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Dalla stampa americana un campanello d’allarme: l’Iran e il rischio di una guerra senza fine – di Pierangelo Panozzo

Dalla stampa americana un campanello d’allarme:  l’Iran e il rischio di una guerra senza fine di Pierangelo Panozzo

Nelle ultime settimane, un cambiamento sottile ma significativo ha attraversato le principali  redazioni statunitensi. 

Non è il tono allarmistico a colpire, bensì la crescente lucidità con cui analisti e commentatori  stanno iniziando a porre la domanda più scomoda: gli Stati Uniti sanno davvero cosa 

significhi vincere in Iran?

Al di là della retorica politica, la stampa americana sta progressivamente abbandonando il  linguaggio della certezza per adottare quello, ben più prudente, del dubbio strategico. 

È un passaggio che, storicamente, ha sempre preceduto una revisione profonda delle operazioni  militari statunitensi. 

Dall’Iraq all’Afghanistan, il momento in cui i media iniziano a interrogarsi sulla definizione stessa  di “vittoria” coincide spesso con l’emergere di una realtà più complessa di quanto inizialmente previsto.

Il caso iraniano presenta tuttavia una variabile ulteriore. Non si tratta di uno Stato fragile o facilmente  penetrabile, bensì di un sistema politico e militare costruito per resistere agli shock. 

Decentrato, ideologicamente coeso e profondamente radicato nella propria struttura sociale ed economica,  l’Iran rappresenta un avversario che non necessita di vincere per sopravvivere. In questo senso, il semplice  fatto di non cedere può essere interpretato come una forma di successo strategico.

È qui che si innesta il vero paradosso. Gli Stati Uniti mantengono una superiorità tecnologica e militare  indiscutibile, ma questa stessa superiorità rischia di trasformarsi in un limite qualora non sia accompagnata  da obiettivi politici chiari e realistici. La forza, da sola, non definisce una strategia. E una strategia senza  un orizzonte politico rischia di tradursi in un conflitto aperto, costoso e potenzialmente indefinito.

Nel frattempo, il sistema economico globale sta già reagendo. Il rialzo dei prezzi energetici, alimentato dalle  tensioni nello Stretto di Hormuz, sta ridisegnando equilibri e opportunità. Alcuni attori ­ in particolare quelli  già integrati nei mercati delle materie prime ­ stanno beneficiando della volatilità. Altri, tra cui le economie  occidentali più esposte, si trovano invece a gestire pressioni inflazionistiche e instabilità finanziaria. In questo contesto, la crescente cautela della stampa americana non deve essere letta come un segnale  di debolezza, bensì come un indicatore avanzato di riflessione strategica. Quando il sistema mediatico  statunitense inizia a interrogarsi sulla sostenibilità di un conflitto, significa che una parte dell’establishment  ha già iniziato a valutare scenari alternativi.

La questione centrale, oggi, non è se l’Iran possa essere colpito ­ questo è già avvenuto ­ ma se possa essere  trasformato politicamente attraverso l’uso della forza. La storia suggerisce che tale obiettivo, in contesti simili, 

raramente è stato raggiunto senza costi superiori ai benefici.

Ed è proprio in questa zona grigia che si colloca il rischio più grande: quello di una guerra che non si perde  apertamente, ma che non si riesce nemmeno a vincere. Una guerra che consuma risorse, erode consenso  e ridefinisce equilibri globali senza produrre un risultato politico chiaro.

In definitiva, il segnale che emerge dalla stampa americana è tanto semplice quanto potente: non tutte  le guerre che possono essere combattute dovrebbero necessariamente essere combattute fino 

in fondo.

DI PIERANGELOP ANOZZO

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