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Etiopia sull’orlo del baratro: la guerra dimenticata che rischia di destabilizzare il Corno d’Africa – di Pierangelo Panozzo

Etiopia sull’orlo del baratro: la guerra dimenticata che rischia di destabilizzare il Corno d’Africa

Nel silenzio dei media internazionali, Addis Abeba concentra le forze armate al nord lasciando un vuoto di sicurezza nelle regioni centrali. Analisti ed esperti temono una nuova escalation che potrebbe trasformarsi in conflitto regionale per procura.

Nel silenzio mediatico internazionale, mentre l’attenzione globale resta concentrata su altri scenari di guerra, l’Etiopia si trova nuovamente sull’orlo di un’escalation militare che rischia di destabilizzare l’intero Corno d’Africa. Secondo analisti indipendenti e testimonianze dirette raccolte nella regione, nelle ultime settimane si è verificata una mobilitazione militare di dimensioni eccezionali verso il nord del Paese — un dispiegamento che non si vedeva dai tempi della guerra contro l’Eritrea tra il 1998 e il 2000.

Una mobilitazione senza precedenti

L’analista e attivista politico etiope Jawar Mohammed, figura di spicco dell’opposizione oromo, ha lanciato l’allarme attraverso i propri canali: «Il ritiro improvviso e su larga scala delle Forze Armate etiopi (ENDF) da Oromia e Amhara, dove hanno combattuto i ribelli, ha creato un vuoto di sicurezza. Mentre il governo cerca di utilizzare le milizie locali per colmare il vuoto, queste forze scarsamente addestrate e per lo più anziane non riescono a garantire la stabilità».

Dalle prime settimane di febbraio 2026, vaste unità delle forze armate federali — secondo fonti sul campo fino al 75% dell’intera forza disponibile — sono state ridispiegate dalle regioni dell’Amhara e dell’Oromia verso il Tigray. Non si tratta di una semplice rotazione militare: gli osservatori sul terreno parlano di mezzi corazzati, artiglieria pesante e unità d’élite in movimento costante lungo le principali arterie stradali verso nord.

Il punto più critico evidenziato dagli analisti riguarda il vuoto di sicurezza lasciato nelle regioni centrali. Il ritiro improvviso delle truppe governative ha costretto le autorità locali a fare affidamento su milizie civili poco addestrate, spesso composte da volontari anziani armati di fucili d’assalto obsoleti, incapaci di contrastare insurgenti organizzati e mobili.

Tre conflitti dentro lo stesso Stato

La crisi etiope non è un singolo conflitto, ma un mosaico di guerre interne sovrapposte, ciascuna con dinamiche proprie e attori diversi.

Amhara: l’insurrezione Fano si unifica

Nel terzo anno di combattimenti, le milizie Fano — movimento armato nato dalla frustrazione della popolazione amhara verso le politiche del governo centrale — hanno rafforzato la loro presenza territoriale. Il 22 gennaio 2026, le due maggiori fazioni, la Amhara Fano National Force e la Amhara Fano Peace Organization, si sono unificate nel Amhara Fano National Movement, creando per la prima volta un comando congiunto.

Gli scontri si sono intensificati nelle zone di North e South Shoa, Gojjam, Wollo e Gondar, accompagnati da raid aerei governativi che hanno provocato vittime civili. A febbraio, un attacco aereo nel North Shoa ha ucciso una donna incinta e un bambino di sei anni. A gennaio 2025, truppe dell’ENDF erano state accusate di aver giustiziato decine di civili nella città di Merawi.

Oromia: otto anni di guerra logorante

In Oromia, la regione più popolosa del Paese, l’insurrezione dell’Oromo Liberation Army (OLA) raggiungerà l’ottavo anno nell’aprile 2026. Il conflitto è diventato endemico: attacchi contro civili, rapimenti a scopo di riscatto, esecuzioni extragiudiziali da parte delle forze governative e raid aerei hanno reso vaste aree — in particolare East e West Wollega, Kellem Wollega e Horo Guduru Wollega — praticamente ingovernabili.

Solo nel 2025, la violenza in Oromia ha provocato lo sfollamento di oltre 280.000 civili. Con il ritiro dell’ENDF verso nord, diverse fonti locali segnalano già una recrudescenza degli attacchi dell’OLA nelle aree rurali.

Tigray: il rischio di una nuova guerra totale

Nel nord, le tensioni tra le forze federali e le forze di sicurezza regionali del Tigray (TSF) sono tornate a crescere rapidamente. Gli scontri si sono intensificati il 26 gennaio vicino al confine con l’Amhara, con l’uso di droni, artiglieria pesante e blindati. Il 1° febbraio, le TSF si sono ritirate dall’area di Tselemti sotto la pressione militare federale.

Il Commissario ONU per i Diritti Umani Volker Türk ha lanciato un appello urgente per passi verso la de-escalation, definendo la situazione «altamente volatile» e temendo «un ulteriore deterioramento della già precaria situazione dei diritti umani e umanitaria».

Una crisi anche geopolitica: la guerra per procura nel Mar Rosso

Il conflitto non è soltanto interno. L’Etiopia è diventata un nodo strategico per potenze regionali e mediorientali in competizione per l’influenza nel bacino del Nilo e nel Mar Rosso.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno sostenuto militarmente Addis Abeba durante la guerra del Tigray del 2020-2022: la fornitura di droni armati e un ponte aereo furono essenziali per fermare l’avanzata del TPLF su Addis Abeba. L’Etiopia resta per Abu Dhabi un perno strategico regionale.

Dall’altra parte, l’Egitto — che vede l’Etiopia come una minaccia alla sua influenza sul Nilo a causa della controversa diga del Grand Ethiopian Renaissance Dam — ha coltivato forti legami con l’Eritrea, includendo un dialogo di sicurezza ad alto livello e un recente accordo di investimento nel porto eritreo di Assab.

Una nuova guerra nel nord rischierebbe di trasformarsi rapidamente in un conflitto per procura tra Emirati, Egitto, Arabia Saudita ed Eritrea, con il Corno d’Africa come teatro di scontro indiretto.

Una catastrofe umanitaria silenziosa

Sul piano umanitario, la situazione è già drammatica. A metà 2025, le Nazioni Unite stimavano 3,3 milioni di sfollati interni in Etiopia. In Tigray e Amhara, centinaia di migliaia di persone vivono in campi formali e informali con accesso limitato al cibo e all’assistenza sanitaria.

L’Etiopia sta inoltre vivendo un’inflazione galoppante, carenze croniche di carburante, scarsità alimentare e crollo della valuta nazionale. Queste condizioni rendono il Paese una delle crisi umanitarie più gravi — e meno raccontate — del continente africano.

La scommessa del governo: tutto o niente

Al centro della crisi si trova il primo ministro Abiy Ahmed, Premio Nobel per la Pace nel 2019 per aver negoziato la fine della guerra con l’Eritrea, oggi alle prese con la frammentazione interna del proprio Paese.

Secondo l’analisi di Jawar Mohammed, condivisa da diversi osservatori regionali, la strategia del governo sembra basarsi su una scelta ad altissimo rischio: concentrare le forze militari nel nord per ottenere una rapida vittoria contro le forze tigrine e poter poi ristabilire il controllo nelle regioni centrali prima che il collasso della sicurezza diventi irreversibile.

«A questo punto, Abiy non ha altra scelta che iniziare la guerra e sperare in una rapida conclusione, in modo da poter riportare l’esercito in Oromia e Amhara», ha dichiarato Mohammed.

Ma questa scommessa comporta un pericolo enorme: se il conflitto dovesse protrarsi in una guerra di trincea o in combattimenti urbani prolungati — come già accaduto nella guerra del Tigray del 2020-2022 — il collasso della sicurezza interna in Oromia e Amhara potrebbe accelerare, trasformando l’Etiopia in un teatro di instabilità cronica e frammentazione territoriale.

In un panorama mediatico internazionale dominato da poche grandi narrazioni, quello etiope resta uno dei tanti conflitti di cui si parla poco. Eppure, le conseguenze di una nuova guerra totale nel secondo Paese più popoloso d’Africa — 120 milioni di abitanti — potrebbero essere devastanti non solo per il Corno d’Africa, ma per l’intero equilibrio geopolitico del Mar Rosso e del bacino del Nilo.

Pierangelo Panozzoda Djibloho, Città della Pace (Guinea Equatoriale)

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