Trump, il “presidente della pace” che ha dichiarato guerra al mondo
di Pierangelo Panozzo
Nel 2024 aveva promesso di essere il presidente che avrebbe fermato le guerre. Nel 2026, il secondo mandato di Donald Trump racconta una traiettoria opposta: un’espansione sistematica dell’uso della forza militare americana, con numeri e teatri operativi che smentiscono la narrazione elettorale.
I numeri che smentiscono la retorica
Secondo i dati dell’ACLED (Armed Conflict Location & Event Data), tra gennaio e dicembre 2025 gli Stati Uniti hanno condotto 658 raid aerei e con droni. Un dato che sfiora i 694 attacchi complessivi realizzati durante l’intero mandato quadriennale di Joe Biden. In dodici mesi, Trump ha quasi eguagliato quattro anni del suo predecessore.
Nei primi dodici mesi del secondo mandato, la Casa Bianca ha autorizzato operazioni in almeno sette Paesi, oltre a una campagna navale contro presunti narcotrafficanti tra Mar dei Caraibi e Oceano Pacifico. Non episodi isolati, ma una linea operativa costante.
La Casa Bianca respinge le accuse di escalation. Sostiene che si tratti di operazioni “mirate”, necessarie a prevenire nuovi attacchi contro cittadini americani e alleati, e rivendica un approccio più rapido e “decisivo” rispetto alle amministrazioni precedenti.
Ma non tutti leggono i numeri allo stesso modo. Il senatore democratico Chris Murphy ha parlato di “normalizzazione della forza come primo strumento diplomatico”, avvertendo che “la frequenza degli attacchi rischia di sostituire la strategia con la reazione permanente”.
Somalia: il laboratorio permanente
Il 1° febbraio 2025 partono i bombardamenti contro postazioni dello Stato Islamico in Somalia. Il 13 marzo un’operazione con l’intelligence irachena elimina un leader dell’ISIS.
Nel solo 2025 in Somalia si registrano almeno 111 attacchi statunitensi: più di quanti ne siano stati effettuati complessivamente negli ultimi vent’anni. Le operazioni dell’ultimo anno superano, da sole, quelle delle amministrazioni Bush, Obama e Biden sommate.
Eppure il risultato strategico non si vede. Al-Shabaab e ISIS-Somalia restano attivi e al-Shabaab continua ad avanzare verso Mogadiscio. I raid hanno inoltre provocato vittime civili, alimentando polemiche internazionali e tensioni locali.
Siria, Yemen, Nigeria: escalation diffusa
Il 19 dicembre 2025, dopo l’uccisione di tre militari americani, la Casa Bianca autorizza nuovi attacchi in Siria contro obiettivi legati all’ISIS.
In Yemen, la campagna contro gli Houthi costa oltre un miliardo di dollari: distrutti droni Reaper e persi due aerei avanzati caduti in mare. A maggio 2025 l’operazione viene chiusa bruscamente, senza che il quadro nel Mar Rosso risulti stabilizzato.
Il giorno di Natale, raid anche in Nigeria, giustificati da Trump come risposta ai massacri di cristiani attribuiti all’ISIS locale.
Iran: il salto di qualità
La svolta più delicata riguarda l’Iran. A giugno 2025 gli Stati Uniti colpiscono i siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan. Trump dichiara di aver “cancellato” il programma atomico iraniano.
A fine febbraio 2026, dopo aver annunciato il fallimento dei negoziati, Washington e Israele lanciano nuovi attacchi coordinati. È il momento in cui la strategia della pressione si trasforma in confronto militare diretto con una potenza regionale.
Venezuela: il regime change esplicito
Gennaio 2026 segna un passaggio ancora più controverso: bombardamenti su Caracas e cattura del presidente Nicolás Maduro.
Secondo il ministro della Difesa venezuelano, l’attacco avrebbe causato 83 morti, tra forze di sicurezza e civili. Qui la dottrina del “non interventionismo” proclamata nel 2016 lascia spazio a un’azione che somiglia apertamente a un’operazione di cambio di regime.
La contraddizione politica
Nel 2016 Trump accusava l’establishment americano di aver trascinato il Paese in guerre inutili. Nel 2026 è lui ad aver moltiplicato i teatri operativi.
Dieci anni fa parlava di errori storici. Oggi li replica con altri mezzi.
Il presidente che prometteva di chiudere le “endless wars” ha reso l’uso della forza uno strumento ordinario di politica estera. Non grandi invasioni di terra, ma una sequenza continua di raid, operazioni speciali, bombardamenti mirati.
Una guerra diffusa, a bassa intensità ma ad alta frequenza.
E ora Cuba
L’ultimo segnale riguarda Cuba. Trump ha dichiarato di voler acquisire l’isola “in modo amichevole”. All’Avana l’affermazione è stata letta come un avvertimento, non come una battuta.
Dopo Somalia, Yemen, Iran e Venezuela, l’ipotesi che anche Cuba possa diventare terreno di pressione non appare più fantapolitica. L’estensione geografica delle operazioni non sembra avere un limite definito.
Una presidenza definita dalle armi
I numeri di ACLED non sono opinioni. Sono dati. Se nel 2024 Trump si era proposto come il presidente che avrebbe riportato l’America fuori dalle guerre, il suo secondo mandato mostra un’altra realtà: un’America che interviene più spesso, in più Paesi, con maggiore disinvoltura.
La domanda non è più se Trump sia il “presidente della pace”.
La domanda è fino a dove sia disposto a spingersi.
Pierangelo Panozzo
