responsabilità di alcuni italiani, pochi italiani, e con la responsabilità si fece coscienza e consapevolezza, scelsero la libertà, la speranza contro la paura. Sotto la bandiera del Comitato di Liberazione Nazionale identità diverse, comuniste, socialiste, cattoliche, azioniste, liberali, fin anche monarchiche ed anarchiche, trovarono un assunto superiore.
In quel patto tra diversi nacque la nostra convivenza fondata sulla giustizia sociale, sul lavoro, sul repudio della guerra, quindi sulla pace. Ecco cosa celebriamo il 25 aprile. Quegli uomini e quelle donne, certamente, ma soprattutto quei valori che ci hanno trasmesso e che oggi, più che mai, devono essere la nostra bussola.
Abbiamo citato il 25 aprile di 81 anni fa. Oggi ne celebramo un altro ottantesimo. È il 1946.
È un ulteriore consapevolezza, un’ulteriore scelta. Scegliamo, grazie anche, alla prima volta che le donne votano, esperienza peraltro che nasce nella Resistenza, nella Repubbliche Partigiane, già sperimentato questo voto. Ebbene, anche queste donne ci regalano la Repubblica.
Non siamo più subditi. Siamo cittadini e cittadine. E certo, da allora le donne, e mi rivolgo a quelle presenti in parte con la mia e alle due che mi hanno preceduto così bene, da allora la storia delle donne nella nostra Repubblica è cammino di orgoglio, è fatto di coraggio, di una straordinaria partecipazione, una parola unica, emancipazione.
Un cammino che attende ancora il pieno compimento, finché la parità non sarà completa. Ma attenzione, la contraddizione tra il dettato costituzionale e la realtà non si ferma soltanto alla distinzione di genere, purtroppo, attraverso tutte le fibre della nostra società. Perché non c’è dignità se non si accede al lavoro. Oppure si sgretola quel fenomeno che ho definito working poor, è un anglicismo che sta a significare sfruttamento.
Ecco, noi siamo in una Repubblica dove viene consentito anche lo sfruttamento. Oppure dove la sicurezza sul lavoro diventa un lusso e oltre si paga con la vita. Gli ultimi rapporti Censis, e della Caritas, confermano i dati allarmanti, gli indici allarmanti sulla povertà.
Circa un italiano su due vive in povertà assoluta, che significa non poter pagare il mangiare, non poter pagare le cure, non poter pagare le istruzioni, non poter pagare il riscaldamento. E purtroppo c’è una nuova specializzazione, chiamiamola così, che questa povertà è ereditaria. E’ una questione che è una trappola generazionale.
Manca completamente fermo l’ascensore sociale. Ecco, attenzione, perché queste esclusioni, queste solitudini indeboliscono il tessuto sociale, certamente, ma indeboliscono anche e soprattutto la nostra democrazia. Tina Anseini, partigiana Gabriella, più volto ministro, ricordava che la democrazia vive della partecipazione e nella partecipazione.
Facciamoci di avere sempre spazi più grandi per cercare questa partecipazione. Come ricordavano i Sindacii prima, cerchiamo, teniamoli questi spazi di partecipazione. E contrastiamo, perché qualcuno ancora c’è, chi vorrebbe recitare il dissenso, magari con decreti di sicurezza, dimenticando che la nostra Costituzione non si limita a tollerare la voce di chi protesta, ma di promuovere la partecipazione, appunto, anche se critica.
E infine, la preoccupazione più grossa, che è quella che senza giustizia, giustamente, chi mi ha preceduto l’ha sottolineato, non può esistere la pace. E la pace è la preoccupazione più grossa. Viviamo i momenti drammatici.
Siamo effettivamente nella terza guerra mondiale a pezzi, che ricordava Papa Francesco. E purtroppo la solitudine di Papa Francesco, oggi vissuta anche dal nuovo Pontefice, da Papa Leone, nessuno più parla di pace. L’Italia me che meno, l’Europa tentenna, eppure siamo di fronte a dei conflitti e di un riarmo senza precedenti.
Vi do soltanto un dato. Il documento di programmazione pluriennale della difesa del nostro Governo dice che nei prossimi 15 anni il tendenziale sarà di spendere il 2,5% del PIL, e nei prossimi 15 anni verranno spesi circa 130 miliardi per nuovi sistemi d’armi. È questo che desideriamo per il nostro Paese?.
E allora proviamo a insistere, ad opporsi. La strada della pace sono altre, dobbiamo necessariamente partecipare. Guardate, i conflitti nel pianeta, sono circa 50.
E’ l’Ucraina, sotto i bombardamenti russi; è il dramma del Sudan, con quattordici milioni di rifugiati; è la striscia di Gaza con il genocidio del popolo palestinese, l’invasione del Libano, i bombardamenti in Iran, il rovesciamento dello stato Venezuelano, sono le nubi autoritarie su Cuba, …
La seconda è la scomparsa del diritto internazionale, è stato sostituito da un’invenzione, un’invenzione statunitense, che è il border-peace, un tavolo di poker dove giocano soltanto i ricchi, dove si vince con la forza. Ecco, noi dobbiamo trovare opposizione e per poterlo fare io vado a rubare le parole di un grandissimo intellettuale, di un grandissimo politico che ho lasciato insieme ad altri. Non è visto questa, la mia città, questa repubblica, ma che ci invita, appunto, ci stimola ad essere più partecipi della nostra vita.
Essere consapevoli, diceva, è faticoso, è molto più semplice non sapere, non informarsi, non scegliere. Ma ogni volta che si resta indifferente, che stai lasciando…… questo spazio, nasce, che decide, al suo posto. Sono parole di Antonio Gramsci, che insieme a Don Minzoni, Giacomo Matteotti, Fratelli Rosselli, Pietro Gobetti, Giovanni Amendola, sono il sangue, il loro sangue è diventato il segno di questa repubblica.
Ecco, a queste parole vi vorrei aggiungere soltanto una piccola riflessione. Perché è vero, a volte spesso si fa diciamo, ritorica. Le parole a volte ci… come posso dire? Si tendono a sminuire… è retorica.
È troppo difficile per me, è retorica. Ecco, a questo impegno appunto aggiungo una piccola riflessione. Guardiamo dietro di noi a quel movimento.
Sono 177 nomi. 11 di questi sono avete spezzate. Il più giovane di loro aveva 17 anni.
Ecco, quando sentiamo parlare di retorica andiamo a cercare l’aspirazione. Allora, secondo me, potremmo scegliere, potremmo scegliere…. Anche per loro era difficile.
Magari non era retorica, non era una missione impossibile, folle. Ma ci riuscirono. La libertà che rispettiamo oggi, la dobbiamo loro.
Ora e sempre, Resistenza. Viva il 25 Aprile, viva l’Italia!”
GROPPI CESARE

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