Convegno Resilienza Aree Montagne – Montagna 2000 – intervento di Stefano Segadelli – Acquiferi in Val Taro e Val Ceno

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ACQUIFERI SEGADELLI

Fornovo Taro, 21-3-2026 CONVEGNO RESILIENZA AREE MONTANE – MONTAGNA 2000

STEFANO SEGADELLI – Acquiferi in  Val Taro E IN  Val Ceno

Un ringraziamento a Montenegro 2000, grazie al dottor Alessandro Berzolla per l’invito, come alla dottoresta Simona Ferrando che mi hanno dato la possibilità di essere qua oggi insieme a voi in questa giornata mondiale dell’acqua. Alla luce delle presentazioni mi sento così spontaneo, in modo molto spontaneo fare due considerazioni. Uno riguarda l’ingegner Campani che desideravo ringraziare pubblicamente perché grazie alla sua attenzione l’anno scorso noi abbiamo avuto la fortuna di collaborare come servizio geologico e di condividere un pado conoscitivo che, diciamo, ha consentito di andare a sanare quelle criticità che l’ingegner Ferrecchi ha evidenziato nel suo intervento e quindi non c’è mai stata l’occasione pubblicamente di ringraziare, colgo l’occasione adesso e speriamo che possa rappresentare un punto di partenza e non di arrivo, proprio perché alla fine di questo, grazie di questa collaborazione che è durata un anno, siamo riusciti, perché non era detto, a sanare proprio quelle criticità che l’ingegner Ferrecchi ha evidenziato nel suo intervento.

La seconda considerazione riguarda proprio l’intervento di Ferrecchi perché mi ha fatto molto piacere, ringrazio per vedere le slide all’inizio perché sono frutto anche di quella convenzione che ci lega come servizio geologico ad Arpae, grazie a un importante finanziamento di Ispra, noi l’anno scorso come regione, il direttore, infatti le convenzioni sono state firmate dall’ingegner Ferrecchi e abbiamo ricevuto due finanziamenti molto importanti da parte di Ispra e anche qua ringrazio l’ingegner Ferrecchi perché all’epoca ha mostrato attenzione e sensibilità, ci ha aiutato alle candidature perché noi possiamo fare tutti gli sforzi, però poi ci vuole la punta dell’iceberg che traghetti gli sforzi dei suoi collaboratori e grazie a questo abbiamo ottenuto due finanziamenti importanti per la realizzazione di due fogli idrogeologici che sono il 199 e 218 che ha consentito l’elaborazione della prima parte della presentazione. C’è ancora quest’anno quindi vediamo di incrociare il passo successivo e quello di incrociare quelli elaborati lì con i tematismi degli acquiferi. Questa è la copertina, io uso sempre questa copertina perché secondo me rende bene l’idea, questi sono i nostri invasi naturali, qua siamo nel comune di Ferriere, siamo un po’ di là, non è un’ipertendenza in montagna 2000 ma è la cosiddetta area sorgentizia della Ciappalissia e rende bene l’idea, questi sono i nostri invasi naturali, oltre agli invasi interficiali ci sono i nostri invasi naturali perché i nostri acquiferi sono i nostri invasi naturali e qua si percepisce bene il fonte sorgivo, la parte scura è la roccia satura d’acqua, la parte grigio chiara è la proprio l’idea che l’acqua fuoriesce dalla roccia come è giusto che sia e quindi il tema di una risorsa che è nascosta dentro la roccia che noi non vediamo e quindi noi da questo punto di vista non possiamo altro che migliorare come è stato già detto anche da in precedenza.

Allora partiamo subito, questa presentazione è frutto di un accordo di collaborazione da un anno con montagna 2000, noi come servizio geologico abbiamo come area geologia, abbiamo il compito di elaborare dei piani conoscitivi, questi piani conoscitivi hanno ragione di esistere se vengono condivisi con altri, se no ce la cantiamo e ce la raccontiamo da soli, abbiamo la fortuna anche qua di questo accordo di collaborazione con montagna 2000 che ha appunto l’obiettivo di condividere dei squadri conoscitivi che è uno dei compiti del servizio geologico, con la speranza che queste informazioni possono rappresentare motivo di interesse per le proprie attività e la mia presentazione è proprio a questo sviluppo. Allora questa cartina mostra molto semplicemente quelle che sono, è uno zoom di una delle carte del professor Gargini, questo è il confine, il box nero è l’area di pertinenza di montagna 2000, questi colori un po’ come un puzzle sono le principali litologie che noi abbiamo qua in zona, è chiaro una semplificazione ma da un’idea di quelle che sono le principali litologie, le principali rocce che noi abbiamo qua, si va dall’argilla a bassa permeabilità che è questo grigio fino a questo colore marroncino che sono le arenae calcarenitiche che sono le arenae della formazione di pantano del professor Gargini che vedete qua all’occhiello questo qua, purtroppo qua in Valtarrova al Ceno non ci sono però abbiamo degli acquiferi estremamente dignitosi, le nostre water towers cioè le nostre torri d’acqua sono queste. Io in questo mondo estremamente variegato mi sono permesso di evidenziare con questi due poligoni di bordo rosso queste due aree, perché? Essenzialmente per quattro motivi, uno perché sono le principali aree che garantiscono il servizio ecosistemico per il rigeneramento idrico che vedete queste crocette rosse sono le principali captazioni lungo la dorsale del monte Molinatico, Monte Gottoro e in questo settore qua dell’Alta Valtarrova al Ceno.

Grazie a queste captazioni arriva acqua a Borgotaro e del comune di Borgotaro, Capoluogo e Albaretto a Capoluogo come per tutta la parte del comune di Bedogna e Tornolo. Quindi queste sorgenti garantiscono quello che è un servizio ecosistemico tipo appoggiamento idrico, ma non solo. Un altro motivo per cui ho evidenziato queste aree è perché c’è un’abbondanza veramente unica a livello regionale e non sto esagerando, che sono queste crocettine blu, sono le principali aree ancora dove abbiamo abbondanza di sorgenti ancora in condizioni naturali.

In modo particolare voglio evidenziare la zona del Monte Nero e Monte Penna, zone come questa a livello regionale ce ne sono veramente poche, cinque, una di queste ce l’abbiamo noi, ma scoperta, è un’espressione cartografica, è un’espressione cartografica di informazioni e io mi rallaccio alla presentazione dell’ingegneria. Noi stiamo proponendo delle labate cartografiche che dicono delle cose che noi sappiamo, però lo sforzo nostro è quello di rendere cartograficamente queste informazioni per poi poter dialogare tra di noi, perché sennò, ho sentito dire, ma ci sono delle banalità, perfettamente ragionevole, però noi dobbiamo, il nostro compito, mettere a terra queste banalità. Terza cosa, questi sono i principali acquiferi produttivi che abbiamo in zona, non è caso da queste dorsali d’acqua, da queste torri d’acqua, nascono i principali corsi d’acqua, questo è il Nure, questo è l’Ecca, che è il principale affluente del Ceno, dal Monte Penna nasce il Ceno, confermo che alla nascita il Ceno è molto più copioso rispetto al Taro, quando uno passa lì, ma che è questa roba, è il Taro questo? Però dopo il Taro, diciamo, si riprende alla grande, però alla partenza il Ceno, diciamo, ha questa piccola, è qua il Taro, e poi ecco l’altra cosa importante, che questi acquiferi, come penso avete notato, se ne sfregano altamente dei limiti amministrativi, perché se noi vogliamo sapere quello che è lo stato di salute di questi oggetti, dobbiamo vederli per quello che sono, e non a caso appunto ho evidenziato i principali corsi d’acqua anche nel settore Toscano, ma lo stesso accade anche per la Liguria, questo è l’Aveto, non so perché l’export del pdf non me l’ha preso, non so perché, scusate, comunque questo è il Trebbia, questo è l’Aveto che viene su qualcosa, e da qua vengono giù i principali affluenti dell’Aveto.

Queste sono le nostre dorsali d’acqua in Valtaro e Valceno, e infine sono gli acquiferi più importanti da un punto di vista di rilenzia climatica, molto banalmente per posizione orografica, è perché sono gli acquiferi con maggiore capacità di immagazzinamento in termini di spessore, perché stiamo parlando di 400 metri e estensione areale, quindi hanno una grossa capacità di immagazzinamento al loro interno. Uno potrebbe dire, ma scusa, ma l’acquifero del Barigazzo, poveretto, cos’è che ti ha fatto di male per non meritare questo scontorno, oppure l’acquifero del Monte Caramento, oppure l’acquifero qua della zona del Dosso, Pessole eccetera. I motivi sono essenzialmente due, e dai che sono questi.

Uno prende spunto da quello che è il bilancio idroclimatico, e quindi mi rallaccio quanto diceva l’ingegnere Feniche prima, questo è il bilancio idroclimatico degli ultimi 30 anni rispetto ai 30 anni precedenti, e in blu sono le zone dove c’è un saldo positivo, vedete c’è questa forma di ferro di cavallo che prende la zona del Molinatico, Gottero, Penna, Nero e Ragola, e quindi questo è un motivo perché lì sono le zone dove, il biche l’ha spiegato prima Ginevra Ferrecchi, non voglio ripetermi, cioè la quantità d’acqua che rimane lì tolta dall’aliquota per effetto dell’evapotraspirazione. Confrontando gli ultimi 30 anni rispetto ai 30 anni precedenti, questo è quello che viene fuori, praticamente c’è una linea che da Borgotaro arriva a Bardi, che a nord il saldo è positivo, a sud o è stabile o è negativo. Questo elaborato, e io devo ringraziare pubblicamente Arpae, grazie a Gabriele Antolini che mi ha fornito questo elaborato, è praticamente l’altra faccia, questa è la fotografia della crisi idrica del 2022, qua devo ringraziare Alessio Filippi, Pietro Marchini e Alessandra Raso che gentilmente mi supportano e collaboriamo.

Loro mi hanno passato dei file excel che sono le forniture in autobotte e io semplicemente, banalmente, ho fatto una rappresentazione cartografica dei file autobotti e il risultato è questo, che evidenzia quelle che sono le principali captazioni e primi serbatoi che sono andate in crisi nel 2022. Perché il 2022? Perché il 2022, con tutta la drammaticità del caso, io cerco sempre di prendere un aspetto positivo anche nelle cose più negative, ci dà una fotografia banalmente di quelle che sono gli acquiferi buoni e quelli non buoni, e guardate a caso tutte queste criticità che ho cercato di evidenziare con questi bollini ricadono in questa zona qua, quindi queste due sono le due facce della stessa medaglia. E se torniamo indietro, quindi questo elaborato ci dà una fotografia del 2022 che è d’accordo con quella che è un elaborato fatto e se torniamo indietro capite perché ho evidenziato questo contorno, queste aree.

Queste sono le nostre tavole, i water towers che diceva il professor Gargini, queste sono le aree strategiche a tutela delle acque sotterranee. Io mi sono permesso una frase un po’ forte, sono l’equivalente delle nostre riserve auree della Banca d’Italia. Questo elaborato però non è solo a un valore di fotografia, ma è servito anche a montagna 2000 e questo mi fa piacere perché c’è stato un risvolto applicativo concreto per programmare, come diceva dottore Alessandro Berzoni nel suo intervento, due azioni particolari.

La realizzazione di uno dei pozzi in roccia, che guarda a caso non è che sono stati fatti a caso, ma sono stati fatti proprio in questa zona qua di maggiore interesse, e la dorsale è Pellegrino Parmense-Varano e siamo sempre in questa zona qua. Quindi questo elaborato è servito anche in chiave previsionale perché ci sarà sicuramente un’altra crisi idrica, c’è poco da fare. Però dirò qualcosa da questo punto più tardi.

Questo elaborato può anche essere utile per cosa? Anche per fare considerazioni di individuare delle zone di accumulo di invasi, microinvasi. Voglio evidenziare che attualmente la regione sta con queste finalità, microinvasi da 100, 100.000, 130.000 metri cubi. E’ chiaro che non che non li vogliamo fare in alta valle, però se devono essere fatte e dobbiamo stabilire delle priorità, conviene concentrarle qua.

Cioè tutta una serie di azioni, perché non c’è un’unica soluzione. Il puzzle delle soluzioni è fatto da tanti tasselli. Un tassello dei microinvasi può tener conto di questa realtà, di questa foto, e tenendo conto che a livello regionale c’è il documento strategico del piano tutelacque 20-30, dove c’è la misura LS1 proprio specifica di questa cosa.

Io colgo l’occasione, invito Montagna 2000, l’amministratore, eccetera, di stabilire anche un contatto con, se non è già in corso, chiedo scusa se dico una banalità, con i colleghi dell’area tutelacque, in modo particolare Patrizia Ercoli, perché stanno procedendo all’aggiornamento del piano tutelacque, quindi questo è un momento buono per fare iniziative proposte di questo tipo. Altro tema di interesse e di collaborazione è stato l’analisi del cromo totale. Noi abbiamo individuato un sito pilota, che è Fontanarezza, dove noi abbiamo installato un sensore attraverso il quale misuriamo la portata, conducibilità e temperatura, e Montagna 2000 ha un sensore in monitoraggio in continuo del cromo 6. Per che cosa? Per capire se il valore del cromo in acqua come flutta, se flutta in modo casuale, non credo, oppure in funzione del regime pluviometrico.

Questo è stato il primo risultato ottenuto l’anno scorso, che l’abbiamo anche pubblicato su una rivista scientifica di spessore, grazie anche all’aiuto di professor Gargini, professor Tiziano Boschetti, che insegna Geochimica delle Acque a Parma. Insomma, si capisce abbastanza bene, la linea blu sono le piogge, la linea verde il cromo totale, la linea grigia il cromo 6, si vede che c’è una relazione abbastanza chiara fra il cromo totale e il regime pluviometrico. Questa è un’istantanea e anche questa è un’informazione applicativa importante, ma non solo.

Siamo passati da una foto, perché queste sono sempre delle foto, a un discorso di evoluzione nel tempo. Noi abbiamo questo monitoraggio in continuo della portata di Fontanarezza con l’andamento del cromo 6 negli ultimi sei mesi. Noi monitoriamo la portata una volta all’ora, il cromo 6 ogni 15 minuti, se non mi ricordo male.

Quindi questo è quel che viene fuori, ho scaricato i dati al 28 febbraio di quest’anno. Non voglio dire altro, perché poi questi oggetti, questi grafici, saranno oggetto dell’intervento di Alessandra Raso, io semplicemente mi limito a introdurre l’argomento. Però capite, questi dati vanno in direzione di cercare sempre di capire dei possibili risvolti applicativi della relazione fra cromo, che poi può essere anche qualunque altro elemento, con il regime pluviometrico.

Insomma, si vedono delle cose interessanti, però questi sono sei mesi, bisogna aspettare almeno un anno. Altro aspetto di interesse è sempre sul cromo. Casualmente, un mese fa, sempre con Alessandra Raso, ci siamo confrontati perché è venuto fuori che c’era una sorgente qua, in Valpessola, questa è la placca della Valpessola, che aveva del cromo.

In teoria, cromo totale, in teoria mi dice, ma guarda, ma come è possibile? L’acquifero non è fiolite? E vabbè, allora ci siamo messi a tavolino, abbiamo incrociato la geologia e cos’è venuto fuori. Adesso ci metto un po’ di colore, però la sostanza è che il problema del cromo non è legato solo alla presenza delle rocce magmatiche, ma al fatto che noi abbiamo anche delle rocce sedimentarie, al cui interno ci sono dei clasti che sono fatti di salpentino, di ufiolite, e guarda caso questa sorgente era alimentata, e c’è una formazione qua in modo particolare, che questa qua è evidenziata, che sono le arenarie di Ranzano, che sono fatte, è una roccia sedimentare, non è una roccia magmatica, ma sono piene di clasti ufiolitici. Anche questo è un elaborato che, al di là del capire il problema puntuale, può essere utilizzato anche in chiave previsionale, perché tutte le altre captazioni, ho perso il cursore, questo è l’acquifero del Monte Barigazzo, se voi avete delle captazioni qua, diciamo in chiave previsionale, non c’è più da meravigliarsi se in futuro ci possono essere delle anomalie, anche da questo punto di vista.

Quindi questi elaborati che ho condiviso con voi, hanno anche questo risvolto applicativo a lungo termine. Un altro aspetto a me molto caro, di tutta la presentazione, questa è la parte a cui tengo di più, è quello di utilizzare, con la speranza che non sia un flop, perché siamo ancora in una fase sperimentale, di quello di utilizzare le sorgenti come indicatore per l’allertamento precoce di siccità ricorrenti e quindi la possibilità di attivare in modo previsionale le misure di gestione della prima emergenza. Qua propongo, sulla base dell’indicazione che mi ha dato Montana 2000, loro mi hanno detto, guarda noi le nostre criticità a zone sono A, B, C, D, E. Bene, mi hanno condiviso i dati, perché sicuramente ci sarà un’altra crisi idrica, è stato evidenziato prima di me, 2007, 12, 17, 22, prossimo 2027, già quest’anno, 2028, ma sicuramente c’è, ci sarà, però questi indici che sono stati elaborati, diciamo in questo modo, io in modo particolare tengo quest’ultimo, sono finalizzati a quantificare, se possibile, quanto tempo ci rimane prima dell’arrivo dell’emergenza, in modo tale che uno poi, appunto, può verificare se l’interconnessione funziona oppure no, può verificare se le pompe necessarie per attivare funzionano, in modo da non arrivare il giorno a scoprire che c’è qualcosa che impedisce l’attivazione di quell’azione per venire in conto all’emergenza.

Tutti questi indici hanno l’obiettivo quello di giocare d’anticipo e quindi entrare in una chiave di prevenzione. Abbiamo un anno, se effettivamente sarà 2027, abbiamo un anno per testare questi indici, per vedere quale è quello che si presta meglio alla realtà di Montana 2000, perché appunto, la sequenza è questa, 7-12, prossimo 2027, però sicuramente ci sarà. Mi avvio verso la fine, le ultime due slide, per parlare di ricarica naturale e di stoccaggio della CO2, con la speranza che questi elementi possono rappresentarmi, guardo il collega Bosso, sul tema dei crediti blu, insomma.

Ci sono tanti modi per raccontare queste ultime slide, io ne ho scelte due in modo particolare, però ce ne sono parecchie altre, con la speranza che possa rappresentare un motivo di confronto e di dialogo a riguardo, insomma. Uno è il tema delle torbiere, questa è la distribuzione delle torbiere in regione Emilia Romagna, questo strato informativo io l’ho condiviso con i colleghi che si occupano del piano Tutti le Acque, dove loro svilupperanno questa linea strategica LS2, finalizzata a interventi diffusi a favorire la retenzione naturale nelle torbiere micobacillinbrife. Questo è specifico delle torbiere, ma perché le torbiere? Spero e mi auguro che questa slide sia chiara, insomma.

Questo è l’acquifero, questo è un acquifero, supponiamo può essere Monte Ragola, Monte Nera, Monte Barigazzo, insomma, e queste sono possibili torbiere che si sviluppano o al bordo dell’acquifero o al suo interno. Se questa torbiere è attiva, come in questo caso, è impregnata d’acqua, assorbe CO2 e l’acqua che risulta presente in quella zona favorisce anche l’alimentazione della falda sottostante. Se è una torbiere di questo tipo, sempre nella zona del Ragola, vedete questo reticolo idrografico non è chiaramente naturale, è una struttura pettine, è stata svuotata 600 anni fa per far posto al pascolo.

Quella sorgente lì, questa torbiera che si trova proprio in un contesto di questo tipo, non svolge né la sua funzione di stoccaggio da CO2, anzi ne sta liberando di CO2 perché l’ossigeno interagisce con la sostanza organica e li rilascia, quella rilascia CO2 e in più non svolge nemmeno la ritenzione d’acqua e favorire la ricarica della falda sotto del Monte Ragola. Le torbiere hanno una capacità in termini di carbonio immagazzinato stocco importante, in termini annuali, a breve termine è molto più importante il bosco, a lungo andare sono le torbiere, però qua non è che si tratti di dire chi è più bravo e chi non è meno bravo, è che il puzzle è fatto di più tasselli, questo è un piccolo tassello ma che può rendere bene l’idea di come fare dei piccoli interventi mirati, finalizzati a incentivare la ricarica naturale nel contesto montano e favorire anche lo stoccaggio della CO2. Se la torbiere è qua c’è un discorso anche di ricarica, se la torbiere è lungo il perimetro c’è un discorso di ritenzione dell’acqua, se non è attiva va attivata questa torbiere, quindi quest’acqua invece di scivolare subito a valle viene trattenuta a monte e quindi c’è un discorso proprio per a fine di immagazzinare l’acqua e facilitare la sua in zona.

Altro elemento, mi avvio verso la fine, è il tema dei depositi quaternari tipo i detriti di falda, i depositi di glaciali che sono i principali acquiferi che noi abbiamo qua in montagna, perché noi abbiamo parlato di roccia, però l’altro elemento che sta emergendo recentemente grazie alle collaborazioni che abbiamo con l’Università di Bologna che sono le colti detritiche, il vero acquiferi che noi abbiamo qua in montagna, detriti di falda e depositi di glaciale e anche su queste, questo è un elaborato che ho consegnato anche questo ai colleghi del Piano Tutela dell’Acqua dove svilupperanno queste azioni, questa è la zona di Valtaro e Valceno, quindi il tema di microbrecini in brieferi, caso concreto di montagna 2000, qua siamo sopra i Vighini, zona quindi Monte Molinatico, queste sono captazioni di montagna 2000 alimentate dalle colti detritiche, questa invece è una sorgente captata alimentata dalla roccia, concettualmente funziona così, il detrito non è alimentato solo per infiltrazione diretta sull’acquifero ma anche per ruscellamento a monte dei bacini in brieferi che ci sono a monte, questa misura incentiverà appunto iniziative a monte dei micro bacini in brieferi che stanno a monte delle colti detritiche per facilitare, anche qua, rallentare l’acqua e facilitare l’infiltrazione delle colti detritiche, perché se noi non prendiamo cura, anche tutte queste misure sono finalizzate anche a prendere cura del territorio per quello che sono, perché noi anche in un’ottica, se pensate all’inizio discorso dei micro invasi, noi possiamo fare anche di invasi, micro invasi, ma se non prendiamo a cura il territorio a valle, il trasporto solido che va a valle per effetto anche del cambio del ciclo dell’acqua, incremento dei venti estremi, voi capite che questi invasi invece di durare, esaspero il discorso per farmi capire, invece di 100 anni durano 80, quindi noi dobbiamo prendere anche cura il nostro territorio con azioni di questo tipo, ci vogliono delle figure di ingegnere, geologi, ingegneri, architetti condotti, come c’è il medico condotto che si prende cura dei propri concittadini, ci vogliono degli ingegneri, architetti e geologi che lavorando assieme prendono cura del proprio territorio. Ho rubato questa frase, non è mia, l’ho rubata a un incontro pubblico dove ha partecipato Renzo Piano al Museo di Trento, quindi ha ripetuto in modo di pappagallo una sua affermazione detta all’epoca, però la sostanza è questa.

CONCLUSIONE

Chiudo dopo tanta teoria con una pratica, noi abbiamo anche un accordo di collaborazione col Parco Nazionale Alpino-Tosco Emiliano e l’anno scorso ci siamo confrontati su un progetto proprio sulla 933 che ATERSIR ha finanziato, i lavori verranno fatti quest’anno, il progetto è stato presentato dall’Unione Montana dell’Appennino Reggiano in collaborazione con  il Parco Nazionale e altri.

Il Parco Nazionale perché ci ha coinvolto, a parte perché abbiamo un accordo di collaborazione, perché han detto ma va bene possiamo individuare all’interno dell’acquedotto destra secchia un luogo dove svolgere tutte queste recuperazioni che tu stai dicendo, va bene, questo luogo è pian vallese e alla fine abbiamo fatto dei sopraluoghi, ci siamo confrontati e alla fine di questo confronto verranno fatte queste azioni, queste azioni che io poi ho condiviso con loro prendendo spunto che hanno sempre la finalità di un rilascio controllato e pratica dei troppi pieni e la creazione di zone per facilitare l’accumulo e la ritenzione dell’acqua in zona. Tutto questo prende spunto da che cosa? Da un’esperienza che ho fatto in provincia autonoma di Trento a Bolzano seguito a un corso di ingegneria naturalistica parecchi anni fa e guarda caso dei sopraluoghi già all’epoca loro fanno delle intervenzioni, parcando sulle Alpi regolarmente questi interventi vengono fatti, questo aveva fatto un’uscita, questo è un serbatoio, il rilascio non controllato del troppo pieno cosa ha creato? Siccome non era compatibile questo troppo pieno con il reticolo idrografico minore il versante ha creato un dissesto, questo dissesto ha cercato, col rischio di compromettere la captazione stessa, quindi loro hanno fatto un intervento di ingegneria naturalistica per risistemare e sanare il versante e controllare il rilascio del troppo pieno. La stessa cosa è stata fatta qua, qua c’era questa captazione, qua però qua c’è un versante, qua c’era un pianoro, qua invece hanno detto ok creiamo una zona umida, oppure quindi qua c’è anche il tema dello stoccaggio del CO2, quindi hanno creato una zona umida a ridosso della captazione, oppure lungo reticolo hanno creato queste briglie in modo da trattenere, quindi sulla base di questa esperienza pregressa ci siamo confrontati con, grazie alla mediazione del parco nazionale, con i tecnici locali, alla fine le proposte sono state approvate, accettate dall’unione montana dei comuni e quest’anno procederemo con i lavori e speriamo che possa essere un esempio da distribuire anche su altre zone”.

GROPPI CESARE

 

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